Per Trump via l'immunità penale per i contenuti pubblicati sui social dai loro utenti Società

Il rapporto di Trump con i mezzi di comunicazione, da quelli tradizionali come la stampa o la tv fino ai più moderni social, è sempre stato complicato ed altalenante. Parte del suo successo e della sua inaspettata elezione nel 2016 si devono proprio al suo uso frenetico ed ossessivo di Twitter, un’abitudine che a dire il vero condivide con certi politici nostrani, di diverse decadi più giovani di lui.

Ma negli ultimi giorni è cominciata un’autentica escalation che rischia di tradursi in vera e propria guerra tra l’uomo più potente del mondo e le aziende che, ci piaccia o meno, al giorno d’oggi controllano la diffusione delle notizie su internet.

I fatti, con ordine: lo scorso 25 maggio una pattuglia della polizia di Minneapolis, principale centro urbano dello stato del Minnesota, esegue l’arresto di un cittadino di 46 anni, l’afroamericano George Floyd, per sospetta guida in stato di ebbrezza. Durante l’arresto, un agente di polizia obbliga Floyd a sdraiarsi schiacciandolo a terra con forza premendo con il ginocchio sul suo collo. Un passante filma la scena con il suo smartphone: nel filmato si vede il poliziotto che non smette di tenere il ginocchio sul collo del sospettato, nonostante quest’ultimo ripeta più volte di non riuscire a respirare. Nel corso dell’arresto l’uomo finirà col perdere i sensi e morirà poco dopo in ospedale.

L’episodio non è che l’ennesimo caso di brutalità poliziesca nei confronti di un sospettato di colore, ma ancora una volta ha scatenato una serie di violente proteste e rivolte negli Stati Uniti, a cominciare proprio da Minneapolis. Immediatamente dopo i primi scontri tra manifestanti e polizia, Trump ha pubblicato due post su Twitter incitando le forze dell’ordine a reprimere con decisione ogni forma di protesta.

Twitter non ha cancellato gli interventi del presidente USA, ma li ha segnalati alla comunità degli iscritti come messaggi che istigano all’odio e contenenti notizie non accuratamente verificate. Ciò ha scatenato l’ira del magnate, che solo un paio di giorni dopo ha emanato un ordine esecutivo che priva Twitter e gli altri social dell’immunità penale per i contenuti pubblicati dai loro utenti.

Questo provvedimento, a meno che non sia impugnato dinanzi alla Corte Suprema, potrebbe rappresentare una svolta per realtà come Facebook e appunto Twitter, che si troverebbero in pratica equiparati agli organi di stampa tradizionali e dovrebbero rispondere in sede civile e penale di tutti i contenuti condivisi dagli utenti.

Da tempo si discute sulla natura ibrida delle società di big data: aziende private che fatturano miliardi di dollari, ma contemporaneamente mezzi d’informazione in grado di raggiungere ogni abitante del globo simultaneamente. L’ordine esecutivo di Trump per la prima volta vede i social come strumenti di diffusione del pensiero che possono essere chiamati a rispondere di ciò che i singoli pubblicano ognuno per proprio conto.

Considerando che i social più diffusi vantano non milioni, ma addirittura miliardi di iscritti, l’impatto di un simile atto legislativo potrebbe essere enorme, al punto forse da cambiare i social così come li conosciamo. È impensabile che Facebook vagli ciascun post di tutti i suoi utenti, sia prima che dopo la pubblicazione, così come non potrebbe esistere una redazione di un quotidiano o di una televisione con miliardi di giornalisti. Dover rispondere civilmente e penalmente di tutti i contenuti offensivi o istiganti all’odio e alla violenza porterebbe alla chiusura immediata di ogni social.

Nel momento in cui scrivo non sono ancora a conoscenza della reazione immediata delle aziende coinvolte nel provvedimento del presidente americano, ma è certo che, se si dovesse proseguire su questa strada, l’ordine esecutivo del 28 maggio potrebbe rappresentare per internet e forse per la libertà di stampa in America un colpo di portata pari a quello inferto dal coronavirus all’economia mondiale.

CARLO DELASSO