Senza Social... siamo persi Società

Il buio oltre la rete”, ha titolato Massimo Gramellini sul Corriere della sera, parafrasando il celebre romanzo di Harper Lee (e l’omonimo film che ne fu tratto con Gregory Peck). Si riferiva al blackout informatico che lo scorso 4 ottobre ha impedito il funzionamento di Facebook, Instagram e WhatsApp in Europa e negli Stati Uniti dalle 17 circa fino alla mezzanotte.

La causa del blocco temporaneo è stato un aggiornamento nei sistemi router dell’azienda californiana, non ha provocato alcun furto o perdita di dati, ha solamente impedito agli utenti di accedere ai social ed al sistema di messaggistica più usato nel mondo per oltre sette ore.

Per meno di mezza giornata quindi abbiamo dovuto rinunciare a postare foto, video o a lasciare commenti sui social (non tutti, s’intende: Twitter per esempio ha continuato a funzionare benissimo, poiché non appartiene al gruppo Facebook), a scambiare messaggi e chattare su WhatsApp. Mentre i complottisti si scatenavano nell’immaginare le cause di questo problema, che andavano dall’attacco di hacker russi e nordcoreani fino all’imminente fine del mondo, i comuni utenti si scoprivano nudi. O, peggio ancora, soli.

Sia chiaro, non eravamo sprofondati in un secondo Medioevo tecnologico in stile Mad Max: internet, i computer ed i cellulari funzionavano regolarmente; era possibile telefonare, chattare su altri siti, fare ricerche su Google, acquisti su Amazon e svolgere regolarmente ogni altra attività in rete. Resta però il fatto che, privati per una sera dei social più utilizzati al mondo, molti si sono sentiti spaesati.

E se il giorno dopo, una volta tornati alla normalità, ci si domandava ironicamente come avevano potuto sopravvivere gli influencer senza mostrare al popolo dei loro follower cosa avevano mangiato per cena, un banale inconveniente tecnico aveva svelato a tutti quanti noi una realtà che è sotto i nostri occhi, ma di cui facilmente non ci accorgiamo. Facebook, Instagram e WhatsApp, che insieme contano non milioni, ma miliardi di utenti, sono tutti e tre nelle mani della stessa azienda che ha sede a Palo Alto. Le società di Mark Zuckerberg da sole gestiscono il traffico di miliardi di apparecchi perennemente collegati ad internet. Attraverso i loro server passano i nostri messaggi, le nostre foto, le opinioni che esprimiamo, i commenti che scambiamo con amici e conoscenti.

Se non è una posizione di monopolio, poiché come ho detto esistono anche social che non appartengono a Facebook, è comunque quella che legalmente si definisce una posizione dominante sul mercato. Senza accorgercene, poco alla volta abbiamo ceduto un’amplissima fetta della nostra privacy e della nostra esistenza ad un’azienda privata ed è bastato un errore tecnico che ha mandato in down i sistemi di quest’azienda per capire quanto siamo dipendenti da essa.

Qualunque consulente finanziario consiglia ai suoi clienti di diversificare gli investimenti, di non puntare tutti i propri risparmi sui titoli di una sola società. Allo stesso modo, non sarebbe prudente conservare le chiavi di casa, dell’auto e dell’ufficio nello stesso portachiavi, poiché perdendolo rimarremmo praticamente tagliati fuori dalla nostra vita. Quindi anche la nostra vita virtuale, che ormai ha acquisito un’importanza forse pari a quella reale, non può appoggiarsi completamente ai mezzi, sia pure potenti, di una sola società.

CARLO DELASSO