Un partigiano dimenticato: Vincenzo Caruso e la resistenza italiana in Grecia Società

Il 18 aprile 2021, mio padre, se fosse vissuto, avrebbe compiuto cento anni. In questa occasione così particolare, vorrei condividere il suo ricordo e, attraverso questo, celebrare tanti altri della sua generazione che hanno dato il loro contributo alla storia italiana partecipando alla Seconda Guerra Mondiale, molti giungendo all’estremo sacrificio, sebbene anche quelli che ebbero la fortuna di ritornare da quella brutale esperienza, e tra questi mio padre, non furono mai più gli stessi. La guerra segnò le loro esistenze, lasciando spesso traumi insanabili.

Mio padre, Vincenzo Caruso, come tanti giovani italiani suoi coetanei, a soli 20 anni, fu travolto dal turbine della guerra. Per un genitore di oggi sarebbe veramente difficile immaginare il proprio figlio ventenne disperso sulle montagne di un Paese straniero, nel bisogno, nel pericolo, nell’abbandono.

Vincenzo nacque in via Valfortore, primo di sei figli. Malgrado le ristrettezze, egli potè studiare grazie alle sue doti e alla buona volontà, che gli permisero di ottenere delle borse di studio. Proprio l’anno della maturità, conseguita presso l’Istituto per Geometri, nel 1939, rimase orfano del padre Antonio, ferroviere. Quello stesso anno, mentre le nere nubi della guerra si addensavano, conobbe mia madre, Maria, e si fidanzò con lei che aveva appena 15 anni.

Quanti progetti fecero quei due giovani, ignari che di lì a poco i loro sogni sarebbero stati bruscamente interrotti? Vincenzo non sapeva se iscriversi all’Università, mentre cercava contemporaneamente di lavorare per provvedere alla madre e ai numerosi fratelli, cui non bastava la misera pensione del padre morto giovane, e Maria, che non aveva potuto continuare a studiare per aiutare i genitori operai, faceva la ricamatrice, sperando che, appena messo da parte qualche soldo, si sarebbe sposata.

L’entrata in guerra dell’Italia nel ‘40, lasciò a Vincenzo il tempo per decidere di iscriversi all’Università, a Napoli, alla facoltà di Economia e Commercio. Intanto le operazioni militari sui vari fronti, aperti dal governo italiano in alleanza con quello tedesco, richiedevano nuova carne da macello e nel dicembre del 1941, Vincenzo si vide recapitare una cartolina del distretto militare che gli annunaciava che doveva partire come “volontario” per il fronte orientale.

Sulla cartolina c’era scritto proprio così: volontario! Malgrado egli non avesse prodotto alcuna domanda, avesse una madre vedova e fratelli piccolissimi a cui provvedere, l’ultima dei quali non aveva appena due anni, dovette partire, ma si sa che non c’erano ragioni da opporre a chi “voleva spezzare le reni alla Grecia”; pertanto Vincenzo dal dicembre 1941 al dicembre 1942 segue il corso per diventare sergente e poi, grazie al diploma, potè seguire il corso per diventare sottotenente di artiglieria presso il 112° Artiglieri di Nola dal dicembre 1942 al 25 giugno 1943, quando Vincenzo imbarcatosi a Brindisi avendo ricevuto come destinazione i Balcani, giunge poi a Patrasso e attraverso l’istmo di Corinto approda nell’isola di Eubea, di fronte alla costa sud-orientale della Grecia, dove prende parte alle operazioni belliche, sebbene egli da subito si renda conto di non avere nessuna intenzione di “spezzare le reni ai greci”, inoltre la fiera resistenza degli elleni rende la cosa oltremodo difficile. La guerra intanto prende una brutta piega per le truppe italo-tedesche un po’ ovunque, inesorabilmente giungendo all’armistizio dell’8 settembre del 1943. Il 9 settembre Vincenzo, come il resto dell’esercito italiano sul fronte greco, è totalmente allo sbando: gli alleati tedeschi sono diventati i nemici, gli anglo-americani sono i nuovi alleati. Nessuno sa come agire, i comandi militari non comandano più. A Cefalonia matura la tragica fine della Divisione Acqui, annientata dai tedeschi.

Di tutto ciò, Vincenzo non sa nulla, ma insieme con altri commilitoni decide di unirsi ai partigiani greci. Per quindici mesi vivrà e combatterà con loro sulle montagne dell’Eubea, dormirà ospite della bontà dei pastori o all’addiaccio, soffrirà la fame, recuperando il cibo in ogni modo, perfino nutrendosi delle tartarughe che poteva trovare e a volte addirittura del pane distribuito come Comunione nelle chiese ortodosse. In cambio dell’aiuto ricevuto dalla brava gente di Eubea, Vincenzo si adopera come iatròs, medico, fasciando ferite; intanto il pericolo non è costituito solo dai tedeschi, egli vede molti suoi compagni morire per gli stenti o colpiti dal tifo petecchiale. Per scampare al morbo, egli cerca di mantenere l’igiene personale quanto più possibile, lavandosi sempre, anche in pieno inverno, anche se l’acqua è ghiacciata. I greci serberanno sempre un buon ricordo dei militari italiani, tanto che conieranno un detto che fino a pochi anni fa chiunque sia andato in Grecia si è sentito ripetere: “italiano, greco: una faccia, una razza”.

Quando il governo italiano si decide a recuperare i suoi figli dispersi è il 10 dicembre del 1944. Vincenzo è rimpatriato e arriva a Benevento la notte del 17 dicembre 1944. Quasi non riconosce la sua città: attorno alla stazione tutto è distrutto, ovunque vi sono le macerie dei bombardamenti. Da diciassette mesi non aveva più dato notizie di sé alla famiglia e alla fidanzata, che ormai lo piangeva per morto. Quella notte, Maria sentì bussare alla porta della casa in via San Filippo e aprì con un tuffo al cuore; se lo vide arrivare come un fantasma, come qualcuno che torna da un altro mondo. Di tutte queste vicende, io non ho sentito il racconto direttamente da mio padre. Troppo ne aveva parlato al suo ritorno, restandone fiaccato, come mostra bene Eduardo De Filippo nella sua Napoli milionaria.

Ho scritto ciò che ho appreso da mia madre e dai documenti conservati come reliquie. In particolare parte di queste notizie si può desumere da un documento del Min. LL. PP. per le note di qualifica dei geometri per l’anno 1956, poiché era stato assunto presso il Genio Civile di Benevento con la qualifica di geometra avventizio il 1° febbraio 1945, definitivo il 1° maggio 1948. Un altro documento del 1952 lo riconosce come partigiano e per questo motivo gli conferisce anche una delle Benemerenze di guerra: la Croce al merito, che mi è stata purtroppo rubata insieme ad altri preziosi di famiglia nel 2018. Nelle liste dell’ANPI, mio padre non c’è. A cento anni dalla sua nascita ho voluto riparare a questa mancanza.

PAOLA CARUSO