Senza Sport non c'è rinascita! Sport

Esattamente un anno fa, di questi giorni, stava esplodendo in Italia il fenomeno Covid-19.

Un fenomeno che avrebbe, di lì a qualche settimana, paralizzato l’intero mondo (quantomeno quello occidentale) facendo collassare le nostre società così come le avevamo conosciute fino ad allora.

I sistemi sanitari sotto attacco hanno, difatti, fatto propendere le classi politico-governative, in particolar modo quelle europee ed americana, ad una radicale trasformazione della quotidianità, non più incentrata sull’equilibrio vita-lavoro, bensì sull’unico vero nuovo obiettivo: evitare il propagarsi del contagio da coronavirus.

Dopo un anno esatto, nulla è cambiato nelle nostre vite…anzi, il modello in questione è andato via via consolidandosi, cancellando di fatto dalle nostre abitudini qualsiasi parentesi legata alle passioni personali incentrate sulla libertà di movimento e sulla partecipazione collettiva.

Fra le conseguenze che potremmo definire più “vicine a noi”, visto il consueto tono di questa rubrica, impossibile non pensare alla forzata lontananza dagli stadi che ormai accompagna tutte le tifoserie, compresa quella giallorossa, da più di 12 mesi.

Questo tema assume una nuova centralità in questa prima fase del nuovo anno 2021. Tra gli accadimenti più importanti nella triste continuità pandemica vi è stato, difatti, il cambio di governo alla guida del nostro Paese. Senza entrare nel merito della questione, che esula dalle consuete analisi di questo preciso spazio giornalistico, c’è tuttavia da segnalare un particolare aspetto che ha contraddistinto il passaggio dall’uscente “esperienza Conte” alla subentrante “fase Draghi”: nessuna assegnazione della delega allo Sport, che è rimasta - di conseguenza - nelle mani del Presidente del Consiglio.

Nominata la truppa dei Ministri e la successiva squadra di Viceministri e Sottosegretari, difatti, si è scelto di non attribuire l’incarico della guida al Dipartimento dello Sport che, nel corso del 2° Governo Conte aveva visto come protagonista il pentastellato Vincenzo Spadafora.

Una scelta, questa, che molto probabilmente troverà un suo sbocco nei prossimi giorni o settimane, al massimo.

Una scelta che, comunque, delinea un’idea ben precisa di quello che sarà il ruolo dello sport all’interno della gerarchia di priorità che il nuovo esecutivo deciderà di seguire.

Senza voler scadere in una consueta ed insopportabile retorica, difatti, non si può tuttavia non ricordare che Sport non vuol dire soltanto i milionari contratti delle principali star del nostro campionato di calcio di serie A. Sport vuol dire lavoro: un indotto che, nella sua complessità, rappresenta da solo il 2% circa del PIL italiano. Sport, poi, vuol dire periferie ed inclusione sociale: aspetti, questi ultimi, aggravati in maniera pesantissima dalle restrizioni pandemiche, con effetti che potrebbero avere ricadute devastanti sull’emarginazione e sulla psicologia dei ceti popolari più fragili delle nostre comunità.

L’anno della rinascita, così come tutti si augurano possa essere questo intrapreso da due mesi a questa parte, non può non ripartire dalla socialità: un tema troppo spesso messo in secondo piano all’interno dello spiacevole ma quasi inevitabile scontro “salute-economia” che sta caratterizzando questa nostra nuova epoca…e lo sport è socialità, forse più di qualsiasi altra cosa. Anche perché, al tempo stesso, lo sport è salute, per chi lo pratica, ed è economia, per chi ci lavora.

La centralità dello sport, con tutte le sue ripercussioni su un Sistema-Paese, è emersa con forza nel discorso della “road map” tracciato da Boris Johnson, Primo Ministro del Regno Unito, nel corso del suo ultimo incontro con la stampa. Fra i temi trattati, difatti, ha avuto un suo preciso spazio dedicato la riapertura degli impianti sportivi: uno dei principali obiettivi della linea politica britannica, all’interno di quel percorso definito come complesso ma, allo stesso tempo, irreversibile.

Stadi aperti in UK vorrebbe dire un impatto non da poco anche su quello che sarà l’evento sportivo centrale della prossima estate: il Campionato Europeo di Calcio del 2021 (che andrà a recuperare l’edizione non tenutasi lo scorso giugno a causa del Covid).

L’edizione in questione, celebrativa dei 60 anni dalla prima manifestazione continentale per Nazionali, prevede l’organizzazione delle gare non in un unico Paese ospitante o in un tandem di due Stati, come avvenuto di consueto in passato, bensì una distribuzione delle sfide su tutto il territorio continentale, coinvolgendo i principali impianti sportivi di tutte le più importanti capitali europee.

L’accelerazione al superamento della crisi pandemica offerta in terra d’oltremanica, tuttavia, sta mettendo in discussione l’impianto originario della manifestazione, con una sempre più crescente propensione all’ok alla disputa di tutto il torneo su suolo britannico: una scelta, quest’ultima, che rappresenterebbe l’unica chance per poter garantire una manifestazione “a stadi aperti”, degna dell’importanza della Coppa.

Questa parentesi finale in “salsa inglese” era pienamente dovuta e doverosa, proprio per far comprendere quanto, anche dallo Sport, possa partire una rinascita che tutti noi stiamo attendendo con ansia, dopo un anno della nostra vita così brutalmente spazzato via.

ANDREA ORLANDO