Tanta gioia... sì ma i guai del Covid19 sono indelebili Sport

Grecia antica a parte, raramente la società civile ha avuta netta la consapevolezza che lo sport non si possa confinare in una questione di quadricipiti, di corsa e capacità anaerobica e di record sulle piste.

Si capì che lo sport era anche qualcosa di più di muscoli e allenamenti, ai tempi della XI Olimpiade, quella del 1936 a Berlino, quando Adolf Hitler pensò di sfruttarla per dimostrare che “Mein kampf” non era affatto un esercizio letterario; poi ancora nel 1978, ai Mondiali di calcio in Argentina (quelli della mostruosa combine di 6-0 architettata dall’ “albiceleste”con il Perù) quando il Generale Jorge Videla volle accreditarsi (nonostante alcune decine di migliaia di “desaparesidos” che lui si divertiva a lanciare vivi nell’Atlantico dai portelloni degli aerei da trasporto militari) come il Padre nobilissimo ed amatissimo del Paese; e poi ancora nel 1980 quando gli Stati Uniti vollero fare un dispettuccio alla Santa Madre Russia/Urss sabotandone la XXII Olimpiade di Mosca.

Insomma, lo sport non è e non può essere, ed in realtà non lo è mai stato, un universo a parte, ove vivono giovanotti e fanciulle capaci di fare cose che tu, manco sognando comodamente sul divano, riesci a concepire.

Lo sport non è avulso dai rapporti economici, sociali, civili, politici: in una parola, lo sport è una componente della vita di relazione e, in quanto tale, ne diventa talora fattore trainante.

I primi mesi di questo sciagurato 2020 hanno dimostrato in modo perentorio ed inequivocabile quanto lo sport sia parte integrante della vita delle comunità.

Ed è proprio perchè lo sport si intreccia, determini, influenzi e subisca qualsivoglia altra manifestazione della esperienza umana che oggi si avverte un'atmosfera, di difficile definizione, che avvolge la straordinaria conclusione della lotta per la conquista della Serie A da parte della squadra di Mister Inzaghi e del Presidente Vigorito.

La Strega ha vinto con pieno merito - e su questo non si discute: il Benevento ha tacitato legittime velleità sportive avversarie, macinando punti su punti fino alla interruzione dei Campionati per colpa di uno sconosciuto ed invisibile nemico, chiamato Covid-19. Nemico che ha tenuto e tiene in scacco il mondo intero, avendone cambiato lo scorrere quasi-prestabilito delle cose umane, oltre che causare dolore e sofferenze indicibili in ogni angolo della Rosa dei Venti.

Con la paura del contagio e l’imposizione del “lockdown” più o meno a livello globale, ne sono uscite a pezzi Famiglie ed Imprese (a parte Wall Street che è riuscita a speculare anche su questo).

Ne è comunque uscito a pezzi lo Sport.

Dunque, per tornare a casa nostra: vorresti festeggiare un formidabile risultato sportivo costruito prima e dopo il lockdown dai Giallorossi perché, oltre ai risvolti tecnici, la Serie A onora la tua Città e ne porta in auge il nome; ma, nello stesso tempo, c'è una voce dentro la tua testa che ti dice di fermarti o, almeno, di frenare i tuoi entusiasmi, controllandoli.

Una tempesta di sentimenti agita gli animi del Sannio in questo micidiale 2020: paura per il futuro, incertezza, rabbia, delusione, voglia di ricominciare, ma anche gioia per quello che i ragazzi di Oreste Vigorito hanno fatto sui rettangoli di gioco.

Ma la somma di tutto ciò, di tutta questa gigantesca contraddizione, qual è?

Ecco: il punto è proprio questo.

Che nel caos suscitato dal Covid-19, siamo tutti come disorientati e sbandati, procediamo senza una meta. Vaghiamo storditi nella nebbia.

D'altra parte, come si fanno a mettere insieme sensazioni così disparate e diverse, quali quelle create dal Covid e dalla vittoria del Campionato di Serie B con 7 giornate di anticipo?

35 mila connazionali non ci sono più, andati via in punta di piedi, senza nemmeno una parola di conforto da parte di qualcuno: se ne sono andati nei primi mesi di quest'anno tanti Italiani che non non è possibile un raffronto statistico con le morti degli anni precedenti; 250 mila connazionali sono stati contagiati, quasi come se fossimo in una delle apocalittiche scene da pestilenza medievale.

I numeri dei sanniti deceduti ed infettati sono - è vero - molto inferiori a quelli registrati nelle aree di crisi da Covid-19, come a Bergamo, ad esempio.

Ma i numeri non sono tutto nella vita e, comunque, anche dietro quei “pochi” e comunque terribili numeri ci sono degli esseri umani, ci sono affetti, storie, passioni, amori: nessuno dei quali doveva essere spazzato via.

Una parte di quella che è la “tua” gente non c'è più e non ti capaciti come sia stato possibile che tutto ciò sia accaduto in un mondo lontanissimo anche da quello descritto da Albert Camus ne “La Peste”, che pure si riferiva agli anni Quaranta del secolo scorso, figurarsi da quello descritto da Alessandro Manzoni ne “i Promessi sposi”, ambientato nel Seicento.

Eppure è accaduto ancora oggi, che stiamo per andare su Marte: un virus ha messo in ginocchio l'essere vivente più potente del Creato. E questo provoca un profondo squilibrio nelle nostre certezze da autoreferenzialità e nel nostro delirio di onnipotenza. Oltre al dolore per le vittime.

Gioire, come si sarebbe potuto fare solo un anno fa, per il trionfo del Benevento Calcio oggi non è pensabile.

Tanto più che il calcio è una delle pochissime discipline sportive che è riuscita a trovare la quadra per ripartire; molti altri sport non hanno potuto farlo: gli sport cosiddetti “minori”, insomma, sono in ginocchio nel vero senso della parola.

E come fai a gioire per una vittoria di una Squadra di calcio se le formazioni di altre discipline forse resteranno solo un nome negli Annali?

Grazie, comunque, Stregoni per quanto avete fatto. Anche perché, probabilmente, sarà molto utile a riprendere un cammino di rinascita.

ANTONIO DE LUCIA