Il lavoro nero non si ferma nel Sannio: nuovi casi e un meccanismo radicato Cronaca

Da mesi la Guardia di Finanza di Benevento ha rafforzato le verifiche sul lavoro nero, svelando un fenomeno ampio, preoccupante e, purtroppo, ben noto a molti. In un’ispezione dei giorni scorsi, condotta presso un’attività commerciale con sede operativa a Forchia (BN), i militari hanno scoperto quattro dipendenti completamente in nero, uno dei quali addirittura minorenne. Ovviamente, nessuno di loro risultava regolarmente assunto o dichiarato agli enti previdenziali. Un episodio grave, ma è tutt’altro che isolato. Lo scorso luglio, infatti, un’altra operazione a Montesarchio aveva portato alla luce una società, operante nel Sannio, che impiegava 31 lavoratori irregolari: diciassette completamente in nero e quattordici privi di ogni copertura assistenziale e contributiva. 

Casi che, messi insieme, delineano una sintomatologia di un fenomeno radicato, che non riguarda nello specifico solo il Sannio e il Sud, ma anche l’Italia intera. Si tratta di una piaga economico-sociale che altera il mercato del lavoro, mina la legalità e alimenta lo sfruttamento, privando di diritti non solo i lavoratori attivi, ma anche i pensionati e tutti coloro che contano sulla tutela previdenziale. 

Secondo uno studio della CGIA di Mestre, condotto su dati Istat, in Italia si stimano circa 3 milioni di lavoratori non regolari, capaci di generare un capitale aggiunto “in nero” pari a 68 miliardi di euro. Di questo capitale sommerso, il 37,2% proviene dal Sud. Ma i dati del Nord non sono affatto rassicuranti: il Nord-Ovest concentra il 24,3% del lavoro irregolare, il Centro il 22%, e il Nord-Est il 16%. 

Se mettiamo in relazione queste percentuali con i tassi di occupazione - 68,6% nel Nord-Ovest, 70,5% nel Nord-Est, 66,8% nel Centro e 49% nel Sud - emerge un dato interessante: anche nelle aree più produttive e con i conseguenti tassi di disoccupazione più bassi, il lavoro nero occupa una quota consistente dell’economia. 

In altri termini, Nord-Est e Nord-Ovest, nonostante vantino i tassi di occupazione più alti d’Italia, contano oltre un milione di lavoratori irregolari. 

Il lavoro nero, pertanto, non può essere interpretato solo come una conseguenza della povertà dell’area e dalla mancanza di opportunità in generale, ma come un meccanismo strutturale dell’economia nazionale, orientato alla riduzione dei costi anche nelle aree più produttive del Paese.

Per fronteggiare un fenomeno così difficile da sradicare, il Ministero del Lavoro nel 2022 ha varato il Piano nazionale per la lotta al lavoro sommerso 2023-2025, uno strumento strategico che mira a coordinare azioni di controllo, prevenzione e incentivazione. 

Il Piano, elaborato su base Istat e correlato al PNRR prevede il rafforzamento delle ispezioni, la creazione di un Portale nazionale del sommerso per l’incrocio dei dati tra Inps, Inail e forze di polizia, oltre a incentivi per le imprese che regolarizzano i dipendenti. 

Sebbene ancora non ci siano dati sufficienti per valutare l’efficacia di questo strumento, tuttavia la crescente digitalizzazione che investe le forze dell’ordine e gli uffici preposti, rendono più facile scovare il “sommerso” e pertanto diventa sempre più difficile fare “nero”.

Un’altra arma che combatte il lavoro nero è il decreto-legge n. 19/2024 con cui il Governo ha inasprito le sanzioni per chi impiega lavoratori in nero, portandole fino a 46.800 euro per ogni dipendente irregolare, con aggravanti in caso di recidiva o impiego di minori e stranieri senza permesso. Un segnale importante, ma ancora non è risolutivo. Infatti, molte imprese, soprattutto nei settori in cui la marginalità lo permette, considerano la sanzione come un “rischio calcolato” e continuano a operare nell’irregolarità. Così, anche laddove la legge c’è, l’irregolarità finisce per essere preferita alla legalità.

Nell’analisi del fenomeno, occorre considerare la sua duplice natura: da un alto, in alcuni casi, può essere uno strumento di sopravvivenza, una speranza a cui aggrapparsi, ma dall’altro è un vero e proprio meccanismo di abbattimento dei costi del nostro sistema produttivo che calpesta ogni diritto di lavoratori e futuri pensionati, profilandosi anche come un problema intergenerazionale. Risulta chiaro che è un problema che, considerando il nostro Sannio, si inscrive in un quadro lavorativo complesso, dove sempre di più mancano le opportunità per i giovani. 

Ma allora, se si vuole fare un’inversione di tendenza, anche in vista delle imminenti elezioni regionali, si dovrebbero pensare e adottare politiche fiscali più equilibrate e incentivi estesi all’assunzione di lavoratori di tutte le fasce d’età, dai 18 ai 65 anni, non escludendo nessuno. 
E soprattutto, serve un cambio di mentalità collettiva: bisogna riconoscere valore al contratto regolare e ai diritti connessi.

ANDREA ALBANESE