Una mole di dati da archiviare! Cronaca

Perdere i propri dati. Un’esperienza che in molti hanno vissuto. Un virus o un malfunzionamento del computer, lo smartphone smarrito o rubato ed ecco che tutti quei file che abbiamo accumulato e conservato negli anni vanno perduti. Certo, non è una tragedia paragonabile all’incendio della biblioteca d’Alessandria, ma è comunque qualcosa che nessuno di noi si augura.

Fortunatamente, esistono diversi sistemi per mettere al sicuro i propri dati, su hard disk esterni, chiavette portatili (a tal proposito, oggi l’intero contenuto della biblioteca d’Alessandria potrebbe comodamente entrare in uno di questi dispositivi così piccoli da stare in un taschino) o sul cloud. Ma, se andiamo a vedere attentamente, nessuno di questi metodi ci assicura che i dati siano protetti per sempre.

Anzi, la conservazione dei dati in futuro potrebbe essere uno dei più grossi problemi (o dei più lucrosi business, se qualcuno saprà approfittarne) dell’umanità. Da una parte abbiamo una quantità di dati veramente immensa: ognuno di noi conserva una tale mole di foto, filmati, messaggi, file scaricati da internet, da riempire facilmente una biblioteca personale di tutto rispetto. Tutto ciò, moltiplicato per miliardi di dispositivi elettronici atti a conservare tali dati, ci porta ad una mole di byte al cui confronto la storica biblioteca egiziana diventa un misero taccuino per gli appunti.

Il secondo problema è l’inevitabile obsolescenza dei sistemi d’archiviazione, che fa sì che la generazione successiva alla nostra non saprà neanche come usare i dispositivi che contengono i nostri dati. Pensateci: oggi possiamo leggere pergamene e manoscritti risalenti a secoli fa, ma se troviamo un floppy disk degli anni ’90 non sappiamo cosa farne.

Dunque è possibile che i nostri file personali, o almeno una cospicua parte di essi, andranno perduti nel corso della nostra vita e che non sarà possibile per i posteri consultare i nostri ricordi, le nostre gallerie fotografiche o i nostri archivi. Uno scenario pessimista è quello di un futuro in cui storici e studiosi si troveranno tra le mani una moltitudine di dati indecifrabili, senza possedere l’equivalente digitale della stele di Rosetta, il manufatto che permise nel 19° secolo la prima traduzione dei geroglifici egizi.

Tutto sommato non è detto che sia un male assoluto. A ben pensare, non credo che gli adolescenti odierni sarebbero così felici se, in un futuro non troppo lontano, i loro figli avessero modo di visionare tutti i selfie o i video pubblicati sui social. Forse anche per questo motivo le storie su Instagram e Facebook sono visualizzabili soltanto per 24 ore e poi scompaiono.
Il problema si pone seriamente però per tutti quei dati che devono essere conservati come obbligo legale. Banche, pubblici esercizi, amministrazioni locali possiedono degli archivi ormai digitalizzati o in corso di digitalizzazione. Pensiamo alle camere di commercio, agli archivi notarili, al catasto. I pubblici registri devono essere tutelati e conservati. Ciò vuol dire che, ogni volta che mutano le tecnologie di conservazione dei dati, questi ultimi vanno duplicati ed aggiornati.

Come ho già detto, un problema che può rivelarsi anche un business: siccome tutte le tecnologie d’archiviazione digitale, anche le più obsolete, risalgono comunque a pochi decenni fa, è sufficiente un po’ di buona volontà per procurarsi dei dispositivi d’annata e rimetterli in funzione e così offrire al pubblico un servizio a pagamento per il recupero dei vecchi dati ed il loro riversamento su supporti più moderni. Già da tempo ad esempio esistono negozi che offrono la conversione di vecchi filmini di famiglia in file digitali.

Verba volant, scripta manent, recitava un antico detto. Oggi potremmo ben dire che esiste una forma di trasmissione del pensiero che può essere considerata allo stesso tempo volatile come le parole o duratura come gli scritti.

CARLO DELASSO