Considerazioni sul disegno di Legge Delega in materia di edilizia Economia
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La riforma del codice dell’edilizia del 2001 è molto attesa. Non solo per semplificare, avere norme chiare e procedure snelle, anche per favorire la rigenerazione e introdurre sul territorio nazionale definizioni e criteri uniformi, perché su questa materia Stato e Regioni hanno “competenza concorrente”.
L’altro aspetto è superare l’inadeguatezza della disciplina rispetto alle metamorfosi delle città, e contrastare la sottoutilizzazione del patrimonio edilizio. Va affermato, come è importante il principio dell’indifferenza funzionale se ben disciplinato, e i tipi d’interventi se ben definiti, a cominciare dalla “ristrutturazione” che è necessario distinguerla dalla nuova edilizia, anche nell’ottica della legge sulla rigenerazione urbana, che deve guardare alla sperimentazione.
Come è stato evidenziato da più parti la necessità è anche valorizzare il patrimonio, l’ecosistema anche con riferimento alla direttiva Habitat. È importante, tant’è che questo approccio assume rilievo nel governo delle città e nelle Università.
Va anche segnalato che la riforma deve tener conto delle macro questioni urbane, anche se legate a città medio-grandi e soprattutto a quelle dove l’overtourism affligge i residenti per via del progressivo aumento degli affitti.
Ciò impone al legislatore attenzione e prudenza, anche con rimandi ai regolamenti locali in modo da orientare meglio e localmente la questione dell’indifferenza funzionale negli immobili, rispettando il principio dell’autonomia dei comuni a regolamentare, indipendentemente dai livelli essenziali delle prestazioni comunque importanti.
Il fenomeno non riguarda solo Firenze o Roma, anche altre città. L’aumento degli affitti genera nei quartieri storici processi di gentrificazione. A questo fenomeno il Parlamento deve attenzione per garantire il sano interclassismo sociale, come è giusto.
I settori dell’edilizia e del recupero sono da sempre importanti perché coinvolgono addetti, cittadini e Istituzioni.
Oggi, questi settori possono tornare a trainare il Paese se associati a visioni di lungo periodo, con attenzione alla semplificazione e alla sperimentazione, come nel caso della rigenerazione, come le legislazioni europee ci segnalano, a cominciare dal “permesso di costruire d’innovare”, pur nel rispetto degli obiettivi di “qualità urbana” fissati dalle Città e dalla disciplina degli interventi virtuosi, segnalando un percorso ben distinto dal permesso di costruire in deroga che è rivolto ad altre alternative.
Questa visione della riforma evidenzia aspetti innovativi e creativi: la chiarezza della riforma dell’edilizia se raggiunta dall’iter, farà assumere alla pianificazione valore principale, come è giusto.
Ciò sia nella visione strutturale (come nella Campania con la riforma del governo del territorio), sia nello scenario strategico, e dei contratti d’area (le esperienze irpine o della costa Ebolitana o Domiziana) o dell’area vasta di Benevento (Città e Comuni contigui possono configurare un unico ecosistema) con la condivisione di servizi, infrastrutture, trasporti e turismo. Modello, forse, da replicare e da promuovere dalla Regione Campania.
Dunque, per molto tempo i temi della pianificazione erano considerati, quasi esclusivamente, per gli aspetti edilizi e il valore economico. Basta rileggere le riflessioni di Giuseppe Campos Venuti su Roma.
Grazie a quelle riflessioni nacque l’urbanistica riformista con il principio della perequazione, che fu applicato da Campos con il Piano di Roma. Oggi quei principi sono inclusi nel disegno di legge, insieme alla questione dei diritti edificatori e al principio della coerenza nella pianificazione generale.
Finalmente, gli attori in campo e le Istituzioni hanno colto, con consapevolezza e cultura di governo, che la pianificazione, per un territorio o una città, è sempre associata ad una visione del futuro e alla prospettiva di “permanenza delle persone che abitano quella città”.
In mancanza, la prospettiva di permanenza non c’è, e lo sviluppo non è duraturo. Ciò è fondamentale, soprattutto nel periodo che viviamo, scandito dalla rivoluzione digitale, dal lavoro a distanza e dalle problematiche sulla qualità dell’abitare delle città.
È importante che le innovazioni in genere, e quella digitale e quella delle risorse rinnovabili, assumano per i territori deboli e poco strutturati, una cornice di riferimento in modo da costruire la giusta e differenziata pianificazione strategica, fondata sul rigore analitico, sulla comprensione delle metamorfosi e le azioni per la permanenza degli abitanti.
Rigore che è necessario, per guidare le dinamiche che le metamorfosi instaurano con i residenti e con chi attraversa le città.
Una città ben progettata, suggerisce Elena Granata (Urbanista, del Politecnico di Milano) è quella che permette ai corpi di muoversi liberamente, alle comunità di riconoscersi, agli individui di sentirsi parte di un sistema vivo.
Le sue ricerche segnalano come le città, “per essere luoghi vivibili, debbano tornare a mettere al centro le relazioni, la permeabilità degli spazi, la possibilità di incontrarsi senza dover consumare”.
Invita tutti a progettare con uno sguardo lungo, capace di tenere insieme clima, mutamenti sociali, fragilità economiche e risorse ambientali: elementi che non sono più variabili esterne, ma condizioni strutturali dell’abitare.
Emerge, una nuova urbanistica riformista, basata su temi contemporanei: la fragilità economica e ambientale dei territori, il contrasto ai cambiamenti climatici e, soprattutto, la qualità urbana fondamentale per la permanenza delle famiglie nelle città.
ARCH. VINCENZO CARBONE

08/12/2025