SPOPOLAMENTO AREE INTERNE - SOVRAFFOLLAMENTO AREA METROPOLITANA. QUALE E' PIU’ GRAVE? Economia

Ormai su tutti i giornali, in ogni ambiente politico o socio-economico, vi è sempre qualche richiamo alle aree interne, soprattutto dopo la pubblicazione del contraddittorio Piano Nazionale per le Aree Interne, emanata dal Ministero competente, in cui si sostiene l’irreversibilità dello spopolamento dei territori appenninici. Sarebbe un destino segnato ed incontrovertibile. Secondo loro…

Su Realtà Sannita on line vorrei anticipare qualche concetto dell’articolo che pubblicherò la settimana entrante sul nostro quindicinale, in cui contesterò la cosiddetta “fragilità” delle Aree interne. In questo intervento vorrei invece contestare la convinzione, largamente diffusa, secondo la quale l’esodo di abitanti sarebbe la causa e non la conseguenza del sottosviluppo delle aree interne.

Non si vuole ammettere che la Campania soffre contestualmente di due mali: lo spopolamento delle aree interne ed il sovraffollamento dell’area metropolitana di Napoli. Sia l’uno che l’altro male è conseguenza della cattiva gestione delle relative risorse territoriali. Forse esagera qualche giornale quando pubblica articoli che affermano che “il fatto che il Sannio abbia una bassa concentrazione demografica è anche un valore aggiunto”. Quindi lo sfollamento non sarebbe un danno ma un valore…

Io resto convinto che non è il decentramento demografico la causa del mancato sviluppo delle aree interne, ma il contrario; e quindi dobbiamo prestare la dovuta attenzione alla Lettera Aperta dei Vescovi, laddove si invoca “uno sguardo diverso” ossia una diversa lettura delle cause e delle possibili soluzioni del sottosviluppo delle aree interne. Abbiamo letto nei giorni scorsi un articolo su Il Mattino in cui si fanno affermazioni che possono sembrare eccessive, laddove si sostiene che “la scarsa concentrazione demografica può essere anche un’attrattiva”, e questo si rileverebbe a Benevento dove, secondo quell’articolo, “è possibile frequentare un’ottima università con un rapporto umano eccezionale, con docenti e con spazi sufficienti per tutti”.

Indubbiamente è più faticoso e costoso frequentare una qualsiasi università napoletana e non solo per il sovraffollamento dei corsi ma anche per la difficoltà ed il costo degli alloggi per studenti. Le Università di Benevento, sotto questo aspetto, segnano un vantaggio, tuttavia non si deve confondere contenuto affollamento con largo spopolamento umano. Non si può pensare che la nostra città potrebbe essere più vivibile se fosse meno abitata. Si dovrebbe dire invece, che data l’attuale situazione demografica, Benevento può attirare altri studenti. Non un elogio allo spopolamento ma un invito al corretto ripopolamento.

Forse non siamo ancora tutti convinti che è più grave e meno risolvibile il problema del sovraffollamento dell’area metropolitana di Napoli che non quello dello spopolamento della dorsale appenninica. Pochi pensano che si tratti di due situazioni che potrebbero trovare una contestuale e contemporanea soluzione: l’una per l’altra.

Non tutti forse rileviamo quanto dichiarano ufficialmente le Istituzioni scientifiche sulla necessità del trasferimento di circa un milione di persone dalle colline Vesuviane e dal piano dei Campi Flegrei, aree queste esposte a continui movimenti tellurici che richiedono fughe di esseri umani. In un territorio così instabile, che rappresenta soltanto l’otto per cento della superficie regionale, vive il 55% della popolazione campana (circa tre milioni di abitanti). Gli scienziati prevedono il trasferimento di un terzo di quella popolazione. Per destinarla dove? Al centro-nord d’Italia, o in altre regioni meridionali? O prevalentemente lungo la dorsale appenninica campana, ossia in Alto casertano, Sannio, Irpinia, Cilento?

Il problema non è il reperimento degli alloggi, che lungo la Campania interna non mancano, ma la carenza di infrastrutture, di servizi e di strutture produttive all’interno della regione. Non basta organizzare il trasferimento, bisogna pensare ad un corretto e strategico insediamento di persone, servizi e attività produttive nelle aree interne, che non possono essere considerate luoghi di occasionali alloggi di sfollati, come in passato avveniva durante l’ultima guerra, dal 1942 al 1945. Gli sfollati di guerra…

Oggi si dovrebbe pensare non ad occasionali sfollamenti e fughe, ma organici trasferimenti nell’ambito di uno strategico riequilibrio territoriale della nostra regione. Non più osso da una parte e polpa dall’altra, ma osso e polpa dello stesso corpo. L’uno per l’altro.

Chi si appresta, in questi giorni, ad affrontare le prossime elezioni regionali farebbe bene a soffermarsi su questi dati. Che sono dati e non sogni.

ROBERTO COSTANZO