Il business dei fake Cronaca

“Guardati dai falsi amici”, recita la Bibbia. Raccomandazione più valida che mai oggigiorno, poiché i falsi amici sono tali non solo in senso figurato, ma letteralmente: sono amici fasulli, creati con l’IA.

Amici o follower, rigorosamente fake. Come i profili social di fedelissimi di Donald Trump, tutti seguaci dell’ideologia MAGA (Make America great again, rendiamo l’America di nuovo grande), scoperti negli Stati Uniti: uomini, donne, giovani o meno giovani, prevalentemente ma non esclusivamente dalla pelle bianca, tutti account fabbricati ad arte con l’intelligenza artificiale.

I politici che vantano nutrite schiere di falsi follower non si contano, in America ma anche qui in Italia. E se vogliamo essere sinceri, quella dei profili fasulli è una piaga che esiste da ben prima della diffusione dell’IA.

Bot, chatbot o affini affollano la rete da tempo e seguono (a volte commentando anche) non solo politici o divi del cinema e dello sport, ma persino utenti comuni. Tutti coloro i quali possiedono un profilo social aperto al pubblico (che chiunque può seguire, senza il filtro dell’accettazione dell’amicizia), scorrendo tra gli amici e follower possono individuare facilmente quelli fasulli. Si tratta di solito di account privi di contenuti o che pubblicano ciclicamente le stesse foto e gli stessi post.

Perché esistono?

Se nel caso dei politici è facile intuire la risposta (dare di sé l’immagine di una figura popolare con una folla adorante al seguito), per gli utenti comuni il discorso è più complesso. Chi crea questi account fasulli punta sulla legge dei grandi numeri: segue tantissimi utenti, famosi oppure no, sperando che almeno una parte di costoro ricambi seguendo a sua volta il profilo fasullo, che in questo modo, con un elevato numero di follower, può diventare popolare. A quel punto, inizierà a pubblicare contenuti pubblicitari, monetizzando il profilo. Moltiplicando quest’operazione per un gran numero di account fasulli, possiamo renderci conto che il business dei profili fake può rivelarsi remunerativo, se ci si dedica assiduamente.

Con la nascita dell’intelligenza artificiale è diventato ancora più facile creare account fasulli. Possiamo immaginare che, nei più svariati angoli del pianeta, esistano persone che dedicano le loro giornate a dar vita a profili fittizi che poi lanciano nel mare magnum dei social come tante esche. Ovviamente Meta e le altre big data provvedono periodicamente a ricercare i profili falsi per poi rimuoverli, ma inevitabilmente altri ne spuntano fuori subito dopo.

D’altronde, viviamo in una realtà in cui il falso è all’ordine del giorno ed attira la nostra attenzione molto più del vero. Ne è un esempio lampante la foto (anch’essa fasulla) della premier Giorgia Meloni in sottoveste che di recente ha circolato in rete, ricevendo anche un discreto numero di commenti indignati, fino a quando la diretta interessata non ha provveduto a denunciarla come fake (facendo notare, non senza una certa autoironia, che la falsa premier era molto più attraente di quella vera).

È senza dubbio degno di biasimo chi condivide, spacciandola per autentica, una foto in cui la Presidente del Consiglio posa come se fosse una modella di biancheria intima. Ma cosa dovremmo pensare di tutti quelli che la ricondividono o la commentano prendendola per vera? Che si tratta di creduloni, di persone facili da prendere all’amo? Probabilmente, ma forse a loro parziale discolpa dobbiamo far notare che è diventato arduo distinguere il falso dal vero, in un mondo in cui l’inquilino della Casa Bianca arriva a pubblicare un’immagine di sé stesso nei panni del Mandaloriano di Star Wars.

CARLO DELASSO