Sud e Aree interne, intervista a Giovanni Barretta Economia

Intervista a Giovanni Barretta, economista beneventano, che da presidente del Tavolo tecnico dell’Intergruppo Parlamentare “Sviluppo Sud, Aree fragili, Isole, minori” da 4 anni affianca il legislatore nel proporre un nuovo approccio alla questione meridionale e, in particolare, a quelle dei territori più fragili come le aree interne, individuando soluzioni concrete e socialmente sostenibili

Da economista nato a Benevento e profondamente radicato nel Sannio, quanto sono importanti le aree interne e le specificità locali (come quelle della provincia di Benevento) nel più ampio disegno di rilancio del Mezzogiorno?

Partire innanzitutto dalle esatte definizioni. Le aree interne sono quei territori fragili, distanti dai centri principali di offerta dei servizi essenziali, troppo spesso abbandonati a loro stessi, che - però - hanno un peso importante nel nostro Paese, in quanto coprono complessivamente il 59% dell’intera superficie del territorio nazionale, in cui ricadono  il 48,5% dei Comuni (3.834 tra Comuni Intermedi, Periferici e Ultra-periferici) ed il 23% della popolazione (circa 13,5 milioni di persone), con la previsione di una loro apposita perimetrazione e la definizione per esse di una specifica strategia d’intervento: la SNAI (strategia nazionale aree interne). Tale processo di selezione, avviato nel 2013 e completato nel 2017, ha individuato 72 aree, composte da 1.060 Comuni. Nel 2021 si è concluso anche il processo di approvazione delle strategie di tutte le 72 aree, con la sottoscrizione di 72 Accordi di programma quadro (ApQ), per un complesso di interventi di circa 1,1 miliardi di euro, di cui 700 milioni coperti da Fondi Strutturali e di Investimento Europei. 

Facciamo qualche riferimento in particolare per la Campania, con le sue 4 aree interne SNAI (Alta Irpinia, Vallo di Diano, Cilento Interno e Tammaro-Titerno), passate poi a 7 con “Alto Matese”, “Sele Tanagro Alburni -SETA” e “Fortore - FARO”. 

La Regione Campania con l’ultima programmazione ha selezionato sette aree obiettivo, che coinvolgono 143 comuni. A 13 anni dalla sua sperimentazione, la strategia non ha dato, tuttavia, i risultati sperati, atteso che in questi anni il divario delle aree interne è addirittura cresciuto. Ciò è dipeso, principalmente, dall’incapacità di programmare gli interventi sul territorio e impegnare e spendere, bene e velocemente, le risorse finanziare assegnate. Alla data di scadenza della rendicontazione fissata al 31/12/2025 per la programmazione 2014/2020, la SNAI Campania ha raggiunto un avanzamento finanziario assai inferire alle risorse stanziate. Aggiungo che la progettazione 2021-2027 non è stata neppure avviata, col concreto rischio di disimpegno delle relative ingenti risorse finanziarie già previste. Le responsabilità sono molteplici e di varia natura; tuttavia, molte di esse, sono da ascrivere all’incapacità dei piccoli comuni che non dispongono di uffici, organizzazione e competenze tecniche adeguati per progettare ed eseguire interventi complessi e di sistema. Per le aree interne, si pone, quindi, la necessità di ridiscutere la stessa impostazione della politica SNAI e della perimetrazione e classificazione delle aree interne.

Il Governo ha previsto una nuova governance, affidata a una “Cabina di regia”, col compito di adottare il “Piano strategico nazionale delle aree interne” (PSNAI): un decreto che non ha risolto le criticità di sistema. 

La governance, come accaduto anche per le aree ZES (con il passaggio alla ZES Unica Mezzogiorno), ha registrato un processo di ulteriore accentramento, senza, però, prevedere strumenti efficaci per contrastare la progressiva marginalizzazione dei territori, soprattutto di quelli più periferici. Al contrario, in base all’”Obiettivo 4” del PSNAI 2025, varato nel marzo dello scorso anno, si accettava come “irreversibile” lo spopolamento di ampie porzioni del Paese, da accompagnare, inesorabilmente, ad una fine cd “dignitosa”. Solo l’incisivo intervento delle comunità e delle istituzioni locali, dei Vescovi italiani della CEI, riuniti a Benevento il 26 agosto 2025 e dell’Intergruppo Parlamentare “Sviluppo Sud, Aree fragili e Isole minori”, volto a contrastare questo tipo di impostazione, il 31 agosto 2025 il c.d. “Obiettivo 4” veniva stralciato dalla strategia del Piano SNAI dal ministero competente (Ministero per gli affari europei, le politiche di coesione e il PNRR). 

Nonostante le frettolose correzione apportate, non si scorge, ancora oggi, un’analisi critica su ciò che non ha finora funzionato.

Una cosa è certa: se, progressivamente, si favorisce il processo di accentramento di funzioni e servizi, lasciando i territori delle aree interne senza alcun presidio, in nome di una supposta maggiore efficienza ed economicità di gestione degli stessi, la desertificazione sociale ed economica non può che poi esserne una diretta conseguenza.  Se da una canto, la riforma del Titolo V° della Costituzione  ha inteso  favorire i processi di autonomia differenziata e federalismo fiscale, con la previsione di un conseguente decentramento/devoluzione delle funzioni, con un evidente strabismo istituzionale, un meccanismo opposto, di natura centripeta,  avviato già da qualche anno, tende a restituire al governo centrale quei poteri decisionali e quelle funzioni,  che  in precedenza erano stati trasferiti in maniera diffusa  sui territori, anche quelli più marginali, lasciando a questi una flebile speranza.    

In breve, la nuova Strategia potrà correggere e mitigare i divari territoriali preesistenti e contrastare i gravissimi fenomeni di spopolamento in atto, solo se riusciamo ad invertire il processo in atto di accentramento di organi, funzioni e servizi?

Dobbiamo partire dal basso, da una loro più giusta ed oggettiva individuazione e classificazione, da compiersi con automatismi e sistemi procedurali snelli e maggiormente efficaci, utilizzando appieno la leva fiscale, che - peraltro - le politiche di coesione economica, sociale e territoriale del Trattato Europeo (cfr. articolo 174, ex articolo 158 del TCE del Trattato sul funzionamento dell'Unione Europea), consentirebbero. Una fiscalità di vantaggio o la creazione di una “zona franca”, in grado di accrescere l’attrattività di questi territori, unitamente al potenziamento dei servizi pubblici essenziali (sanità, istruzione e trasporto pubblico locale) e delle infrastrutture materiali ed immateriali necessarie per connettersi ai circuiti regionali e nazionali: sono queste le principali soluzioni per contrastare il gravissimo fenomeno dello spopolamento in atto.

Occorrerebbe un cambio di passo nelle politiche di gestione delle ingenti risorse, nazionali ed europee, derivanti dalle politiche di coesione, più volte in buona parte disimpegnate e, quindi, per sempre sprecate.  

In questa direzione sarebbe assolutamente auspicabile che le amministrazioni regionali attivino task force operative per il tramite di una Agenzia all’uopo dedicata, con l’intento di sostenere ed accompagnare i piccoli comuni delle aree interne, e non solo quelli ricadenti nella classificazione SNAI, nella progettazione ed esecuzione dei progetti finanziabili da Fondi Nazionali e dell’Unione Europea. 

La ZES Unica Mezzogiorno, estesa all’intero territorio delle otto regioni meridionali, sembra aver complicato il destino delle aree interne. 

Ha inferto un ulteriore duro colpo alle prospettive delle aree interne e fragili. La omogeneizzazione del Mezzogiorno in un’unica zona economica speciale, senza nel contempo riconoscere una specialità alle aree interne e concedere a queste una qualche premialità, in termini d’intensità d’aiuto e dimensione degli investimenti minimi, ha finito col compromettere definitivamente le speranze di accogliere qui nuovi investimenti produttivi, da porre come volano di uno sviluppo sociale ed economico più ampio. In altre parole, a parità di condizioni, non vi è convenienza per le imprese a localizzare i propri investimenti in aree industriali lontane e poco attrezzate raggiungibili, come quelle delle aree interne, preferendo quelle più servite della fascia costiera, perfettamente integrate nei circuiti economici regionali e nazionali.

Gli ultimi dati pubblicati dal Sole24Ore confermano la fuga dei giovani da questi luoghi: è un dato preoccupante?

Dal 2019 ad oggi (dati ISTAT) la popolazione tra i 18 e i 35 anni residente nelle regioni meridionali si è ridotta del 7,6%, mentre nel Nord Italia è cresciuta del 4,8%. Si tratta di un fenomeno sempre più grave che accentua i divari territoriali già esistenti, che si traduce in un vero e proprio esodo dal Sud verso le aree economicamente più dinamiche: 313mila under 35 negli ultimi 6 anni hanno abbandonato il Sud, di cui il 60% laureati: Sardegna, Isernia, Oristano, Crotone e Benevento le più colpite. Il dato è assolutamente preoccupante e la politica non può rimanere a guardare; occorre una strategia diversa rispetto al passato che metta al centro i giovani e le enormi potenzialità del Mezzogiorno, finora inespresse. 

In Campania si registra una variazione negativa del 7,3%. In riferimento ai giovani residenti, spicca il dato della provincia di Benevento: l’11,7% in meno. 

La beffa risulta doppia se si considera la circostanza che, a differenza del passato, il 60% di questi giovani sono laureati - quindi istruiti e formati con investimenti che vengono dai territori e dalle Università del Mezzogiorno - che vanno ad accrescere il Pil di altri territori che nulla hanno fatto e speso finora per formarli. L’ultimo rapporto SVIMEZ osserva un altro fenomeno: quello degli ultra 65enni che, una volta in pensione, lasciano anch’essi il Sud e le aree interne per raggiungere i figli. Le ragioni dell’esodo e, quindi, dell’incapacità per il Sud e i territori fragili nel trattenere i giovani ed essere attrattivi, corrono lungo due principali direttrici: il permanere di gravi carenze nell’erogazione dei servizi pubblici essenziali; i bassi salari che, oltre ad essere una questione nazionale, ha un impatto maggiore nel Sud e nelle aree più interne.

C’è una via d’uscita, realmente perseguibile? Cosa fare per i giovani per farli sognare… di restare?

La risposta è complessa ed articolata. Per mitigare i divari territoriali e il fenomeno dello spopolamento, occorre in primo luogo superare il criterio della spesa storica nel finanziamento pubblico ed assicurare un adeguato livello dei servizi pubblici essenziali in sanità, scuola, trasporto pubblico locale, con un rapido e pieno raggiungimento dei  c.d. LEP; potenziare il sistema delle infrastrutture materiali ed immateriali che escludono queste aree dai circuiti regionali e nazionali; usare la leva fiscale per la realizzazione di “zone franche” o quantomeno implementare una fiscalità di vantaggio che renda attrattivo rimanere o ritornare in questi territori. Queste, a mio avviso, sono le condizioni minime indispensabili per far sognare i giovani a restare. 

Facciamo anche qui qualche esempio concreto.

Le politiche del lavoro e la sua organizzazione: lavoro agile o smart working, realizzazione di postazioni di coworking, accanto alle altre forme di flessibilità; riformulazione delle politiche energetiche con la previsione di un sistema che garantisca l’effettiva ricaduta sul piano locale degli ingenti profitti che produce  la gestione delle enormi risorse da fonti rinnovabili  che questi territori possiedono, dal sole all’acqua, dal vento alle biomasse; oltre a rivedere il sistema di centralizzazione dell’organizzazione della PA che ha ridotto ed accorpato drasticamente la presenza sul territorio di presidi e uffici pubblici in nome di una supposta economicità di gestione che non considera però gli effetti negativi dell’abbandono di queste aree e favorire, o rendere obbligatorie, le fusioni e/o unioni fra i piccoli comuni per la gestione comune di servizi.

Le priorità che avete individuato come Tavolo tecnico dell’Intergruppo parlamentare “Sviluppo Sud, aree fragili, Isole minori” per colmare il gap socio-economico e infrastrutturale di questi territori?

Il Tavolo tecnico che da quattro anni ho l’onore di presiedere, con numerose iniziative assunte sul piano tecnico- legislativo e anche scientifico e divulgativo, sin dall’inizio di questa legislatura ha accompagnato il legislatore nel proporre un nuovo approccio alla questione meridionale e, in particolare, a quelle dei territori più fragili, come le aree interne, proponendo soluzioni concrete. In questa direzione mi piace ricordare la Mozione al Governo sulle Aree Interne (1-00354), approvata all’unanimità alla Camera il 4 novembre 2024, che rimane un atto importante di invito all’Esecutivo ad ispirare le sue politiche economiche e di programmazione, ponendo particolare tutela a queste aree svantaggiate, che corrono da Nord a Sud del nostro Paese. Nel maggio scorso, l’Intergruppo ha riproposto alla Camera la Mozione del 2024, aggiungendo ulteriori 7 richieste per le aree interne. Ma questa volta, sulla base dell’invito alla riformulazione da parte del Governo di alcuni punti, la Camera ha approvato una versione meno impegnativa per l’Esecutivo. Si tratta comunque di proposte assai concrete, indispensabili per invertire la tendenza e contrastare i gravissimi fenomeni in atto di spopolamento e depauperamento materiale ed economico di questi territori.

Dal suo osservatorio privilegiato a Roma, quali sono le prime tre azioni concrete che un'amministrazione locale dovrebbe intraprendere per agganciare le Politiche di sviluppo nazionale ed europeo?

Invero, le soluzioni da proporre sono, per lo più, di sistema e richiedono l’intervento del legislatore nazionale e dell’Esecutivo. Con la centralizzazione della strategia SNAI e della ZES Unica Mezzogiorno, affidate direttamente al Governo, le amministrazioni locali hanno armi sempre più spuntate da mettere in gioco. Per di più, la mancanza di presidi della PA sul territorio e la quasi totale inesistenza di uffici tecnici di progettazione (spesso costituti da una sola unità in organico), impediscono ai piccoli Comuni di poter pianificare, progettare ed eseguire gli interventi. 

Con il PNRR, i piccoli comuni sono riusciti ad ottenere buone performance nella partecipazione ai bandi e nella progettazione degli investimenti, avvalendosi di risorse umane e dell’assistenza degli uffici di programmazione di ambito sovracomunale, provinciale e regionale. 

È vero, ma con la chiusura del PNRR molte di queste risorse e collaborazioni non saranno disponibili allo stesso modo e, quindi, il rischio è quello di tornare alla situazione precedente. Tuttavia, qualcosa si può fare anche sul piano locale. Le prime tre azioni concrete che un’amministrazione dovrebbe intraprendere per agganciare le politiche di sviluppo nazionale ed europeo: 1) avviare le procedure per la fusione dei comuni, la cui popolazione sia inferiore a 5.000 abitanti, per la gestione comune di alcuni servizi, tra cui quello della progettazione dei fondi nazionali ed europei; 2) assumere iniziative finalizzate ad agevolare la costituzione di comunità energetiche e, al contempo,  richiedere o rinegoziare con gli Enti e le imprese, che, sul territorio,  gestiscono le risorse energetiche da fonti rinnovabili,  condizioni e accordi che prevedano un’effettiva ricaduta sull’economia locale, a favore di famiglie ed imprese,  degli enormi  profitti generati dal loro sfruttamento; 3) sollecitare gli enti sovracomunali di Regione e Provincia e concordare con essi e con gli altri comuni del comprensorio, il necessario ed adeguato finanziamento del trasporto pubblico locale, anche proponendo ed incentivando nuove modalità più flessibili ed efficaci, come il trasporto a chiamata (on demand) e il riutilizzo delle linee ferroviarie in disuso ancora esistenti, chiedendo che vengano  garantiti collegamenti stabili con aeroporti e linee ferroviarie di alta velocità e che venga approvata la gratuità dei servizi di trasporto pubblico locale per studenti residenti nelle aree interne.

Riguardo alla “Autonomia differenziata”, la sua tesi di fondo è molto semplice: prima bisogna garantire servizi uguali per tutti i cittadini (LEP) poi si può parlare di autonomia regionale, altrimenti chi è già avvantaggiato cresce e chi è in difficoltà peggiora! 

Ho avuto modo di approfondire la questione e, come economista meridionalista, spiegare il mio punto di vista, intervenendo in sede di audizione presso la 1° Commissione Affari Costituzionali della Camera dei Deputati il 20 marzo 2024 sul disegno legge Calderoli n.1665 sull’Autonomia differenziata e poi, per ben due volte il 2 luglio 2025 e il 22 maggio 2026, in  Commissione Bicamerale per l’Attuazione del Federalismo Fiscale. La questione centrale ed ineludibile, sia per il federalismo fiscale (per l’attuazione dell’art.119 Cost.), che per l’autonomia differenziata (per l’attuazione dell’art.116, terzo comma Cost.), rimane la vexata quaestio dei LEP, con i relativi costi e fabbisogni standard, accanto ai profili perequativi con l’istituzione del relativo fondo, senza vincoli di destinazione, per i territori con minore capacità fiscale per abitante, come ci ricorda lo stesso art.119, terzo comma Cost.. 

Sulla rilevanza della corretta e tempestiva determinazione dei LEP, rispetto al più generale tema delle diseguaglianze sociali ed economiche, su base territoriale, giova ricordare che già la Corte costituzionale nella sentenza n. 220 del 2021 aveva richiamato il legislatore a superare il ritardo nella loro definizione, osservando, come tale adempimento fosse ritenuto «particolarmente urgente anche in vista di un’equa ed efficiente allocazione delle risorse collegate al PNRR». Secondo la Corte, la mancata individuazione dei LEP «rappresenta un ostacolo non solo alla piena attuazione dell’autonomia finanziaria degli enti territoriali, ma anche al pieno superamento dei divari territoriali nel godimento delle prestazioni inerenti ai diritti sociali».  In assenza dei LEP, evidentemente, il criterio di finanziamento rimane quello della spesa storica, che non solo non corregge i divari preesistenti nell’accesso ai servizi pubblici, ma addirittura li amplifica, favorendo il processo di spopolamento in quelle regioni (soprattutto nel Mezzogiorno) che non riescono a garantire livelli adeguati di prestazioni per i servizi pubblici essenziali.

Un tema ineludibile è la perequazione infrastrutturale.

È fondamentale: se non s’interviene con chiarezza e decisione, rischiamo di pregiudicare tutti gli sforzi compiuti, anche relativamente ai LEP, nella direzione di correggere le diseguaglianze economiche e sociali nell’accesso ai servizi pubblici. Su questo fronte, i ritardi sono ancora più gravi, rispetto a quanto avvenuto per il LEP. Senza una propedeutica e approfondita ricognizione dei gap infrastrutturali preesistenti, non si potrà procedere alla fase di programmazione ed intervento e, quindi, dare concreta attuazione alla legge 42/2009. Si badi bene, con la riforma del Titolo V° della Costituzione avvenuta nel 2001, l’autonomia differenziata e il federalismo fiscale sono obiettivi pienamente legittimi da perseguire. La questione è farlo in modo corretto e, soprattutto, equo, tenendo conto delle situazioni di partenza e, quindi, dei divari territoriali esistenti, in termini di LEP e dei gap infrastrutturali fra Nord e Sud del Paese e tra Centro e Periferia. L’obiettivo primario, dunque, è quello di farlo, garantendo la coesione sociale. 

I modelli attuali di economia politica utilizzati per governare i mercati e i processi di crescita nazionali sono, sostanzialmente, caratterizzati dal fatto di prevedere una bassa coesione sociale ed un’alta competitività tra le aree. 

In un modello dove c’è forte competitività tra le aree, che è la logica che sembra sottendere la legge sull’autonomia differenziata, è evidente che valga il principio della giustizia coincidente con l’utile del più forte. Compito dello Stato, a mio avviso, dovrebbe essere quello di tenere basso il livello di competitività tra le aree e, quindi, all’interno del Paese, in modo da aumentare la coesione sociale. Se quest’ultima aumenta, si accresce un interesse pubblico, condiviso come interesse nazionale tra le diverse aree e, quindi, il prius dell’azione economica non è più la ricerca dell’utilità di una singola area, bensì dell’intero sistema nazionale, dove la crescita dell’utilità di una singola regione, poniamo per esempio il Mezzogiorno, genera meccanismi di crescita che possono fare da volano anche per le regioni del Nord.

Non è quindi un problema di modello, ma di approccio. 

Se usiamo un approccio competitivo, l’autonomia differenziata e lo stesso federalismo fiscale producono meccanismi di sperequazione; se, invece, scegliamo un approccio di coesione sociale e la norma viene migliorata per accrescere il meccanismo di coesione, potrebbe anche diventare volano non di crescita ma di sviluppo economico, dove la crescita inizia a diventare anche fattore di sviluppo e, quindi, di miglioramento della condizione di vita dei cittadini. Mi lasci fare un’ultima riflessione: nella nuova programmazione dei fondi europei 2028/2034, intravedo il serio rischio di uno sbilanciamento nell’allocazione di risorse a favore di politiche per il riarmo e la difesa comune, per il green deal e l’energia, a scapito di quelle più direttamente riferite alla coesione che, probabilmente, andranno progressivamente indebolendosi. E su questo, l’attenzione di chi si occupa di politica dovrà essere massima!

Recentemente, come Intergruppo parlamentare avete sostenuto iniziative culturali innovative per il Meridione. In che modo la valorizzazione del patrimonio storico e culturale può diventare un generatore concreto di economia e lavoro per i giovani? - vedi il restauro della Gioconda Torlonia, opera di elevata qualità. 

Abbiamo un patrimonio storico e culturale, oltre che naturalistico, d’immenso valore, che rimane nascosto e scarsamente valorizzato, che viceversa può diventare un generatore di sviluppo per l’economia locale. In questa direzione, l’Intergruppo parlamentare ha assunto diverse iniziative, promuovendo sui territori mostre itineranti per “esportare bellezza” nelle aree interne del Mezzogiorno. Dopo aver insignito dell'alta onorificenza diverse personalità di caratura internazionale, dall'attore Robert De Niro a Papa Leone XIV, abbiamo celebrato l'arte italiana mettendo in scena la suggestiva rievocazione storico-artistica del celebre e misterioso dipinto della Gioconda Torlonia, nota anche come la Gioconda di Montecitorio: un’opera di enorme pregio, su cui da tempo si è alimentato un vivace dibattito scientifico circa la sua reale attribuzione. Secondo alcuni, potrebbe anche essere stata realizzata nella stessa bottega di Leonardo. È nostro intento chiedere in prestito alla Camera la Gioconda Torlonia, facendola uscire per la prima volta (da oltre 100 anni) da Montecitorio per essere esposta presso la rete museale minore delle aree fragili del Paese: farla uscire dai Palazzi delle istituzioni per farle incontrare i cittadini e i territori più lontani, generando interesse che può tradursi anche in un formidabile volano economico per queste aree. Nel percorso proposto, le prime tappe della mostra saranno le città di Matera, Venosa, Gaeta e Benevento e altre in corso di definizione. 

Chiudiamo con una domanda sul suo ultimo lavoro editoriale, Voci dal Nilo, dove emerge la passione per la storia e per l’arte. Sarà la bellezza a salvare i nostri luoghi?

Intanto dire basta ad iniziative scollegate da una pianificazione e strategia di più ampio spettro, che deve coinvolgere tutti gli altri ambiti e attori in gioco: dal comparto delle energie rinnovabili a quello agro-alimentare, con le sue innumerevoli eccellenze, dal patrimonio naturalistico al ruolo fondamentale delle Università e dei Centri di ricerca. In questo percorso di valorizzazione del territorio e, in primo luogo, del mio Sannio, con la sua nobile storia confinata per troppo tempo nell’oblio, ho voluto ricordarne un pezzo che riguarda il periodo della sua contaminazione egizia, culminata con l’edificazione (tra l’88 e l’89 d.C.)  del Tempio della Dea Iside. E così, in un’opera (“Voci Dal Nilo”), dedicata alla celebrazione degli artisti dell’Opera contemporanea egiziana, ho voluto approfittarne per rievocare il mito della Dea Iside. La scoperta del Tempio di Iside a Benevento e del culto della dea della magia, della fertilità e della maternità, può diventare un nuovo attrattore culturale, in grado di generare importanti flussi turistici legati all’egittologia. Iside può costituire l’occasione per riscoprire l’illustre storia della città di Benevento e del Sannio, passata attraverso diverse e gloriose età: sannitica (VIII secolo a.C.- 268 a.C.), romana (268 a.C.-571 d.C.), longobarda (571-1077), pontificia (1077-1860), fino a diventare provincia d’Italia. Una storia davvero nobile quella di Benevento, al pari di un’antica capitale, anche se oggi pressoché “dimenticata”, che, però, ha la concreta possibilità di essere rivalutata, attraverso la progettazione di circuiti ed itinerari turistici, in grado di innescare processi di sviluppo di più ampia portata. Evidentemente, sebbene si tratti di un segmento del mercato turistico piuttosto circoscritto ma altamente redditizio, investire sulla cultura egizia può costituire un moltiplicatore silenzioso, in grado di attivare significativamente l’economia locale. E questo, è tanto più importante per le numerose aree fragili, che corrono da Nord a Sud dello Stivale, che ne hanno le condizioni e le potenzialità. La bellezza salva sempre! Basta volerlo!

GIUSEPPE CHIUSOLO