A Castelpagano il convegno 'Le aree interne che generano futuro' organizzato dalla Coop. Sociale Giada. Intervista a MARIA ROSARIA LEONARDO In primo piano
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Le aree interne costituiscono uno dei patrimoni più autentici del nostro Paese. In esse si concentrano storia, cultura, identità, relazioni umane, tradizioni produttive e un patrimonio ambientale che rappresenta un valore inestimabile non solo per le comunità che le abitano, ma per l'intera collettività. Negli ultimi decenni, tuttavia, tali territori stanno vivendo una trasformazione profonda. La costante diminuzione della popolazione residente, il progressivo invecchiamento demografico, la riduzione dei servizi essenziali, la chiusura di attività economiche e commerciali, la difficoltà nel garantire il ricambio generazionale e la continua migrazione dei giovani verso i grandi centri urbani stanno modificando profondamente il volto delle nostre comunità.
In occasione del convegno Le aree interne che generano futuro, organizzato dalla Cooperativa Sociale Giada a Castelpagano, abbiamo intervistato la dott.ssa Maria Rosaria Leonardo, coautrice, insieme a Elio Mendillo e Caterina Nicolais, del volume Aree Interne e Strategia Nazionale Aree Interne. Teorie, costruzioni, policies (Denaro Libri), nonché componente, insieme a Elio Mendillo, del gruppo di lavoro che ha contribuito alla definizione della Strategia dell'Area Interna Tammaro-Titerno.
Si parla tanto di spopolamento delle aree interne. Qual è a suo avviso la strada giusta da percorrere per fermare questa emorragia?
Credo che la prima cosa da fare sia cambiare il modo in cui leggiamo questo fenomeno. Continuare a discutere soltanto di spopolamento significa guardare l'ultimo anello della catena. La vera domanda è perché, per decenni, vivere nelle aree interne sia diventato sempre più difficile e meno conveniente. È lì che bisogna intervenire. Come abbiamo cercato di evidenziare nel volume Aree Interne e Strategia Nazionale Aree Interne. Teorie, costruzioni, policies, lo spopolamento è certamente il fenomeno più evidente, ma rappresenta la conseguenza di un progressivo indebolimento dei servizi essenziali, delle opportunità di lavoro, della mobilità e, più in generale, della capacità dei territori di trattenere e attrarre persone, così da riequilibrare i fisiologici flussi in uscita.
La strada giusta, quindi, non è semplicemente cercare di impedire ad un certo target di persone di andare via, ma creare le condizioni affinchè, per altre categorie di persone, vivere nelle aree interne torni ad essere una scelta libera, consapevole e attrattiva. Questo significa investire nella qualità dei servizi, nella sanità di prossimità, nella scuola, nelle infrastrutture materiali e digitali, nella capacità delle imprese di innovare, ma anche della pubblica Amministrazione, e di creare occupazione stabile. Credo, infatti, che oggi sia maturo il tempo per considerare che le comunità che hanno un futuro non sono soltanto quelle capaci di trattenere i propri giovani; sono anche quelle che sanno accogliere nuove persone, nuove competenze e nuove energie, nonché assistere e supportare famiglie e comunità. L'inclusione, se accompagnata da percorsi di formazione, lavoro, partecipazione alla vita della comunità e welfare, può diventare un potente fattore di rigenerazione sociale ed economica. La vera sfida, quindi, non è soltanto contrastare lo spopolamento, ma costruire comunità aperte, dinamiche e inclusive, nelle quali restare, tornare o scegliere di vivere rappresenti una concreta opportunità di futuro.
Tanti giovani lasciano i nostri piccoli centri per trovare lavoro altrove. Quale potrebbe essere l’alternativa per invogliarli a restare nei propri territori?
Anche su questo tema credo sia necessario cambiare prospettiva. Non possiamo chiedere ai giovani di restare per senso di appartenenza o per nostalgia. Nessuno costruisce il proprio futuro soltanto per affetto verso il luogo in cui è nato. Il rilancio delle aree interne passa innanzitutto dalla capacità di creare concrete opportunità di vita, di lavoro e di crescita personale. I giovani scelgono di restare quando trovano prospettive concrete: occupazione qualificata, servizi efficienti, connessioni digitali, mobilità, formazione e un contesto capace di valorizzarne competenze e aspirazioni. Per questo la Strategia dell'Area Interna Tammaro-Titerno dedica grande attenzione alla formazione, all'innovazione e al sostegno delle imprese. Penso ai percorsi ITS e IFTS, ai Community Hub, al Campus diffuso, al marketplace del lavoro, ma anche agli interventi per lo sviluppo del turismo e delle filiere agroalimentari, tutti pensati per generare occasioni di crescita e occupazione qualificata. L'obiettivo non è creare lavoro assistito, ma costruire un ecosistema nel quale i giovani possano formarsi, fare impresa, innovare e sviluppare il proprio progetto di vita senza essere costretti a lasciare il territorio. Naturalmente molti sceglieranno comunque di partire, ed è giusto che sia così. Fare esperienze fuori rappresenta spesso un'importante occasione di crescita personale e professionale. La vera sfida è fare in modo che quei giovani possano anche scegliere di tornare, portando con sé competenze, relazioni e nuove idee, perché un territorio cresce quando è capace di trasformare la mobilità in un'opportunità e non in una perdita definitiva.
Quanto è importante, a suo avviso, la sinergia tra gli enti per lo sviluppo del territorio?
È fondamentale. Anzi, credo che rappresenti la condizione indispensabile per qualsiasi strategia di sviluppo delle aree interne. Condivido una riflessione sviluppata nel volume cui ho contribuito: dopo due cicli di programmazione non possiamo valutare la Strategia soltanto in termini di risorse spese o di opere realizzate. Dobbiamo chiederci se siamo riusciti a costruire fiducia tra le istituzioni, a rafforzare la capacità amministrativa dei territori, la cooperazione tra i Comuni e la partecipazione delle comunità. È questa la vera eredità che una Strategia dovrebbe lasciare. Credo che una delle lezioni più importanti della Strategia Nazionale per le Aree Interne sia proprio questa: nessun Comune, da solo, è in grado di affrontare sfide così complesse. Lo spopolamento, la mobilità, la sanità territoriale, il turismo, la scuola e la digitalizzazione non si fermano ai confini amministrativi e, per questo, richiedono risposte condivise. La Strategia dell'Area Interna Tammaro-Titerno nasce esattamente da questa consapevolezza. I Comuni hanno scelto di superare una logica frammentata, costruendo una visione comune dello sviluppo e condividendo obiettivi, strumenti e responsabilità. Ma la sinergia non può esaurirsi nella collaborazione tra enti pubblici. Deve coinvolgere anche scuole, università, imprese, associazioni, cooperative sociali, cittadini e Terzo settore, perché lo sviluppo delle aree interne non è soltanto una questione amministrativa: è un processo collettivo che richiede il contributo di un'intera comunità. In questo senso, la cooperazione tra istituzioni e comunità locali non rappresenta semplicemente un metodo di lavoro, ma il presupposto perché le strategie producano risultati duraturi e continuino a generare valore anche oltre la conclusione dei programmi di finanziamento.
La viabilità carente e una rete di collegamenti non proprio efficienti sono sicuramente le criticità che attagliano questi territori. Si doveva intervenire forse prima?
Probabilmente sì. Per molti anni le aree interne hanno scontato una progressiva riduzione degli investimenti nelle infrastrutture e nei servizi di mobilità, con conseguenze che ancora oggi incidono sulla qualità della vita delle comunità locali. Tuttavia, credo che oggi il tema della mobilità debba essere affrontato con uno sguardo più ampio. Non significa soltanto realizzare o ammodernare una strada, ma garantire alle persone il diritto di raggiungere un ospedale, una scuola, un luogo di lavoro o un servizio pubblico in tempi e condizioni adeguate. In altre parole, la mobilità è un fattore essenziale di inclusione, di uguaglianza e di sviluppo. Anche nella Strategia dell'Area Interna Tammaro-Titerno abbiamo cercato di tradurre questa visione in interventi concreti. Accanto alle opere sulla rete viaria, sono previsti uno studio complessivo della mobilità dell'area, il rafforzamento del Taxi Sociale e l'attivazione di un innovativo servizio di trasporto a chiamata, pensato per rispondere in modo flessibile alle esigenze dei cittadini e dei visitatori. La sfida, quindi, non è solo migliorare i collegamenti, ma costruire un sistema di mobilità capace di ridurre l'isolamento dei territori, favorire l'accesso ai servizi e sostenere lo sviluppo economico e turistico. È questo il cambio di prospettiva di cui oggi le aree interne hanno bisogno.
In che modo Regione e Governo possono intervenire per creare occasioni di sviluppo per le nostre aree interne che presentano bellezze uniche da mettere in mostra?
Credo che il compito delle istituzioni non sia quello di sostituirsi ai territori, ma di creare le condizioni affinché possano sviluppare appieno le proprie potenzialità. Questo significa garantire continuità alle politiche per le aree interne, semplificare le procedure amministrative, investire nei servizi essenziali e accompagnare gli enti locali nell'attuazione delle strategie, assicurando tempi certi, risorse adeguate e un costante supporto istituzionale.
L'esperienza della Strategia dell'Area Interna Tammaro-Titerno dimostra che le idee, le competenze e la capacità di progettare esistono già nei territori. Il vero valore aggiunto che Regione e Governo possono offrire è quello di garantire stabilità, continuità e una visione di lungo periodo, evitando che le strategie si esauriscano con la conclusione dei programmi di finanziamento. Naturalmente lo sviluppo non può limitarsi alla valorizzazione del patrimonio paesaggistico, culturale o turistico, per quanto straordinario. Le aree interne hanno bisogno di politiche capaci di creare comunità, rafforzare le relazioni tra le persone e valorizzare il capitale umano e sociale dei territori. Per questo le politiche pubbliche devono favorire l'inclusione sociale, l'accoglienza, l'inserimento lavorativo e la partecipazione civica, non come obiettivi distinti dallo sviluppo economico, ma come condizioni che lo rendono possibile e duraturo. E’ necessario superare la narrazione delle aree interne come territori destinati al declino e riconoscerle, invece, come laboratori di innovazione istituzionale e sociale, nei quali sperimentare nuove forme di cooperazione, di economia e di cittadinanza attiva. Le aree interne non chiedono di essere assistite. Chiedono di essere messe nelle condizioni di esprimere il loro valore. Se sapremo farlo, non saranno il margine del Paese, ma uno dei luoghi nei quali costruire il suo futuro.
LUIGI MOFFA

21/07/2026