Chi sposta i voti Società

Ormai siamo inondati di sondaggi. Siamo quelli che non si fidano dei propri occhi e se vedono le nuvole hanno bisogno della conferma delle previsioni del tempo. Gli elettori siamo noi? E dovremmo sapere come ci comportiamo quando ci capita di andare a votare.

L'elettore è il cittadino che discute, polemizza, minaccia ma, nella cabina elettorale, si fa un rapido calcolo di convenienza e rapidamente abbandona ogni velleità rivoluzionaria per rifugiarsi nella sana prudenza.

I sondaggi rispecchiano la realtà psicologica di prima del voto. E' fuori discussione che molti sono scontenti di come si comportano quelli della propria parte. E, però, molti si ritengono obbligati da un fatto di coerenza a continuare a dare fiducia a quelli della propria parte. Nella società ci sono gruppi di persone che hanno una riconoscibile identità. Questi gruppi si apparentano e si appartengono. Sono, naturalmente, dei partiti, senza bisogno di tessere o di vita associativa. Il loro comune sentire viaggia nell'etere.

Il senso di appartenenza reagisce vigorosamente ad ogni idea di fuoruscitismo o di tradimento.

Per cambiare idea o per cambiare posizione hanno bisogno di fatti traumatici prodotti da altri, mai che con le proprie mani si metta in moto una deviazione o un percorso alternativo.

Gli italiani del dopo 25 luglio 1943 proclamarono di non essere mai stati fascisti. I comunisti dopo il crollo dell'Unione Sovietica del 1989 fanno fatica ma cominciano a dire di non essere stati comunisti.

Da sessant'anni c'è in Italia un sistema giuridico-istituzionale nel quale la libertà (di pensiero, di associazione, di proclamazione delle proprie convinzioni) è il pilastro fondativo. Non è un caso della storia che questi principi di libertà non erano merce in comune commercio, tant'è che furono inseriti nella nostra Costituzione per un preciso obbligo scaturente dal trattato di pace del 10 febbraio 1947. Quel trattato, che l'Italia firmò per mano di un ambasciatore (nessun ministro si recò a Parigi) perché lo ritenne una capitolazione imposta dai paesi vincitori, impegna l'Italia a introdurre nel proprio ordinamento giuridico utte le misure necessarie per assicurare a tutte le persone soggette alla sua giurisdizione, senza distinzione di razza, sesso, lingua o religione, il godimento dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, ivi compresa la libertà di espressione, di stampa e di diffusione, di culto, di opinione politica e di pubblica riunione.

In sessant'anni si sono manifestati mille cambiamenti nel costume, nelle abitudini, nei modi di vivere. Più che frutto della libertà, intesa come assunzione responsabile di impegni e di comportamenti conseguenti, i cambiamenti sono pur essi spesso indotti da fattori esterni.

Tornando, tuttavia, alla libertà di voto, per molti essa consiste nella libertà di confermare il voto già altre volte espresso.

Se fino a quindici anni fa si diceva che la contrapposizione dei blocchi sistemati attorno alla Democrazia Cristiana e al Partito Comunista era l'origine e la causa di una sistema bloccato, oggi che tutti i partiti hanno cambiato nome e simboli e nulla è come prima come mai ci troviamo di fronte a un sostanziale pareggio tra due grossi schieramenti e tutto il resto son cespugli?

Il fatto è che la libertà c'è, ma il resto del sistema amministrativo e politico continua a funzionare con modalità autoritarie, sicché il cittadino continua a comportarsi come un suddito, indotto a ciò anche dalla metastasi dei partiti, ridottisi ormai a organizzazioni clientelari. Basti pensare al potere che hanno i partiti, ectoplasmi ideologici ma padroni delle ferriere, che decidono essi l'ordine di uscita degli eletti. Il popolo, se proprio serve a qualcosa, determinerà solo fin dove si dovrà scorrere la lista.

In una condizione del genere, non potendo sovvertire l'ordine dato dai capipartito, al cittadino non resta che confermare la sua esistenza. Dal 1994 l'alternanza al governo c'è stata pure, ma con margini di consenso talora tanto risicati da apparire casuali.

E' probabile che il 13 e 14 aprile il distacco tra Popolo della Libertà e Partito Democratico sarà meno forte di quanto dicano, ad oggi, i sondaggi. Si dice che a fare la differenza sono i cosiddetti indecisi. In realtà costoro, come quelli che risulteranno assenti alle votazioni, non costituiscono un partito. Non si possono accomunare, cioè, in una unica tendenza di voto. Anche gli indecisi, entrati in cabina, voteranno come hanno sempre votato.

Chi potrà determinare il cambiamento, se un cambiamento è ritenuto da tutti necessario?

Ci sono italiani che hanno già sperimentato la libertà di voto, nel senso che in diverse occasioni hanno operato una scelta non sulla base di una incoercibile sensazione di appartenenza ma riflettendo sulle promesse di un candidato e sulla sua attendibilità personale e ideologica. Altri italiani (e non solo quelli che votano per la prima volta) dovranno provare a liberarsi dal peso del proprio vissuto per esprimere una preferenza dopo aver approfondito le ragioni e i pregi dell'uno e dell'altro.

Se ci fate caso, questo vorrebbe dire non votare pensando a se stessi, ma votare pensando a qualcosa che somiglia, sia pure vagamente, a quel che una volta si chiamava ene comune.

MARIO PEDICINI

info@mariopedicini.it