Cosa si deve cosa si può fare Società

I politici di professione sono impegnati nelle faccende del momento e non hanno la testa per pensare alle cose future. Voi direte: ma, adesso, sistemate le nomine della sanità, si potrà riprendere il discorso del Sannio e del Molisannio?

Non è che, messo Nicola Boccalone a capo dell’Ospedale Civile (lo so che adesso si chiama Azienda Ospedaliera, ma mi piace il nome antico) e Michele Rossi alla ASL, Nunzia e Pasquale stanno a spasso. Bisogna restare vigili e già lo stare vigili, in politica, richiede un gran dispendio di energie.

Non volendo creare incubi sul futuro, ci piace ricordare che dieci anni fa, il 21 ottobre 2001, venne pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale la legge costituzionale numero 3, che passa volgarmente come quella della “modifica al titolo V della Costituzione”. Non sono previsti festeggiamenti e nemmeno commemorazioni.

La legge porta la firma di

perché venne approvata dal Parlamento quando la maggioranza ce l’aveva il centrosinistra. Fu una manovra di rara callidità. Le imminenti elezioni stava per vincerle il centrodestra, che sbandierava la devolution e il federalismo. Per impedire che Berlusconi potesse fare una devolution ed un federalismo spinto, venne varato un impianto basato sul principio di sussidiarietà. Per la prima volta in una legge (la costituzione è una legge: la legge delle leggi) venne iscritto un “principio”, la sussidiarietà. La competenza ad affrontare i problemi generali è affidata a chi sta più vicino al cittadino. Di qui il nuovo articolo 114 il quale recita: “La Repubblica è costituita dai Comuni, dalle Province, dalle Città metropolitane, dalle Regioni e dallo Stato”. Di qui la nuova formulazione dell’articolo 117 che fissa (e circoscrive) le competenze dello Stato, tolte le quali (specifiche e espressamente elencate: quelle e solo quelle), tocca alle regioni legiferare non solo nelle materie di competenza esclusiva (delle regioni stesse) ma anche su quelle di competenza “concorrente”. Certamente uno dei maggiori pasticci fu l’invenzione della legislazione concorrente tra stato e regioni, ma la Corte costituzionale ha tagliato la testa al toro decidendo che, in materia di legislazione concorrente, lo stato ha sì l’obbligo di della “determinazione dei principi fondamentali”, ma ,in mancanza, le regioni non possono restare paralizzate e possono fare uso di questa novità.

Un po’ di pazienza e vi porto al “dunque”.

Lo Stato ha legislazione esclusiva su “ordinamento e organizzazione amministrativa dello Stato e degli enti pubblici nazionali” (art. 117, comma 2, lettera g). Per quanto riguarda comuni e province, la competenza statale è delimitata così: “legislazione elettorale, organi di governo e funzioni fondamentali di Comuni, Province e Città metropolitane” (art. 117, comma secondo, lettera p). Perché la Costituzione, a proposito dei comuni e delle province, non usa la stessa terminologia usata per lo Stato? Significa che lo Stato non ha competenza sull’ordinamento e sulla organizzazione amministrativa” degli enti locali.

La Costituzione del 2001, all’art. 131, ha “costituito” le Regioni già esistenti, nel testo del 1948 solamente elencate. E per costituire nuove regioni (anche mediante fusioni di regioni preesistenti) ci vuole, quindi, una legge costituzionale. Non ha “costituito” le province e i comuni. Ci vuole una modifica alla Costituzione per abolire tutte le province. Ecco perché con la legge ordinaria della “manovra” se n’era proposta una riduzione. E con “leggi ordinarie della Repubblica, su iniziativa dei Comuni, sentita la…Regione”, si possono istituire nuove province o procedere al “mutamento delle circoscrizioni provinciali” (art. 133).

Allora, per “ingrandire” la provincia di Benevento e blindarla anche rispetto a nuovi modelli che dovessero essere proposti dallo stato (o anche, crediamo, dalla regione), servono le iniziative dei comuni “interessati”. Nel caso nostro, a titolo di esempio, potrebbero fare al caso i comuni dell’Alifano già nel passato appartenuti alla provincia di Benevento quando il fascismo nel 1927 soppresse la provincia di Caserta; ovvero i comuni della Valle Caudina ricadenti sotto la provincia di Avellino o quelli del medio Calore avellinese che fanno capo a Benevento per interessi economici e consonanze sociali.

Per fuggire dalla Campania e creare un Molisannio più grande, tale da poter resistere alle nuove regole, sempre la Costituzione emendata nel 2001 prevede (art. 132) che sia la Provincia a farne richiesta (“con l’approvazione della maggioranza delle popolazioni…espressa mediante referendum”) e che, sentiti i consigli regionali interessati, si provveda “con legge della Repubblica”.

Sistemati Boccalone e Rossi, i nostri leader politici se la sentono di proporre una delle due (o tutte e due) le cose?

Per il Molisannio, visto che l’altra domenica si vota per il rinnovo del consiglio regionale del Molise, ci sarebbe la fausta circostanza di avere cinque anni interi per telefonare, incontrarsi, trattare, spiegare.

Per tentare l’ingrandimento della provincia e restare in Campania bisognerebbe sbrigarsi e tentare entro la legislatura Caldoro.

Comunque,tutto ciò che potrà avvenire deve partire dal basso. Non ci potrà mai essere una legge statale che possa farci un “dono”.

MARIO PEDICINI

mariopedicini@alice.it

Post Scriptum

Nella “manovra” del 1927, Benevento cedette Cercemaggiore a Campobasso e, dalla soppressa provincia di Caserta, aggregò Ailano, Alife, Alvignano, Caiazzo, Castel Campagnano, Castello d’Alife, Dragoni, Gioia Sannitica, Piana di Caiazzo, Piedimonte d’Alife (oggi Piedimonte Matese), Raviscanina, Ruviano, San Gregorio, San Potito Sannitico, Sant’Angelo d’Alife e Valle Agricola. Questi comuni tornarono poi, nel 1945, alla rinata provincia di Caserta.