La scomparsa di Roberto Costanzo. Il ricordo di Achille Mottola Società
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«Anche noi sanniti, che nei secoli scorsi abbiamo contribuito con i nostri emigranti a fare grande l’America, oggi dovremmo chiederci dove vuol andare Trump con la sua politica di non accoglienza e di espulsione dei migranti». È con queste parole, con il tono franco di chi non aveva mai smesso di interrogare il presente attraverso la memoria, che Roberto Costanzo aveva affidato al suo ultimo articolo una delle sue consuete riflessioni. L’articolo era apparso su Realtà Sannita, nn. 11-12, 1/31 luglio 2026.
Mi era arrivato puntualmente, come accadeva da tempo, sulla posta elettronica. Un gesto ormai familiare, quasi una piccola consuetudine tra amici: il presidente Roberto Costanzo scriveva e condivideva. Lo faceva con tanti, con interlocutori diversi, con persone appartenenti a generazioni lontane tra loro. Non aveva mai smesso di pensare che una riflessione, quando è autentica, non debba essere custodita ma consegnata agli altri. Non potevo immaginare che quello sarebbe stato il suo ultimo articolo.
Pochi giorni dopo, un improvviso problema di salute lo avrebbe costretto a un ricovero urgente, prima in un nosocomio cittadino e poi nella vicina Campobasso. E anche allora, mentre il fisico avvertiva il peso dei novantasei anni e di una vita intensamente vissuta, la sua mente non sembrava disposta a cedere. La tempra intellettiva restava quella di sempre: vigile, curiosa, esigente. Da accorto giornalista, volle che gli portassero i suoi due giornali: Avvenire e il Corriere della Sera.
È forse questa una delle immagini che più di altre conserverò di Roberto Costanzo. Un uomo che, fino a quando gli è stato possibile, ha continuato a voler leggere il mondo. Non semplicemente a sapere che cosa accadesse, ma a capire. A mettere in relazione i fatti, la storia, le persone. A cercare nelle vicende del presente quelle radici che spesso la cronaca dimentica.
Per questo, prima ancora che un politico, Roberto Costanzo è stato per me un uomo delle istituzioni e, insieme, un uomo della conoscenza.
Nella sua lunga esperienza pubblica aveva attraversato stagioni decisive della vita italiana: uomo della Democrazia Cristiana, espressione della cultura della Coldiretti, protagonista del movimento cooperativo socio-economico, primo assessore regionale all’Agricoltura, consigliere regionale, europarlamentare, presidente della Camera di Commercio di Benevento. Ma sarebbe riduttivo fermarsi all’elenco degli incarichi.
Gli incarichi raccontano ciò che una persona ha fatto. Non spiegano ciò che una persona è stata. E Roberto Costanzo è stato soprattutto un uomo che ha saputo abitare le istituzioni senza lasciarsi ingabbiare dalle istituzioni. La sua esperienza politica e amministrativa non si è mai trasformata in una distanza dal territorio. Al contrario, più saliva di livello la responsabilità pubblica, più forte sembrava diventare il bisogno di tornare alle comunità, ai paesi, alle persone, alle storie concrete. Conosceva il Sannio in profondità, nelle sue fragilità e nelle sue potenzialità, ma non lo ha mai considerato una periferia del mondo. Era sannita senza essere provinciale; profondamente legato alla propria terra e, nello stesso tempo, naturalmente aperto all’Europa, alle trasformazioni economiche, alle innovazioni, ai grandi cambiamenti della società. Questa capacità di tenere insieme radici e futuro è forse una delle eredità più importanti che lascia.
Ho avuto il privilegio, e lo dico senza retorica, di lavorare con lui per oltre un decennio, quando era presidente della Camera di Commercio di Benevento e io ne ero il portavoce. È una delle esperienze professionali e umane per le quali, guardando oggi alla mia storia, sento più forte il dovere della gratitudine. Roberto Costanzo mi aveva voluto con sé quando lavoravo nell’ufficio Comunicazione del Comune di Caserta, durante la sindacatura di Luigi Falco. Era l’anno del Centenario della Camera di Commercio di Benevento e occorreva costruire un programma di iniziative che non fosse una semplice celebrazione, ma restituisse senso alla storia dell’istituzione e al rapporto tra la Camera e il territorio.
Tra quelle iniziative ce n’era una alla quale teneva particolarmente: l’Albo d’oro delle tesi di laurea dedicate a Benevento e al Sannio. Un progetto che, ancora oggi, considero emblematico del suo modo di pensare. Non una vetrina autoreferenziale, ma una mappa della conoscenza del territorio: dall’economia alla storia, dall’arte alla cultura, dalla pianificazione territoriale al sistema produttivo, dalla letteratura al patrimonio archeologico e monumentale, dall’ambiente alla valorizzazione del mondo rurale. Era il suo modo di dire che un territorio non cresce soltanto quando produce ricchezza, ma quando produce conoscenza su se stesso.
E, soprattutto, quando sa affidarla alle generazioni che vengono dopo. Questa attenzione verso i giovani non era di maniera. Il presidente Costanzo non li frequentava per cercare una fotografia rassicurante del futuro. Li ascoltava davvero. Con gli studenti degli istituti superiori di Benevento e della provincia sannita amava instaurare momenti di confronto autentico. Con gli universitari, in più occasioni, preferiva dialogare alla pari. E non era affatto raro che affidasse proprio a giovani studiosi la presentazione dei suoi libri. Era una scelta profondamente coerente con la sua idea della cultura: il sapere non come piedistallo, ma come conversazione.
Forse è anche per questo che l’onorevole Costanzo aveva un rapporto così speciale con il mondo della comunicazione, dell’informazione e della stampa. Era, in qualche modo, un giornalista tra i giornalisti. Aveva il gusto della notizia, ma soprattutto quello della domanda. Sapeva osservare, cogliere una contraddizione, collegare un fatto a un precedente storico, trovare dietro un episodio apparentemente marginale una questione più grande.
Le sue riflessioni non cercavano l’effetto facile. Non inseguivano l’ultima parola, ma il filo che unisce le parole. Aveva un modo molto personale di guardare agli altri. Attento e arguto osservatore, cercava quasi sempre di individuare nelle persone il meglio, una possibilità, una qualità da valorizzare. Anche quando ne coglieva i limiti, raramente si fermava al giudizio. Preferiva cercare una risorsa, una competenza, un tratto positivo da mettere a frutto. Era una forma di intelligenza umana prima ancora che politica. E proprio qui, forse, si trova la cifra più autentica del suo lungo impegno pubblico.
Roberto Costanzo ha attraversato la politica, l’agricoltura, il cooperativismo, la rappresentanza economica, il Parlamento europeo e il giornalismo senza perdere la curiosità per le persone. Non ha mai smesso di considerare il territorio come qualcosa di vivo, non come una semplice delimitazione geografica. Per lui il Sannio era fatto di comunità, memoria, lavoro, agricoltura, imprese, cultura, giovani, paesi e relazioni.
San Marco dei Cavoti era una parte profonda di questa geografia sentimentale. E lo era anche Pietramontecorvino, il paese della madre, quel piccolo borgo del Subappennino Dauno che apparteneva alla sua memoria familiare e alla sua identità. In Roberto Costanzo il legame con le origini non aveva nulla di nostalgico. Era, piuttosto, una forma di consapevolezza. Sapere da dove si viene per poter guardare più lontano.
E poi c’era la famiglia. Un legame forte, custodito con discrezione, dentro quella grande rete di affetti nella quale un ruolo speciale avevano i nipoti. Anche qui emergeva un tratto che gli era proprio: la capacità di stabilire un ponte tra età diverse, tra esperienza e futuro, tra memoria e curiosità. Forse è proprio questo che rende così difficile salutare Roberto Costanzo.
Non soltanto perché se ne va un protagonista di una lunga stagione delle istituzioni sannite, ma perché viene a mancare una voce. Una voce riconoscibile, capace di dissentire senza urlare, di argomentare senza ostentare, di ricordare senza trasformare la memoria in rimpianto. Una voce che, fino all’ultimo, ha continuato a interrogare il presente. Nel suo ultimo articolo parlava di migranti, di America, di Sannio, di storia e di politica. Ancora una volta partiva da un tema apparentemente lontano e lo riportava vicino a noi. Era il suo metodo: prendere il mondo e ricondurlo alle nostre responsabilità; prendere la storia e usarla per capire il presente. È difficile immaginare un congedo più coerente con la sua lunga vita intellettuale.
Roberto Costanzo aveva novantasei anni, ma la sua curiosità non aveva età. Ed è forse questa la cosa che più mi resta di lui: non l’età che aveva, ma l’età delle sue domande. Per questo non voglio ricordarlo soltanto attraverso le cariche ricoperte, le battaglie politiche, le responsabilità istituzionali o i risultati raggiunti. Voglio ricordare l’uomo che, in una riunione, poteva spostare improvvisamente il discorso dal dettaglio alla prospettiva generale; il presidente che sapeva ascoltare; il giornalista che non smetteva di leggere; l’intellettuale che non aveva paura di confrontarsi con chi aveva trent’anni meno di lui; il sannita capace di parlare dell’Europa e l’europeista che non dimenticava mai i nomi, i volti e le storie dei piccoli paesi. E voglio ricordare, con particolare gratitudine, l’uomo che mi chiamò a lavorare al suo fianco nella Camera di Commercio di Benevento.
Quell’incarico professionale è diventato, nel tempo, una relazione umana e intellettuale. Una di quelle relazioni che non finiscono quando termina un incarico, perché lasciano un modo diverso di guardare il lavoro, le istituzioni, il territorio e le persone. Per avermi dato quella fiducia, per ciò che mi ha insegnato senza mai atteggiarsi a maestro, per le discussioni, le intuizioni, le telefonate, le letture condivise, le iniziative costruite insieme, per quella sua incessante capacità di pensare e far pensare, mi sono sentito e mi sento onorato di aver lavorato con Roberto Costanzo.
Ora che non potremo più ricevere sulla nostra posta elettronica il suo articolo puntuale, resta qualcosa di più importante della posta ricevuta: resta la sua eredità di pensiero. E forse il modo migliore per onorarla non è ripetere ciò che Roberto Costanzo ha già detto. È continuare a fare ciò che lui ha fatto per tutta la vita: leggere il presente, ricordare la storia, interrogare il futuro e non smettere mai di cercare, nelle persone e nei territori, una ragione per credere nel domani.
Assisi - Santa Maria degli Angeli, 8 agosto 2026.
Achille Mottola

09/08/2026