Il coraggio di cambiare Società

Per secoli Benevento si è protetta facendosi circondare dai due fiumi, quasi una piccola Mesopotamia. La città romana era in contatto col mondo esterno attraverso la via Latina, l'Appia e l'Appia Traianea. I ponti che scavalcavano i fiumi erano il Leproso sul Sabato, quello senza nome sul Calore nei pressi di Cellarulo (che segnava l'ingresso in città della via Latina) e il ponte Valentino sulla Appia Traianea. A questi si aggiungevano il ponte sul torrente Serretelle e quello sul torrente San Nicola (chiamato Ponticelli e oggi sopraffatto dalla nuova viabilità). I ponti erano anche le porte difendibili nei confronti delle aggressioni esterne.

La città longobarda si rimpicciolì. Fuori dalle mura restò la città agricola e artigiana. La prima uscita della città fu oltre Porta Somma, il Castello. Nel ‘700 sorsero alcune ville sulla dorsale che divide Sabato e Calore. L'Arcivescovo Orsini fece costruire alcune chiesette a guardia della città ferita dai terremoti del 1688 e del 1702. La chiesa dell'Angelo è una di queste. Il 1800 si consegna al secolo successivo con la villa comunale. Fu il Novecento a far scoprire la bellezza e la salubrità di questa direttrice. Oltre ai villini nasce il viale degli Atlantici, il Pontificio Seminario Regionale e la nuova sede degli Ospedali Civici Riuniti Gaetano Rummo. Il tutto in continuità territoriale con la città bassa.

L'espansione dell'800 andò oltre il fiume per raccordarsi alla stazione ferroviaria. Le ferrovia, infatti, costeggiava il fiume Calore rimanendone a destra. Per scavalcare il Calore era stato chiamato Luigi Vanvitelli, impegnato a Caserta nella realizzazione della reggia borbonica:il suo ponte sostituiva, in pratica, quello della via Latina. L'arrivo del treno assegnò allo spazio che va dal fiume alla ferrovia il destino di zona industriale e commerciale. Nasce il Rione Ferrovia.

L'altro tentativo di andare oltre il fiume, questa volta oltre il fiume Sabato, coincise con una ventata culturale che aveva portato alla creazione di città nuove. Mentre il progetto di città giardino del podestà Donisi mosse solo i primi passi (i palazzi INCIS di via 24 maggio), il Rione Ciano ebbe compiuta attuazione proprio nello stile delle città nuove (Littoria, Guidonia, ma anche i borghi attorno a Foggia). Lo schema costruttivo prevede la chiesa, la scuola, una piazza, viali geometricamente perpendicolari e palazzine per i residenti.

A Benevento nasce, sul nucleo del Rione Costanzo Ciano, il Rione Libertà, che nel dopoguerra si espanderà fino a diventare, per la esaltazione dei difetti più che dei pregi, il simbolo di un rione che non si sente parte integrante della città (in diversa misura ciò avviene anche per la uova Pacevecchia, nata dopo il terremoto del 1980, e per Capodimonte, a formazione meno precisamente databile).

E proprio del Rione Libertà è opportuno parlare per affermare un concetto molto semplice. Il ruolo di un pezzo di città non può restare immutabile se tutto attorno nulla è come prima.

Il legame con la città storica non si fa solo con i ponti (che, comunque, servono: e devono essere funzionali, cioè belli e accoglienti, luogo essi stessi di incontro), ma essenzialmente distribuendo e attribuendo servizi per l'intera città (anche, come dicevamo in altro articolo, richiamando lo Statuto comunale, servizi per il territorio più vasto). Un esempio in tal senso è l'edificio di piazza Gramazio, con gli uffici della Regione Campania, il Provveditorato agli Studi e alcuni servizi della Provincia.

Il Rione Libertà nacque anche attorno ad un servizio strategicamente essenziale che oggi non esiste più. Intendo il ruolo di strada statale di via Napoli. E che strada statale. Si trattava dell'Appia, non quella antica, ma quella dei traffici tra la Puglia e Napoli e Roma. Si pensi a cos'era questa Appia senza l'Autostrada del Sole e senza la A16 Napoli-Canosa.

Si capisce perché il lato San Modesto si sentiva un rione isolato e perché su via Napoli (e non nella parte abitata) sorsero il bar, il Sale e Tabacchi, l'edicola dei giornali e perché via Napoli divenne anche il luogo di incontro degli abitanti. Gli alti pini e le nuove aiuole facevano da attrattori più che la grande piazza di San Modesto.

Sorse, poi, dall'altro lato di Via Napoli il rione INA Casa, il nuovo nucleo di un nuovo rione, con la chiesa dell'Addolorata, la scuola elementare e la scuola media Bosco Lucarelli. Emblema della separatezza (e della scorbutica incomunicabilità) è il sottopassaggio pedonale, mai usato, mai entrato nella mente di quell'unico Rione Libertà che unico non è diventato mai, se non nelle polemiche a suon di ventimila abitanti con gli amministratori comunali.

Eppure la unificazione è possibile. Basta cancellare via Napoli e disegnare un asse tra le due chiese e farne una grande piazza Navona. Non è la mia una idea originale, anzi prende spunto da cose già accadute. Solo che nel malcostume giustizialista inaugurato dopo la caduta di Pietrantonio anche quella cosa che aveva fatto Viespoli si è rotta contro la sua parte politica che è stata incapace di portare a termine una realizzazione ma è stata anche sostanzialmente incapace di difenderla.

Eliminiamo totalmente Via Napoli (tanto ci stanno le traverse parallele laterali), facciamone un giardino (o qualcosa di simile), da piazza San Modesto alla piazza dell'Addolarata si faccia un unico spazio centrale, il vero cuore del Rione, inducendovi esercizi commerciali, luoghi di aggregazione, banche, farmacie, uffici postali. Al Rione Libertà, negli anni '50 c'era anche un cinema. Per quale misterioso motivo non ci può stare oggi (con ventimila cittadini) un cinema, un teatro, un auditorium? Qualcosa, insomma, che dia l'idea di città comunità, autosufficiente. Un qualcosa che non solo non induca quelli delle Palazzine ad andare al Corso Garibaldi per sentirsi alla pari, ma che induca anche chi abita nella zona alta o nel centro storico ad andare a farsi una passeggiata, a prendere un gelato, a sentire un po' di musica a piazza...vogliamo chiamarla Giacomo Matteotti?

MARIO PEDICINI

info@mariopedicini.it