Il tifo calcistico e le sue motivazioni Società

Padri e figli sono spesso legati alle stesse passioni: lettura, cinema, televisione, caccia, pesca, sport. I figli, per imitazione dei comportamenti degli adulti di riferimento, seguono le orme dei genitori. A volte, però, se ne distaccano in modo deciso. Padre cacciatore, figlio animalista. Mamma perduta per la cucina tradizionale, figlia innamorata della gastronomia etnica. Padre tifoso del Milan, figlio fanatico della Roma. Come mai?

Un normale momento di crescita, come direbbe qualsiasi psicologo. Il giovane comincia a distinguersi dal/i genitore/i, poiché sente dentro di sé crescere l’autostima e un’autonoma capacità di valutazione. Sa giudicare da solo e rimarca questa novità con scelte nuove.

E’ capitato anche a me. Mio padre tifoso del Napoli, mio figlio del Milan. Ed io nella “terra di mezzo”: avversario di entrambi, con passione pallonara bianconera. Da moccioso petulante, chiedevo spiegazioni a mio padre sulle origini della sua fede calcistica, facendo finta di ignorare che una “fede” – proprio in quanto tale – non ha bisogno di giustificazioni. E mio padre, paziente e disponibile, cercava di trovare la spiegazione più logica: quella dell’appartenenza ad un unico ceppo etnico. Napoli era l’unica città della Campania ad avere una squadra in serie A. Era più che logico sostenerla nel tifo calcistico.

Ma, quando anche l’Avellino iniziò a calcare i palcoscenici della massima serie, entrò in crisi la spiegazione del “tifo per vicinanza”. L’Avellino, infatti, era di sicuro un elemento più rappresentativo della nostra condizione di Sanniti. Entrambi considerati dai “napoletani DOC” come “cafoni”, potevano sentirci più vicini nella qualità di abitanti delle zone interne. Ma, evidentemente, quella logica non bastava e non basta. Nello sport un grande motivo di fascinazione viene esercitato da positivi risultati sportivi. Ma il Napoli, ancora lontano dalla favola “Maradona”, non vinceva. E allora?

Anche per questo c’era - e c’è sempre! - una spiegazione per il tifoso. Non si vince perché gli altri “imbrogliano”, sono “economicamente” dei giganti e si “comprano” giudici e arbitri. Sempre per rimanere nel mio ambito familiare, mio padre aveva più che un sospetto che le famiglie ricche, che sempre sono alle spalle di squadre importanti (Agnelli, Moratti, Berlusconi) elargissero “regali”. Ad ogni arbitro una Fiat 600? A quelli più importanti una “multipla”? Chissà!

Purtroppo papà non ha vissuto abbastanza per godersi di Maradona e delle sue vittorie. Ma si è anche risparmiata l’amarezza di sentir dire - da Ferlaino, presidente del Napoli, di “quel” Napoli - che Lo Bello di Siracusa (sì, proprio quello che sembrava incorrotto e incorruttibile) era “cosa loro”. Solo a fine carriera un arbitro importante come Collina ha potuto ammettere che lui era proprio tifoso della Lazio, senza essere mal giudicato dagli altri tifosi per questa sua semplice passione.

Ma, a volte, anche i risultati sportivi contano poco. Esistono tifoserie - e quindi tifosi - ben disposte ad esultare per la perdita della propria squadra, se questo porta “svantaggio” agli avversari particolarmente “odiati”. Prendiamo, come esempio lampante, i tifosi laziali che, in determinate occasioni, hanno praticamente “regalato” partite pur di “fare dispetto” ad altre tifoserie. Il campo del tifoso è, sempre più spesso, soggetto alle invasioni di campo dei sospetti, delle congiure: proprio come avviene nella vita di tutti i giorni con argomenti ben più seri, quali l’economia, la politica, il lavoro.

Appena sei anni or sono, un mio amico ammetteva che “si stava realizzando il suo sogno, quello che lui aveva sempre saputo”, vale a dire che la Juve aveva sempre comprato tutto e tutti con Moggi ed era proprio per questo che la sua Inter non vinceva. Affermavo allora, e lo credo anche oggi, che le situazioni dello sport vanno sempre esaminate nel tempo, prima di essere ben comprese in ogni loro sfaccettatura. Oggi, forse, qualche certezza di allora viene messa in dubbio, ma non dai “tifosi”, che vivono sempre di certezze prodotte dalla loro “fede”, ma da strani magistrati, persino donne non tifose, che si occupano di queste faccende. Che tempi!

LUIGI PALMIERI

 

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