Onori e doveri Società

Cominciamo dalla targa.

Santa Sofia

Chiesa Nazionale del Ducato Longobardo

Patrimonio dell’Umanità

Cominciamo, cioè, dalla definizione del professor Kelly, massimo esperto della scrittura musicale beneventana. Non si deve dire di più e non si deve dire di meno.

Il riassunto della storia è tutto qui. La chiesa di Santa Sofia ha ricevuto la definizione di bene appartenente al Patrimonio dell’Umanità ed è, pertanto, inserita nella lista redatta dall’UNESCO.

Sotto questa sigla si cela l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura la cui conferenza generale, nel 1972, approvò la Convenzione sulla protezione del Patrimonio mondiale culturale e naturale.

Santa Sofia rientra, quindi, nel novero delle cose preziose per l’umanità intera. Da oggi si affianca a Pompei, a Castel del Monte, al centro storico di Firenze, a Santa Maria delle Grazie di Milano, alla villa del Casale di Piazza Armerina, a Pienza, alla piazza del Duomo di Pisa, a Ravenna, a Venezia, solo per citare alcune località italiane.

Perfettamente legittima, quindi, la soddisfazione e, quasi, l’esultanza del sindaco Fausto Pepe e del suo giovane assessore (“biondo e bello e di gentile aspetto”) Raffaele Del Vecchio, nonché di tutta la passata amministrazione che ha avuto il merito di cogliere una opportunità e di crederci.

Benevento ha superato l’esame di maturità. Adesso deve prendersi la laurea. Proprio come capiterà tra qualche giorno agli studenti impegnati negli esami di stato, il superamento delle prove d’esame e il bel voto saranno solo il punto di partenza verso un’altra fase impegnativa e più decisiva.

Non basterà, infatti, decidersi (comunque è ora di farlo) a vietare che si continui a giocare a pallone sul sagrato, né che si decida sull’arredo sacro (perché non rivalutare i bronzi di Giuseppe di Marzo?). Da questo momento, per esempio, Santa Sofia deve essere aperta con “orario lungo” tutti i giorni. Il turista dovrà poter avere tra le mani una guida e fors’anche una cuffia sonora sulle orecchie per sentirsi raccontare di Paolo Diacono o di Roffredo Epifanio, a proposito del quale sarebbe ora di “segnalare” la sua abitazione al Corso.

Su Santa Sofia c’è da programmare investimenti a diversi livelli per un vero “rilancio” reso propizio dal riconoscimenti UNESCO. Come per ogni operazione di valorizzazione culturale, si dovrà cominciare dal basso, a partire dagli studenti delle scuole locali affinché chi verrà da fuori possa sentire attorno a sé una atmosfera fatta di premura, di consapevolezza e di “orgoglio competente”.

Santa Sofia patrimonio dell’umanità impone a tutta la città un salto di qualità, uno scatto senza ritorno.

Santa Sofia non è una certosa situata in una campagna sperduta. Santa Sofia è una straordinaria “opera unica” inserita intimamente nel tessuto storico e civile di Benevento. Non è possibile valorizzare Santa Sofia senza pensare alla Cattedrale, a metterne fuori le porte di bronzo, a ricostruire la città circostante bombardata nel 1943. Né si possono comprendere i Longobardi a Benevento se si dovesse dimenticare la Benevento romana o se si mettesse da parte la presenza della Chiesa tutt’oggi testimoniata da documenti facenti parte (sia pure senza riconoscimenti formali) del patrimonio dell’umanità.

Per questi motivi è tutta la città che deve farsi carico di una riconosciuta “nobiltà”. Tutte le componenti cittadine devono sentire forte e irrecusabile l’impegno ad adeguarsi. A cominciare dai piccoli commercianti, per finire agli amministratori.

Sono francamente imperdonabili (e certamente non compatibili con una città entrata nell’elenco mondiale delle “imperdibilità”) certe cadute di stile degne delle più malinconiche fiere paesane.

Qualche anno fa il sindaco Pepe e l’assessore Iadanza si dolsero di certi rilievi alle luminarie natalizie. Che dire dello stile “natalizio” al quale s’è fatto ricorso, causa austerità, per la festa della Madonna delle Grazie? Non era meglio rinunciare del tutto? E, per il futuro, si può pensare ad interventi da autentica “arte luminosa”? Vogliamo accettare l’idea che nel perimetro del centro storico di Benevento non hanno diritto di cittadinanza pacchianerie di nessun genere?

E veniamo alla processione della Madonna delle Grazie.

Ernesto Galli della Loggia, sul Corriere della sera di circa un mese fa, riferendosi al rito del matrimonio del principe inglese, ha sottolineato l’inadeguatezza della classe dirigente del nostro Paese a rappresentarsi come dignitosa incarnazione di una tradizione alta, fatta anche di riferimenti religiosi.

Rimuginavo l’umiliante paragone al cospetto della statua della Madonna delle Grazie, costretta a scansare i tavolini dei bar, insolentita da una petulante amplificazione di preghiere e canti privi di grazia diffusi da malinconici altoparlanti alimentati dai soliti cavi elettrici appesi ai lampioni, per di più installata (la statua) su uno scassone di sbuffante furgoncino.

Eppure quel mare di gente che era venuta per partecipare allo straordinario evento della “uscita” della Madonna stava lì a dimostrare che c’è, nel profondo, ancora qualcosa che unisce, che tiene insieme, che può essere rintracciato, senza giri di parole, in quel che noi chiamiamo “sacro”: perché “ci chiama” e ci dispone verso un “unum sentire”.

Ebbene, di fronte a qualcosa di “sacro”, né gli amministratori (che sono stati rigorosi coi vu’ cumpra’), né gli esercenti hanno ritenuto che fosse doveroso sparecchiare per due ore i tavolini dei bar al passaggio della processione. E neanche i clienti si sono sentiti in diritto di suggerire un gesto di civiltà?

Si dirà che ci deve essere il rispetto dei diritti di chi non crede o di crede ad altro. Se i baristi avessero tolto i tavolini e gli ombrelloni e i clienti si fossero alzati non avrebbero dato la loro adesione a nessuna idea religiosa. Avrebbero semplicemente mostrato un briciolo di buona creanza.

Senza la quale non c’è dichiarazione UNESCO che possa salvarci. Senza la quale, voglio dire, anche oggi pomeriggio si giocherà a palla davanti alla chiesa Patrimonio dell’Umanità.

MARIO PEDICINI

mariopedicini@alice.it