Riscrivere i servizi pubblici Società

Ricordo perfettamente la scena. Il santagatese avvocato Mario Mongillo, liberale assessore alle finanze, illustrava il bilancio alla Rocca dei Rettori sotto lo sguardo comprensivo del presidente Pasquale Saponaro. Ad aprire il dibattito un disarmante oppositore, il monarchico Giuseppe Iannella, professore di ragioneria e tecnica all’Istituto “Alberti”, il quale premetteva: “Date da scrivere un bilancio a sette ragionieri, ne usciranno sette bilanci diversi”.

E, tuttavia, i numeri sono numeri. E, con i numeri, si possono fare solo le “quattro operazioni”.

Quando si è pensato che tutto è possibile, e che di questo tutto nessuno sarà mai responsabile, sono cominciati i guai.

Né trova fondamento nella logica e nella realtà la pretesa che i danni li devono pagare coloro che li hanno provocati. E’ successo più spesso che, nella storia, i danni li pagano “quelli che vengono dopo”. E la cosa mi appare francamente, anche se dolorosamente, inevitabile.

C’è fibrillazione anche al Comune di Benevento per il riconoscimento di debiti fuori bilancio. La regola della gestione economica è la cosiddetta universalità del bilancio, compendiata nella efficace formula: “Tutto nel bilancio, nulla fuori del bilancio”. La politica, però, suggestionata da qualche citazione dottrinaria e spinta a gonfiare le aspettative, si è data da fare nell’assegnare ai diversi centri di spesa risorse esistenti, alle volte, solo sulla carta. O, al contrario, risorse inferiori alle necessità.

Se il Comune non ha disponibilità per pagare le bollette della luce ricorre a qualche soluzione tampone, per esempio ordinando alla banca che fa da istituto cassiere di anticipare il pagamento. Più frequentemente l’ipotesi si manifesta allorché, a seguito di un giudizio, il Comune si ritrova soccombente e, quindi, è tenuto a pagare al cittadino vincitore e al di lui avvocato, quando non anche al proprio avvocato. Negli ultimi anni le spese legali hanno costituito il più ricorrente dei casi di spese che sforano le previsioni e che, comunque, sono ineludibili.

Non mi soffermo sulla origine di questa autentica patologia: che è quella di comunque resistere in giudizio, anche quando si hanno fondati motivi di soccombenza. In casi del genere dovrebbe essere esperita la via più ragionevole della transazione, cioè della amichevole composizione, che ha il duplice effetto di fotografare i costi e di evitare le lungaggini degli appelli e delle Cassazioni.

Rispetto alla testardaggine di politici e funzionari che ritengono di aver fatto il proprio dovere (e gli interessi dell’ente cui appartengono) difendendo davanti al giudice anche l’indifendibile, è il caso di ricordare che, tra le tante riforme rimaste lettera morta a causa della infingardaggine e della impreparazione tecnica e della mancanza di coraggio, c’è stata anche una legislazione che ha inteso dare concreto significato a quel “buon andamento” che, insieme alla “imparzialità”, la Costituzione (art. 97) indica quali obiettivi del funzionamento dei pubblici uffici. Ebbene, il “buon andamento” è stato precisato nella “efficacia, efficienza ed economicità” dell’azione della pubblica amministrazione.

Economicità significa saper fare i calcoli (le quattro operazioni). Se invece si contraggono impegni elettorali per far lavorare avvocati (e così incentivare anche il lavoro giovanile), certo che le mie considerazioni appaiono del tutto stonate.

E’ vero che “così fan (o hanno fatto) tutti”. Che non significa che si possa continuare a far tutti allegramente così. Una buona volta bisogna invertire la rotta.

E la crisi potrebbe apparire come una magnifica occasione.

Tutta la pubblica amministrazione, a partire dagli enti locali per finire allo stato, ha cercato di aggirare le riforme. Si dà il caso che, spesso e volentieri, i servizi di controllo interno siano stati organizzati a mo’ di barzelletta, senza la necessaria indipendenza dei “collegi”. Eppure, eliminato il visto preventivo di legittimità degli atti amministrativi, ci dev’essere qualcuno che controlli, non potendosi ricorrere per qualunque facezia al giudice ordinario, che (detto tra parentesi) si ritiene sottratto ai vincoli di “efficienza, efficacia ed economicità”.

Siamo costretti a stendere un velo pietoso sui rapporti incestuosi tra la politica e i revisori dei conti, primi garanti della correttezza amministrativa e unico funzionale cuscinetto tra la politica e la burocrazia (anche per garantire a consiglieri comunali, sindaci ed assessori, ai quali non è richiesta una competenza tecnica, di non incorrere in giudizi di responsabilità).

Salpato, in qualche modo, il capo di buona speranza dei debiti fuori bilancio, il Comune di Benevento dovrà affrontare senza indugio la riorganizzazione dei servizi e la rivisitazione delle società, soprattutto di quelle bizzarrie nelle quali il Comune stesso è socio unico. Ho qualche dubbio sulla “efficienza, efficacia ed economicità” di società in perenne squilibrio alle quali il Comune provvede a colmare le perdite.

E’ grazie a queste incredibili rilassatezze che nascono le ipotesi di soppressione e di accorpamenti. Contro le quali la politica, ovviamente, si ribella. Appoggiata, paradossalmente, da una pubblica opinione male informata e poco avvezza, anch’essa, alle “quattro operazioni”.

MARIO PEDICINI

mariopedicini@alice.it