Spesso una vendetta infinita contro l’ex Società

La separazione prima e il divorzio poi sono eventi dirompenti per una famiglia, specie in presenza di figli. Niente a che vedere con telefilm e commedie. Ci si vuole male davvero, si è pieni di rabbia e frustrazione, si arriva ad odiare l’altro. Difficile credere alla formula, molto di stile, “Rimaniamo, comunque, buoni amici!”. Anzi, a volte, è proprio la parte, che la propone, quella che sta preparando un bel “piattino” alle spalle dell’ex.

Naturalmente, in queste dolorose circostanze, ci si rivolge ai giudici competenti affinchè stabiliscano delle regole precise, non solo a salvaguardia primaria degli interessi degli eventuali figli, ma anche per regolare la situazione economica. E’ innegabile, infatti, che lo scioglimento della famiglia comporta disagi enormi, poiché quasi sempre, e con lo stesso reddito complessivo, si devono impiantare due nuovi nuclei familiari. Ognuno degli ex coniugi tira l’acqua al proprio mulino e, per alcuni decenni or sono, la situazione della donna, spesso non occupata se non solo come moglie e madre, era alquanto precaria.

Col passare del tempo, però, a mio avviso, si è arrivati all’eccesso opposto e la tutela della parte femminile viene spesso fatta valere “a prescindere”: una sorta di presunzione odiosa di “colpevolezza”, per la parte maschile, che è tenuto, comunque, a “pagare”. Faccio un esempio assai semplice. Quando i giudici fissano a favore della donna – è lei, infatti, al 90% l’affidataria dei figli minori – un assegno di mantenimento per la prole ed un possibile assegno a suo favore, tale assegno deve essere rivalutato ogni anno, secondo gli indici Istat. Basta, però, guardarsi in giro per sapere che gran parte del ceto impiegatizio ormai da diversi anni ha lo stipendio praticamente bloccato. A me non mi aumenta niente, però io lo devo fare: è giusto?

E che dire poi della quota di trattamento di fine rapporto di lavoro (la tanto attesa liquidazione), che viene pretesa dalla ex? Il lavoratore, dopo i 40 anni di lavoro, ha accantonato la sua parte di salario – sudatissima – e se la vede sfilare da sotto il naso in buona parte da chi, spesso solo per due o tre anni, è stata moglie. E’ solo in quel periodo di convivenza che, infatti, può trovare ragione la logica del dispositivo: e cioè, la donna ha contribuito fattivamente alla famiglia.

Ma se dopo la separazione, le due vite si sono staccate, spesso in case diverse e con vite assai differenti; se qualche mese dopo la donna denuncia l’ex, senza averne ragione in sede giudiziaria; se gli rende penosa la vita con richieste economiche ai limiti dello stalking; perché deve avere quei frutti non suoi? Molte sentenze prevedono che la quota parte sia calcolata in base al periodo intercorso tra il matrimonio e il divorzio. Altre, invece, hanno preso in considerazione solo il periodo tra il matrimonio e la sentenza di separazione.

A volte non è bastato neanche questo già sostanzioso lasso di tempo! Qualche giudice ha computato nel conteggio non solo la data del divorzio, pur essendo la convivenza finita da diversi anni con la separazione, ma la data in cui la sentenza è diventata effettiva, vale a dire mesi e mesi dopo!

I giudici applicano la legge, naturalmente. Ma in questa situazione da alcuni anni sono diverse le sentenze che ritengono che alla ex spetti una quota della liquidazione calcolata solo fino alla data della separazione. Dopo, è difficile individuare una qualche comunione di vita ancora esistente: è, a mio parere, una forzatura inutile che acuisce quel sottile spirito di rivalsa di uno dei coniugi a danno dell’altro. Una vendetta da gustare “fredda”, a scoppio ritardato. Ma questo con la giustizia a poco a che fare; è materia degli analisti.

LUIGI PALMIERI

 

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