Vent'anni fa lo statuto comunale Società

Il 4 novembre di vent'anni fa il Bollettino Ufficiale della Regione Campania pubblicava lo Statuto del Comune di Benevento. Entrava in vigore, cioè, l'atto normativo fondamentale disciplinante la nuova ripartizione tra attività di indirizzo e attività di gestione introdotta dalla legge 142 del 1990.

Sullo spirare della prima repubblica, il parlamento affrontò alcune nodali questioni di adeguamento della normativa ai principi costituzionali, dando esplicita illustrazione del concetto di “buon andamento” semplicemente enunciato nell'art. 97 come criterio ispiratore della attività della pubblica amministrazione.

Nell'anno 1990 videro la luce, in un susseguirsi apparentemente sfilacciato, ma invece in uno sviluppo coerente, la legge 8 giugno, n.142 sul riordino delle autonomie locali e la legge 7 agosto, n. 241 sulla trasparenza dell'attività della pubblica amministrazione e sul conseguente diritto di accesso, nonché sulla partecipazione del cittadino al procedimento amministrativo.

La 241 fissa anche il principio che i procedimenti amministrativi devono avere un termine entro il quale vanno comunque definiti. Il cittadino ha il diritto di sapere quanto deve attendere una risposta da chi è tenuto ad emettere un provvedimento.

Non so se la seconda repubblica, anche lei a quanto pare giunta al capolinea, abbia ben compreso la 241 se, ad esempio, alcune vestali della Costituzione (che evidentemente non hanno neanche letto) mostrano di scandalizzarsi se solo si accenna al problema della prescrizione nei processi (e nelle specifiche fasi dei processi).

Ma anche più modesti accoliti dei riti pubblici potrebbero interrogarsi e rispondere se veramente la pubblica amministrazione locale (quella più vicina al cittadino) ha preso l'abitudine di dare risposte tempestive, nel senso della emissione dei provvedimenti e non delle lettere cortesemente dilatorie attraverso le quali non si incorre nel ritardo (e, apparentemente, nell'omissione) di atti d'ufficio posti dal Parlamento a presidio e garanzia della concreta applicazioni delle leggi 142 e 241.

Non è un semplice caso, infatti, che la riforma del codice penale, relativamente a queste due ipotesi (il ritardo e l'omissione di atti d'ufficio) sia avvenuta con una legge del 26 aprile1990, mentre erano già in discussione la legge 142 e la 241 entrate in vigore in scia.

L'art. 72 dello Statuto recita testualmente: “Entro tre anni dall'entrata in vigore del presente Statuto, il Consiglio comunale promuove una sessione di verifica della sua attuazione, predisponendo adeguate forme di consultazione delle circoscrizioni, nonché di associazioni, organizzazioni, enti ed uffici, ed assicurando la massima informazione dei cittadini sul procedimento di verifica e sulle sue conclusioni”.

Non è fuori tema richiedere che una operazione del genere sia effettuata a venti anni di distanza. E' possibile, oggi, cogliere dello Statuto squarci di apertura che non furono afferrati subito e altre potenzialità che hanno incontrato timidezze e perplessità che sarebbe possibile superare, confidando in una cultura gestionale più consapevole, ovvero prendendo atto della inconcludenza del soprassedere (che è fratello gemello del tirare a campare).

Ricordo solamente la norma statutaria secondo la quale il consiglio si articola in commissioni, il che offre occasioni di snellezza e di responsabilità diffusa. Ciò che si articola, infatti, non è solo la lista dei consiglieri: si articola anche la gamma delle competenze.

E' una norma veramente dirompente, sol che si voglia affrontare fino in fondo l'autonomia comunale che nel 1990 non era di rango costituzionale come, invece, è oggi, dopo la riforma del titolo V della Costituzione. Gli statuti comunali erano figli di una autonomia a legislazione ordinaria. Con l'attuale articolo 114 della Costituzione, pur non volendo pensare alla riscrittura dello Statuto, se ne possono interpretare le norme con il urbo della garanzia costituzionale.

E' necessario rendere più ampi i confini tra l'attività di indirizzo del consiglio comunale e l'attività di gestione della Giunta. E' indispensabile tenere gli assessori al riparo della collegialità della Giunta, per esaltare e rendere sempre più esigibile (dalla Giunta e dal Sindaco) l'attività dei dirigenti. Per i quali urge definire requisiti soggettivi ed oggettivi tali da garantire la loro neutralità rispetto alle vicende elettorali.

Come si vede sono questioni di estremo interesse che attengono alla funzionalità, alla responsabilità e al corretto rapporto con l'utenza.

Lo Statuto potrebbe, oggi, affrontare e definire in modo chiaro il rapporto tra Giunta e Consiglio a proposito di attività prettamente gestionali, quali (per fare un esempio caldo caldo) i rendiconti, i riconoscimenti dei debiti fuori bilancio.

Mentre per questi ultimi si può immaginare un barlume di “funzione di indirizzo” da parte di un consiglio comunale (anche se è difficile ipotizzare nell'ambito delle cose opportune, che si possono o non si possono fare, il pagamento di debiti comunque acclarati), mi pare onestamente un esercizio di parlamentarismo ottocentesco la approvazione di un consuntivo, che è operazione esclusivamente gestionale. Oggi si va in consiglio comunale per una passerella delle ovvietà. La maggioranza se lo vota e l'opposizione fa la faccia feroce e vota no.

Se il bilancio preventivo rientra nella attività di indirizzo, sia pure con l'iniziativa affidata al sindaco e alla sua giunta, la verifica della regolarità contabile può essere tranquillamente compito di un dirigente di vertice, coadiuvato da un organo collegiale altrettanto tecnico, con il visto dei revisori dei conti. E ai consiglieri comunali resterebbe il diritto-dovere di conoscere gli atti.

C'è spazio, come si vede, per appropriarsi dei poteri raffigurati nelle varie norme venute fuori dopo il primo scossone di vent'anni fa.

Rispetto ad allora, c'è anche un altro soggetto autorevole a Benevento. E' l'Università del Sannio, per la prima volta così denominata proprio nello Statuto (il copyright è del professore Loris Lonardo, componente della Commissione che ne elaborò il testo). E' tempo di chiamarla in causa per una riflessione dottrinale che possa riguardare tutta la complessa varietà di soggetti istituzionali alle prese ogni giorno con inciampi di vario genere, non solo contabili e non solo penali.

MARIO PEDICINI

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