Benevento da record, ma spalti vuoti: un paradosso che interroga una città Sport

C’è qualcosa che non torna. Ed è difficile ignorarlo.

Perché raccontare la stagione del Benevento Calcio significa inevitabilmente partire da numeri che parlano da soli, quasi con imponenza. Una cavalcata trionfale, culminata nella vittoria del campionato di Serie C girone C con tre giornate di anticipo.

Ottantadue punti conquistati, dodici in più della seconda classificata - il Catania, designata alla vigilia come la grande favorita. Diciassette risultati utili consecutivi, venticinque vittorie, sette pareggi e appena sei sconfitte, di cui una sola tra le mura amiche, per di più a promozione già acquisita.

Una squadra dominante in ogni reparto: miglior attacco del girone (e di tutta la C) con 74 reti realizzate, quindici in più del Crotone; seconda miglior difesa con soli 28 gol subiti, appena tre in più del Catania. Un collettivo capace di mandare ben quattro giocatori in doppia cifra e di valorizzare individualità di prim’ordine, come Lamesta, autentico leader tra gli assistman con 18 assist - sei in più del diretto inseguitore Russo del Cerignola - accompagnati anche da 9 reti personali.

Numeri, appunto. Ma anche emozioni. Perché attorno a questa squadra si sono costruiti momenti di entusiasmo collettivo difficili da dimenticare: la festa spontanea del 6 aprile al rientro da Salerno, la cerimonia ufficiale della Lega Pro del 13 aprile con la consegna del trofeo, fino all’ultimo atto del 26 aprile, con una coreografia imponente, il giro sul pullman scoperto e una città idealmente stretta attorno ai propri colori.

E allora la domanda sorge spontanea, quasi inevitabile: com’è possibile che una squadra del genere, protagonista di una stagione così straordinaria, non riesca a riempire con continuità il proprio stadio?

Nel corso dell’intero campionato, il “Ciro Vigorito” ha superato la soglia delle 10mila presenze soltanto in due occasioni: nel big match contro il Catania e nell’ultima giornata contro il Cerignola. Episodi, non la regola. Un dato che, già di per sé, induce a una riflessione.

Ma ciò che sorprende ancora di più è quanto accaduto nella recente sfida di Supercoppa di Serie C contro l’Arezzo, unica gara casalinga del triangolare con le vincitrici degli altri gironi. Meno di 3mila i biglietti staccati. Un numero addirittura inferiore rispetto alle 5.234 tessere sottoscritte durante la stagione. Un segnale che rischia di assumere contorni preoccupanti.

Le attenuanti esistono, ed è giusto riconoscerle. La Supercoppa non ha il fascino né il peso specifico del campionato. I prezzi dei biglietti - circa il doppio per una Curva rispetto a una normale gara di stagione regolare - non hanno certamente incentivato la partecipazione. Nessuno si aspettava il tutto esaurito. Tuttavia, una presenza così distante persino dal numero degli abbonati apre interrogativi difficili da ignorare.

E sia chiaro: non è un problema tecnico, né tantomeno sportivo. Sarebbe paradossale pensare che una squadra capace di dominare in questo modo il proprio campionato non sia riuscita a creare un legame forte con la propria tifoseria. Anzi, tutto lascia pensare il contrario.

E allora forse la chiave di lettura va cercata altrove.

Forse è necessario spostare l’analisi dal campo al contesto sociale. 

Domandarsi, senza retorica ma con onestà, se il calcio - persino quello vincente - rappresenti ancora un elemento centrale nella vita collettiva della città. È davvero meno attrattiva una partita del Benevento rispetto ad alternative come una semplice “pizzata del sabato sera”? O più in generale: quali sono oggi le priorità, individuali e collettive, in una realtà come quella della “Benevento del 2026”?

Il Benevento Calcio, di fatto, rappresenta oggi una delle principali vetrine dell’intero Sannio: per visibilità, per potenzialità economiche, per ricadute indirette sul territorio in termini di turismo e indotto. Eppure, questo non sembra bastare a generare una partecipazione continuativa e diffusa.

C’è forse qualcos’altro che, nella Benevento contemporanea, riesce a creare un senso di appartenenza più forte, più immediato, più condiviso rispetto al calcio? Oppure siamo di fronte a un cambiamento più profondo, a una trasformazione culturale che ridefinisce il modo in cui le comunità vivono e supportano le proprie realtà sportive?

Sono domande aperte, volutamente lasciate senza una risposta univoca. Interrogativi che appartengono a tutto il territorio e che meritano di essere affrontati in maniera condivisa.

Con una consapevolezza, però, che non può essere ignorata: dimostrare il contrario - invertire questa tendenza e riportare il “Vigorito” a essere stabilmente pieno e pulsante - sarà una sfida tutt’altro che semplice.

E di sfide difficili da vincere, nella Benevento di oggi, per quanto possa sembrare incredibile, ce ne sono molte...ma c’è davvero qualcuno in grado di farlo di più o quantomeno al pari di quanto non abbia già dimostrato questa squadra straordinaria? 

ANDREA ORLANDO