Pacevecchia, il quartiere dimenticato Cronaca

“…Nulla in Italia è più antico di Benevento…” scriveva Edward Hutton nel 1958 e indubbiamente in questa città, che la legenda vuole fondata addirittura da Diomede, non c’è strada o viottolo che non abbia una storia da raccontare.

Purtroppo però, ciò che viene spesso mostrato e pubblicizzato non è che una parte, una porzione minima di Benevento, coincidente per lo più con il centro storico, i suoi monumenti e il tanto chiacchierato sito Unesco.

Se i riflettori rimangono incessantemente puntati sulla polemica riguardante i dehors lungo il corso Garibaldi, la restante parte della città è pressoché al buio e ignorata dalla stampa e, ancora peggio, dimenticata dalle istituzioni.

Sindaci, assessori e consiglieri comunali di ogni schieramento e credo politico hanno sempre bistrattato e tenuto nascosti quelli che erano i problemi e le mancanze di quei quartieri distanti dalla Rocca dei Rettori; gli stessi che ancora oggi sembrano non essere lambiti da qualsiasi piano strategico di sviluppo e recupero nel breve periodo.

Così come nelle nostre case per ricevere gli ospiti utilizziamo la stanza migliore, in un malcelato atto di orgoglio e vanità; così di questa città non si mostra che il cosiddetto “salotto buono” per qualsiasi evento mediatico o culturale.

In questo modo la periferia, che poi tanto lontana non è, viene puntualmente dimenticata e trascurata in ogni manifestazione pubblica, eccezion fatta per qualche tipica e saltuaria festa religiosa ormai dal dubbio gusto folkloristico.

Ad esempio, quasi nessuna strada dopo il Duomo o il palazzo del governo viene addobbata per le festività importanti come quelle natalizie; nessun rione a nord o a sud della chiesa di Santa Sofia è quasi mai incluso in progetti urbani importanti che diano lustro e riscatto ai suoi abitanti e se nel centro storico ci si preoccupa di salvare ad ogni costo la tendopoli indecorosa che si è venuta a creare, il resto dell’abitato lentamente si addormenta e muore nell’impotenza generale.

A questo declino non poteva di certo sottrarsi il quartiere Pacevecchia, oggi uno dei più popolosi dell’intero comune ma un tempo buen retiro della nobiltà locale, con le sue ville e i suoi giardini principeschi. Personaggi illustri come Papi, Cardinali e aristocratici dell’Italia preunitaria hanno soggiornato o avuto residenza proprio su questa altura che sovrasta il caseggiato, ma di tutto quello sfarzo fiabesco oggigiorno non è rimasto che Villa dei Papi, dimora addirittura di Benedetto XIII, al secolo Pietro Francesco Orsini, che ha legato indissolubilmente il suo nome e il suo blasone alla città di Benevento.

E’ proprio attorno a questo edificio neogotico, immerso nell’allora campagna, che il quartiere è nato e si è espanso a dismisura fino a inglobarlo e a sovrastarlo con i suoi palazzoni scomposti e le sue lingue di asfalto.

Pacevecchia, nonostante la sua vicinanza ai punti nevralgici della viabilità stradale urbana ed extra urbana, sembra essere nato con l’intento quasi scientifico di essere eterna periferia; la perenne emergenza abitativa e una edilizia spericolata e affaristica hanno plasmato questa parte di territorio in maniera disordinata e disomogenea tanto da essersi quasi creata una città nella città, un sobborgo che purtroppo ha ben poco di ameno o caratteristico.

Se su questa altura si ricorda ancora oggi la pace siglata nel 1530 tra fazioni beneventane avversarie (da cui il nome) oggi la politica, con la sua arroganza, sembra dimenticarsi di questi cittadini, salvo che nei periodi elettorali, mortificando e oltraggiando i sui abitanti confinati in un mondo a parte, con del bitume grossolano a pavimentare i marciapiedi e il grigio come unico colore all’orizzonte. Ci si preoccupa di abbellire (sic!) le zone centrali, ma pochissimi fondi vengono destinati alla cura e alla manutenzione di questo e di altri quartieri; quasi a voler rimarcare in ogni modo possibile l’esistenza di cittadini di serie A e di serie C e sono puntualmente caduti nel vuoto gli appelli dei vari comitati che ancora hanno a cuore la cura e il futuro delle persone residenti.

Nessuna pianificazione economica è stata ancora attuata per rilanciare questi angoli trascurati della città, nessuna strategia commerciale è stata mai presa affinché non si creassero quartieri dormitori degni delle realtà industriali del nord e nelle lungaggini della burocrazia quelle poche iniziative rimangono sospese in un eterno limbo senza spazio e senza tempo.

La maggior parte dei progetti che avrebbero dovuto rivitalizzare Pacevecchia sono rimasti sulla carta o sono naufragati senza quasi possibilità di recupero: sport, tempo libero, aggregazione culturale e polo tecnologico hanno miseramente fallito nel tentativo di ridare uno scopo e una funzione al quartiere. Incompiuta rimane la pista ciclopedonale che doveva cingere l’intero campo da rugby, incompiuto rimane l’arredo e il decoro di buona parte del rione e non gode di buona salute nemmeno il progetto Marsec che tanto vanto aveva procurato nelle amministrazioni precedenti e sotto la cui parabola satellitare onesti cittadini accumulano montagne di spazzatura indifferenziata: si sa che l’antenna “non vede” perché è puntata verso l’alto, verso altre regioni più civili e in un atteggiamento furbesco, tipicamente italico, chi deturpa crede di farla sotto il naso a chi dovrebbe controllare senza rendersi conto che i primi a rimetterci sono loro, siamo noi, sono tutti i pochi rimasti!

Per fortuna, la dove il comune ha rinunciato ai propri doveri di assistenza e solidarietà, due importanti comunità convivono silenti a pochi metri l’una dall’altra: la Chiesa Evangelica e la parrocchia S. Rita. Due realtà religiose divergenti nella dottrina ma che con la loro presenza assolvono, forse senza saperlo, al duro compito di tenere uniti i cittadini: così la messa domenicale diviene punto di ritrovo, il doposcuola e l’assistenza pastorale welfare sociale di inestimabile valore: campanili a puntellare saldamente questa collina per evitare la disgregazione umana e creare coesione tra gli abitanti al di la del credo e delle convinzioni religiose.

ANTONINO IORIO 

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