Enrico Fermi ed Ettore Majorana. La Fede come estasi e come tormento Chiesa Cattolica

Enrico Fermi ritiene Ettore Majorana all’altezza di Galilei e di Newton. Anche se molti lo chiamano “lo scienziato pazzo”, il timido ed umile collaboratore di Fermi viene scelto da lui maestro, dimostrandosi, in seguito, di gran lunga superiore al maestro stesso. Li accomuna una grande fede anche se vissuta da Fermi come estasi e da Majorana come tormento. Enrico Fermi è un grande fisico italiano. Dall’adolescenza mostra grande interesse per la fisica e la matematica. Conduce ricerche approfondite su fisica relativistica e quantistica. Pubblica importanti lavori sulla relatività. Nasce a Roma il 29 settembre 1901. Frequenta il corso di laurea in Fisica presso l’Università di Pisa. Personaggio di spicco nell’ateneo pisano.

Nel 1923 si reca in Germania e nel 1924 in Olanda, dove incontra maestri di grande spessore e giovani validissimi colleghi. Nel 1924 si trasferisce a Firenze come professore di Fisica e Matematica. Il suo contributo scientifico alla fisica quantistica gli ottiene una notevole fama a livello internazionale.

Nel 1926 approda a Roma presso il Regio Istituto di Fisica di via Panisperna dove inizia il periodo più fecondo della sua vita scientifica.

Ai lavori del gruppo partecipa anche Ettore Majorana. Avendo la moglie ebrea, con la promulgazione in Italia delle leggi razziali, Fermi lascia il nostro Paese e si reca in America alla Columbia University di New York. Nel 1938 gli viene conferito il premio Nobel per la fisica. Aderisce al progetto Manhattan per l’utilizzazione bellica dell’energia nucleare. Muore per un cancro allo stomaco il 29 novembre 1954 a Chicago.

Così egli parla della fede: «Una una notte, mentre aspettavo il sonno, tardo a venire, seduto sull’erba di un prato, ascoltavo le placide conversazioni di alcuni contadini. Uno di loro parla di rado e prende la parola per dire cose opportune, sensate e qualche volta sagge. Ruppe il silenzio, ma non l’incanto, la voce grave di un grosso contadino, rozzo in apparenza, che stando disteso sul prato con gli occhi volti alle stelle, esclamò, quasi obbedendo ad una ispirazione profonda: “Com’è bello! E pure c’è chi dice che Dio non esiste”».

Come per il contadino, anche per Fermi la fede è estasi, contemplazione, stimolo per passare dalla bellezza del creato alla Fonte di ogni bellezza: Dio. Lo scienziato così commenta, dopo molti anni, quell’esperienza: «Un eccelso profeta ebreo sentenziò, or sono tremila anni: “I cieli narrano la gloria di Dio”. Uno dei più celebri filosofi dei tempi moderni scrisse: “Due cose mi riempiono il cuore di ammirazione e di reverenza: il cielo stellato sul capo e la legge morale nel cuore”». Scienza e fede non sono l’una contraria all’altra e la fede si nutre di contemplazione e di bellezza.

Per Enrico Fermi la credenza in Dio si esprime con un carattere “estatico”, una fede che aiuta il credente ad uscire da se stesso, per cercare nell’Assoluto il senso e il fondamento del tutto.

Una fede senza tormenti, pur nella coscienza del dramma che Ettore Majorana sta sperimentando, davanti alla consapevolezza che gli studi sull’atomo avrebbero portato alla bomba atomica. Fermi risolve il problema precisando che l’uso dell’atomica da parte dell’America è giustificabile per opporsi al nazi-fascismo.

Il volto della fede di Ettore Majorana (Catania 5 agosto 1906 - 27 marzo 1938) pur non escludendo l’aspetto di “estasi”, si presenta prevalentemente come tormento. Fin dai 5 anni di età rivela una spiccata attitudine per la matematica. Risolve a mente calcoli complicati. Studia al collegio “Massimiliano Massimo” dei Gesuiti. Deve a questi buona parte della sua formazione spirituale, morale e religiosa.

Sceglie poi come confessore e direttore spirituale padre Francesco Ricceri, futuro vescovo di Trapani, che non ha mai voluto rivelare, per ragioni deontologiche, i segreti di questo speciale “figlio spirituale”. Certamente soffre di un grande malessere interiore. Nel mentre tiene all’Università di Napoli il corso di fisica teorica, in completo isolamento da Fermi e dai suoi amici di Roma, decide di mettere fine alla sua vita pubblica e alla sua carriera per sparire nel nulla.

Ed ecco il suo dramma: lo scienziato avverte le sue gravi responsabilità di fronte all’uso che verrà fatto delle proprie scoperte. Ettore riassume lapidariamente i suoi drammi con questa frase comunicata ad un amico: «La fisica non può vendere l’anima al diavolo». Scompare nel nulla. Forse si reca in Venezuela dal 1955 al 1959. Forse nel 1965 è nel convento benedettino di Farfa in provincia di Rieti.

Leonardo Sciascia lo descrive come un “intellettuale in opposizione agli scienziati” che contribuiscono alla costruzione delle armi nucleari. A Trapani parlano di un grande matematico che viveva di elemosina, faceva penitenza e camminava sempre in ginocchio “in riparazione dei peccati”, chiamato da tutti “il cane di Trapani”. Forse è in questa città per consultare il vescovo, suo padre spirituale.

Dunque un uomo di fede, riservato e timido, genio incomparabile, timorato di Dio. Tante scuole in Italia sono a lui dedicate. Dio, dunque, fonte di estasi e di tormento. Non il “Deus ex machina” che annulla l’essere umano, ma Colui che dà significato alla vita di chi lo cerca, amando. Essere umili nel riconoscere il proprio errore e confidare nella divina misericordia è segno di vera grandezza.

PASQUALE MARIA MAINOLFI 

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