Gian Pietro Carafa, un irpino eletto Papa per acclamazione Chiesa Cattolica
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Claudio Rendina, nella sua opera I Papi, osservava come il carattere di Papa Paolo IV Carafa fosse caratterizzato da “inflessibile severità e da durezza nella concezione del cristianesimo”.
Invero, da cardinale, il Carafa era stato l’anima dell’Inquisizione romana - della quale entrò a far parte dal 1542 - dandole quell’impronta di rigidità che, poi, sarebbe stata la caratteristica del suo pontificato. Egli aveva un’alta concezione del magistero petrino e, infatti, per la sua incoronazione, avvenuta il 26 maggio del 1555, restaurò la pompa degli anni passati e la sua corte si rivestì “con lo sfarzo dei principi”.
Appartenente a nobile famiglia, Gian Pietro Carafa nacque nel 1476, terzo di nove figli, in Irpinia. Alcune fonti dicono a Sant’Angelo a Scala, altre a Capriglia; entrambe località facenti parte - all’epoca - del Regno di Napoli.
Lo zio, il cardinale Oliviero Carafa, cultore di lettere e mecenate, lo fece entrare, dopo aver preso i voti, nella Curia romana, allora dominata dal comportamento corrotto di Alessandro VI.
Ma il giovane Gian Pietro - che ricoprì prima la carica di cameriere pontificio e poi quella di protonotaio apostolico - riuscì a mantenere sempre un contegno irreprensibile.
Papa Giulio II, che era succeduto ad Alessandro VI ed al brevissimo papato di Pio III, lo nominò nel 1504 Vescovo di Chieti, incarico già ricoperto dallo zio Oliviero.
Dopo la Nunziatura in Inghilterra, gli fu affidata, da Papa Leone X, quella di Spagna, presso l’imperatore Carlo V. E fu proprio questi che propose il Carafa come Arcivescovo di Brindisi. Incarico che ottenne da Papa Leone tre anni dopo e che mantenne fino all’ascesa al soglio pontificio.
Intanto, Adriano VI, successore di Papa Medici, lo richiamava a Roma per affidargli la riforma della Curia e della disciplina del clero.
Il Carafa era di costumi semplici e austeri, tanto che nel 1524 rimise nelle mani di Clemente VII l’incarico vescovile, ritirandosi a vita ascetica e solitaria.
E fu allora che, con il sacerdote Gaetano da Thiene e con Bonifacio Colli, fondò l’ordine dei Teatini, dei quali fu il primo superiore. Congregazione, questa, di chierici regolari, che volevano restaurare nella Chiesa la primitiva regola di vita apostolica.
Per i suoi numerosi servigi diplomatici e pastorali svolti al servizio della Chiesa, il Carafa nel 1536 u nominato da Paolo III cardinale, con il titolo presbiteriale di San Pancrazio, chiesa fatta costruire da Papa Simmaco nel V secolo.
Nel 1542, il Carafa - ormai cardinale - ottenne da Paolo III l’istituzione della Congregazione della sacra, romana, universale Inquisizione, divenendone Presidente e propulsore della triste attività del neonato organismo.
Dopo aver ottenuto altri incarichi vescovili, fu nominato nel dicembre del 1553 Vescovo di Ostia, incarico che gli dava titolo a ricoprire la carica di Decano del Sacro collegio cardinalizio.
Il 1° maggio del 1555 moriva, dopo appena 22 giorni di pontificato, Marcello II.
Claudio Rendina annota: “Sembra un destino che i pontefici animati dal desiderio di rinnovare la Chiesa secondo lo spirito evangelico dovessero regnare così poco.”
Nonostante il veto fermamente espresso dalla Spagna, i cardinali, grazie ai buoni uffici del cardinale Farnese, afflati Spiritu Sancto, scelsero all’unanimità, come successore di Papa Marcello, il cardinale Gian Pietro Carafa, che assunse il nome di Paolo IV.
Il nuovo pontefice, “nonostante i suoi 79 anni - scrive Ludwig von Pastor - godeva della massima gagliardia.
Dai suoi neri occhi profondi traduceva come fuoco il fervore interno dell’italiano del Sud.”
Uno dei suoi primi atti, dopo l’elezione, fu la nomina dell’Arcivescovo di Benevento, mons. Giovanni Della Casa, a Primo Segretario del Papa.
Papa Paolo cercò innanzitutto di apportare cambiamenti nella Curia romana.
Inoltre, a quell’epoca, numerosi vescovi traevano dalle loro diocesi soltanto cospicue rendite, senza, peraltro, recarsi nelle loro sedi, la cui amministrazione era demandata ai Vicari Generali o ai Vicari Capitolari.
Paolo IV stabilì - anche sulla scorta delle decisioni del Concilio di Trento - l’obbligo per i vescovi di risiedere nelle diocesi loro assegnate.
Pastor acutamente annoterà che “l’abuso era così radicato che non fu possibile estirparlo”.
Ma la maggior cura del nuovo Pontefice fu rivolta al funzionamento della Santa Inquisizione, che diventò un vero e proprio organo di governo della Chiesa.
Furono inquisiti e processati vari vescovi, come quelli di Veglie e di Modena, nonché l’arcivescovo di Otranto.
Tra gli altri, fu arrestato e richiuso in Castel Sant’Angelo, sotto l’accusa di seguire “l’eresia luterana”, il cardinale Giovanni Marone, che in conclave aveva contrastato l’elezione del Carafa.
Il perseguitare un avversario denotava in Paolo IV un'assoluta mancanza di realismo politico, oltre che di pietà cristiana.
E così in Campo dei Fiori ardevano in continuazione roghi.
L’azione di repressione di Paolo IV toccherà anche i libri.
Nel 1557, infatti, fu pubblicato l’Index librorum prohibitorum, che comprendeva quasi un migliaio di titoli, dei quali si vietava la diffusione.
L’elenco era così severo che Pio IV lo dovrà riformare.
Anche gli ebrei romani furono colpiti dalla furia di Papa Paolo, che li chiuse in un ghetto fatto costruire per loro e li obbligò a portare - per distinguerli - un cappello giallo.
Questo doveva essere un colore caro agli antisemiti, se anche Hitler, dopo quasi quattro secoli, impose agli ebrei di portare sugli abiti una stella gialla.
Nella primavera del 1559, le condizioni di salute di Papa Paolo - che soffriva di idropisia - si aggravarono, nonostante l’opera del suo medico, al quale aveva promesso un ragguardevole aumento di salario se fosse riuscito a guarirlo.
Il Carafa, però, dalla sua camera da letto, continuava a presiedere - era un suo chiodo fisso - le sedute della Congregazione dell’Inquisizione.
I digiuni, che con rigore osservava frequentemente, peggiorarono il già critico quadro clinico, sì da provocarne la morte nel pomeriggio del 18 agosto 1559, all’età di 83 anni e dopo quattro anni e tre mesi di pontificato.
I romani, appena appresero la notizia della sua morte, si scatenarono.
L’appoggio ed il sostegno che Papa Paolo aveva dato all’opera dell’Inquisizione provocò la loro ira.
Fu dato alle fiamme il palazzo dell’Inquisizione a Ripetta ed abbattuta la statua del Pappa appena defunto, che era stata innalzata sul Campidoglio.
La salma del Pontefice fu deposta in segreto ed in tutta fretta nelle grotte vaticane, per sottrarla alla furia del popolo.
Alcuni anni dopo, il 2 ottobre 1565, il suo successore nel nome, Paolo V Borghese, gli darà degna sepoltura nella splendida chiesa madre dell’ordine domenicano: Santa Maria sopra Minerva.
La salma fu tumulata nella cappella Carafa, voluta dal cardinale Oliviero, di fronte ad un grande affresco di Filippino Lippi.
A Paolo IV fu innalzato un maestoso monumento funebre, opera di Pirro Ligorio, versatile artista del Rinascimento romano.
Papa Carafa, vestito degli abiti pontificali, con in capo il triregno, è rappresentato assiso sul trono, con la mano destra alzata nel segno benedicente.
GENNARO IAVERONE

20/07/2025