Benevento e il paradosso dei delatores: il Comune stana gli evasori, ma chi controlla Palazzo Mosti? Cronaca

Il Comune di Benevento attraversa una fase particolarmente delicata, essendo travolto dal «ciclone Santamaria», un’inchiesta giudiziaria sulla presunta concussione che coinvolge il dirigente comunale, accusato di aver richiesto denaro in cambio dello sblocco di alcune pratiche amministrative. Ma tuttavia, aldilà delle vicende giudiziarie che mettono imbarazzo al Comune di Benevento, Palazzo Mosti, da tre anni porta avanti un percorso amministrativo in collaborazione con l’Agenzia delle Entrate, per il contrasto dell’evasione fiscale. 

Secondo la rivelazione della CGIA di Mestre, pubblicata il 10 Ottobre, riferita all’anno 2024, al Comune di Benevento sono stati riconosciuti 5.330 euro, per la sua attività di collaborazione per la lotta all’evasione. Si tratta di dati positivi che definiscono Benevento come un modello esemplare di partecipazione a questo sistema. Il capoluogo sannita, infatti, si trova al 66esimo posto nella graduatoria nazionale, essendo tra i soli 8 comuni beneficiari di quest’indennità. Inoltre, nel 2024, su circa 7.900 Comuni italiani, soltanto 304 hanno ottenuto un contributo per le attività di contrasto all’evasione fiscale riferite all’anno precedente, appena il 3,8% del totale.

Ma in cosa consiste concretamente questa collaborazione? Il meccanismo si basa sullo scambio di informazioni tra gli uffici comunali e l’Agenzia delle Entrate, con l’obiettivo di individuare possibili situazioni di evasione fiscale. Attraverso le attività quotidiane, gli uffici Tributi, il settore dell’ Urbanistica e la Polizia Locale possono rilevare anomalie relative a immobili, attività commerciali o altre situazioni che meritano verifiche. Questi elementi vengono trasmessi agli organismi competenti attraverso le cosiddette “segnalazioni qualificate”, che forniscono una base utile per eventuali accertamenti.

Spetta poi all’Agenzia delle Entrate verificare le informazioni e procedere, qualora ci siano i presupposti, al recupero delle imposte evase. A quel punto entra in gioco il meccanismo premiale: per il triennio 2025-2027, ai Comuni spetta il 100% delle maggiori somme relative ai tributi statali riscosse a titolo definitivo grazie alla loro partecipazione, nei casi previsti dalla legge. Pertanto, se una segnalazione contribuisce a un accertamento che porta effettivamente al recupero delle imposte, l’intera quota riconosciuta dalla normativa viene attribuita al Comune.

Il vantaggio principale di questa collaborazione, ovviamente, non risiede nel contributo economico, quanto piuttosto nel ruolo attivo che il Comune può assumere nel contrasto a un fenomeno ancora fin troppo diffuso in Italia. Si tratta di un sistema che evidenzia come la cooperazione tra istituzioni possa contribuire a rendere più efficace l’intero apparato fiscale.

A prima vista, il meccanismo potrebbe ricordare quello dei delatores dell’antica Roma, cittadini che denunciavano presunti illeciti alle autorità in cambio di ricompense e vantaggi politici, ma il Comune non si trasforma in una sorta di informatore pubblico, ma mette semplicemente a disposizione del Fisco le informazioni raccolte attraverso le proprie attività amministrative. 

A Benevento, tuttavia, forse ci sarebbe stato bisogno di qualche delator in più anche tra le mura di Palazzo Mosti, qualcuno capace di segnalare per tempo le presunte irregolarità che oggi sono al centro dell’inchiesta che coinvolge l’ex dirigente comunale Gennaro Santamaria.

Le sue recenti dichiarazioni, nelle quali avrebbe ammesso responsabilità in un sistema di tangenti e pagamenti illeciti, sollevano interrogativi e alimentano l’imbarazzo all’interno della macchina amministrativa. Le accuse e le circostanze emerse nell’indagine delineano uno scenario che, secondo le ricostruzioni investigative e le dichiarazioni rese, comprenderebbe percentuali sugli appalti, compensi legati agli incarichi professionali, migliaia di euro per alcune assunzioni, denaro per accelerare pratiche amministrative e somme promesse in cambio di incarichi.

Un sistema che, sempre secondo le ipotesi investigative, avrebbe coinvolto anche cooperative, progettazioni e opere pubbliche. Un sistema capace di mettere in circolo ingenti quantitativi di denaro tanto che nel marzo scorso, al momento dell’arresto, nella sua abitazione sono stati inoltre rinvenuti 157mila euro in contanti, insieme a orologi di lusso, poi sottoposti a sequestro. 

Al di là di come si concluderanno le indagini e delle responsabilità che dovranno essere accertate nelle sedi competenti, le vicende ambivalenti di Palazzo Mosti, pongono interrogativi importanti: se un Comune può avvalersi della collaborazione con altre istituzioni per individuare chi evade le tasse, perché non rafforzare allo stesso modo i meccanismi di controllo capaci di intercettare eventuali illeciti all’interno della stessa amministrazione?

Perché, se è giusto che il Comune non si trasformi in un delator al servizio del Fisco, sarebbe altrettanto opportuno che disponesse di strumenti efficaci per vigilare su chi è chiamato a rispettare e far rispettare le regole. D’altronde, se un delator può essere utile a stanare gli evasori, non sarebbe poi così scandaloso averne uno anche tra le mura di Palazzo Mosti.

ANDREA ALBANESE