Dal banco alla cattedra: riflessioni di una giovane docente In primo piano
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Sono passati otto anni da quando percorrevo ogni mattina i corridoi del Liceo Rummo. Ero una studentessa come tante, alle prese con interrogazioni, verifiche e sogni per il futuro. Ora mi ritrovo a iniziare il mio terzo anno dall’altra parte: non più seduta al banco, ma in piedi davanti a una classe.
La scuola è cambiata. Quella che oggi viviamo noi giovani insegnanti non assomiglia quasi per nulla a quella che abbiamo frequentato. Allora non avevamo smartphone a portata di mano durante le lezioni, le distrazioni erano poche e i rapporti erano diversi, più diretti, più lenti.
Oggi i ragazzi vivono immersi in un flusso continuo di informazioni, comunicano in modi rapidissimi, fanno fatica a rimanere concentrati a lungo. Sono più fragili ma anche più sensibili, più attenti a temi che fino a qualche anno fa a volte restavano in secondo piano, come l’ambiente, i diritti, la diversità.
In questo scenario, il giovane docente si trova in una posizione strana: da una parte, la vicinanza generazionale ai ragazzi gli permette di comprenderne linguaggi, paure e desideri; dall’altra, si scontra con la difficoltà di mantenere l’autorevolezza e il ruolo educativo in una società che spesso svaluta la figura dell’insegnante.
Essere seduti in cattedra da giovani significa cercare di capire questo mondo nuovo senza dimenticare quello da cui veniamo. Spesso mi chiedo se riuscirò a essere brava come lo sono stati i miei insegnanti, a rimanere impressa nella memoria dei miei studenti come loro sono rimasti nella mia, a lasciare un segno che vada oltre le nozioni spiegate a lezione.
Oggi mi ritrovo a pensare ai miei professori da collega, a capirli e ad accorgermi che inconsapevolmente mi ispiro a qualcuno di loro mentre cerco di trovare la mia strada, un modo di essere docente che sia solo mio.
E intanto, scorrendo i social, vedo colleghi che si filmano in classe, che trasformano le lezioni in spettacoli per accumulare “mi piace” e visualizzazioni. Non posso fare a meno di chiedermi se questo serva davvero agli studenti o solo all’ego degli adulti. La scuola non è un palcoscenico né una vetrina: il rapporto educativo non è un contenuto da pubblicare, ma un legame da custodire.
Quando io andavo a scuola, i docenti non avevano bisogno di un video virale per guadagnarsi la nostra fiducia, perché bastava uno sguardo al momento giusto, un gesto di ascolto, una parola di incoraggiamento. I social non ci fanno vedere che non è sempre bello e facile fare il professore: ci sono giorni in cui la burocrazia soffoca, le classi sono difficili da gestire, la stanchezza prende il sopravvento. Ci sono momenti in cui ci si sente soli e inadeguati, quasi a combattere battaglie troppo grandi.
Eppure basta poco - una domanda curiosa, uno sguardo che si illumina, un grazie sincero - per ricordarsi che insegnare è un privilegio perché è avere la possibilità di credere nel futuro, investire su ciò che verrà, donare tempo e passione a una comunità che cresce e cambia grazie anche a quelle ore passate in classe.
Insegnare vuol dire soprattutto accettare di continuare a crescere insieme agli studenti, imparare da loro tanto quanto loro imparano da noi e mettersi in gioco ogni giorno, senza mai smettere di cercare un equilibrio tra fermezza e comprensione, tra regole e libertà.
La vera bellezza di essere un docente, forse, sta proprio qui: la scuola cambia, i ragazzi cambiano, ma resterà sempre la possibilità di camminare accanto a loro per un tratto di strada, sapendo che porteranno dentro un frammento di quel cammino, trasformandolo in qualcosa di nuovo.
Maria Chiara Cavuoto, 26 anni

16/09/2025