Il Principato dei due In primo piano
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Il risultato elettorale di circa un ventesimo della popolazione italiana ha fatto esplodere una ritornante baldanza a destra. Puntualmente bilanciata da una mortificante delusione della sinistra.
Non è colpa dei giornali se i titoli del martedì (si è votato domenica e lunedì) dimenticano le guerre di Trump e mettono Venezia come caso di studio e quasi come presagio per le elezioni politiche dell’anno prossimo (se a nessuno verrà lo sfizio di anticiparle al vicino autunno). La brutta botta accusata da Meloni e compagnia di destra al referendum sulla parziale riforma costituzionale della baracca giustizia aveva indotto (sia a destra che a sinistra) ad immaginare un mutamento di quadro politico. Se la sinistra festeggiava, la destra aveva difficolta a tenersi sorridente.
A maggio tutto è cambiato? Lasciamo lo scoppiettio di battute e sfottò, ma anche qualche esagerazione di ottimismo, e diamo uno sguardo in casa nostra, la Campania.
Le elezioni regionali, con l’intronizzazione di Fico a capo del Governo, lungi dall’apparire come una pacifica realizzazione di una coalizione destinata a consolidarsi insinuò il pericolo di rotture o sgrammaticature. Il presidente uscente (di malavoglia) si affrettò a impadronirsi del feudo salernitano. Immediate dimissioni (liberalissime, si capisce) del sindaco e pronta la prova di forza di una coalizione senza nomi da vocabolario politico ma solamente sentimentale. La cosa bella è che, a Salerno, le numerose liste hanno tutte nomi di fantasia. Salerno realizza il sogno democratico sloggiando i partiti. A che servono, infatti, i partiti se c’è chi può prendere il 64 per sento senza dover ringraziare nessuno: che so un segretario di partito, un assessore targato, o addirittura una segretario nazionale con un cognome esotico difficile da pronunciare?
Democrazia significa comando del popolo. E chi meglio di me può comandare il popolo? Se il popolo mi dimostra di volermi sono io il modello democratico e non le leggi fatte pure da gente del mio casato che si mettono in testa che uno deve fermarsi a due volte di fare il sindaco o il presidente di regione. Dove sta scritto che bisogna cambiare?
Ma, direte, perché interessarsi di Salerno? E’ presto detto.
Al tempo dei Longobardi non si facevano le elezioni e non c’erano le storture dei due mandati. Chi comandava non ci pensava proprio di far comandare un altro e, se proprio doveva morire, era già stabilito a chi toccare l’incombenza. Pensate, nella democraticissima Inghilterra si fa così. Non si vota per il Re.
Benevento e Salerno non soltanto un modo di dire usando l’alfabeto: B prima di S, Benevento era la capitale del Regno Longobardo quando per longanimità fu organizzato il Principato di Salerno. E’ da allora che esiste un cordone ombelicale, non è roba di Vincenzo De Luca e Clemente Mastella. Pensate che al tempo di dare un nome alle strade importanti (l’Appia, la Casilina…) la strada statale che collegava Benevento e Salerno si chiamava Strada Statale n. 88 dei Due Principati. Troverete la prova nel parapetto di Via del Sole (sotto il muretto della Villa Comunale) la “pietra miliare” di quanto vi sto dicendo.
Al di là di scaramucce per far parlare i giornali, noi i due Principi per rinnovare lo splendore longobardo ce li abbiamo. Clemente Mastella e Vincenzo De Luca, insaziabili dispensatori di democrazia e di opere pubbliche costretti peraltro a faticose cerimonie celebrative per inaugurarle e additarle al popolo compiacente.
Se a Napoli o a Salerno nessuno si scandalizza (forse a Roma certe notizie non le fanno proprio arrivare…) è il caso però di aprire gli occhi e smontare una volta per sempre la cupola d’oro del potere eterno. I due Principi sono tanto investiti del ruolo, ma anche consapevoli che non sempre i sudditi si comportano devotamente, che hanno presentato e collocato discendenti affinché gli elettori prendano contatti e conoscenza.
Fuori da ogni ipocrisia: ma per caso lo stesso umore deluchiano e mastelliano alberga anche in tutti gli altri partiti, sindacati, famiglie e conventicole? Ecco, se come qualcuno pensa, ci sono forze nuove per cambiare qualcosa è il tempo di uscire allo scoperto. Se sopravvivono partiti con una storia che escano fuori i simboli e le bandiere, se ci sono idee nuove a maggior ragione per farsi conoscere che escano i vessilli e le bandiere.
La democrazia sarà una brutta cosa, ma la si può notare. Per esempio dando uno sguardo a certi assembramenti quando si festeggiano, che so, gli ottant’anni della Repubblica.
MARIO PEDICINI

30/05/2026