“Il Consiglio comunale, con larga maggioranza, ha approvato stamane un importante provvedimento che ho avuto l’onore di proporre all’Assise cittadina, ossia il progetto (con relativa dichiarazione di pubblica utilità) relativo alla riqualificazione di piazza Orsini. Con questa delibera, peraltro, l’Ente è autorizzato a contrarre il mutuo necessario per garantire il giusto indennizzo ai proprietari coinvolti nelle procedure espropriative. Le fasi successive del procedimento - notifica degli espropri fino all’avvio dei lavori - richiedono di agire alacremente e per questo ringrazio anche la Commissione Pics e il Settore per l’egregio lavoro svolto”, lo scrive il vicesindaco con delega ai Pics a margine dell’approvazione stamane in Consiglio della delibera su piazza Orsini. “Quest’area, che porta ancora i segni della storica ferita dei bombardamenti del 1943 con le successive demolizioni, da Zevi Rossi ai tentativi del Consorzio nei primi anni Duemila, ha visto tentativi di riqualificazione mai andati in porto. Ora con un percorso amministrativo che prende il via da ottobre 2024 e grazie alle coperture finanziarie delle rinvenienze Pics, potremo restituiremo dignità urbana al cuore pulsante, storico di questa città. In continuità con ciò che abbiamo perseguito durante questo mandato, una piazza di pregevole valore storico, intitolata ad un grande Pontefice e nei pressi della nostra Cattedrale, cessa di essere un parcheggio (per il quale grazie all’imminente apertura di Porta Rufina e alla riqualificazione del mega parking di via del Pomerio ci saranno ampie opzioni a servizio dei negozi) e diventerà un luogo per la fruizione eco-turistica, un patrimonio a disposizione delle famiglie. Abbiamo raggiunto stamane un altro obiettivo importante nel nostro progetto di trasformazione migliorativa e abbellimento dei luoghi più suggestivi della Città”, conclude De Pierro.
Con propria ordinanza il sindaco Clemente Mastella ha ordinato l'utilizzo razionale e limitato dell' acqua potabile e il divieto di usare acqua potabile per riempire piscine e vasche, nonché per il lavaggio di automobili, di cortili e piazzali. Invita altresì la cittadinanza ad adottare comportamenti utili a limitare il consumo della risorsa idrica e ad eseguire l'irrigazione delle aree verdi comunali, dei campi sportivi e dei giardini privati durante le ore serali e notturne, per il tempo strettamente necessario.Ciò in considerazione degli elevati consumi idrici generati anche dalle alte temperature che si registrano in questo periodo e del rischio che l'utilizzo dell'acqua per usi non essenziali comprometta la disponibilità della risorsa con disagi per la popolazione.
È stato firmato a Roma, presso la sede centrale della Sogesid S.p.A., il contratto per la progettazione esecutiva e la realizzazione del nuovo impianto di depurazione del Comune di Benevento, tra il commissario straordinario Unico alla Depurazione, Fabio Fatuzzo e la Di Vincenzo Dino & Co. S.p.A. Sogesid S.p.A., in qualità di società di supporto al commissario, ha curato l’affidamento dell’appalto integrato che consentirà la realizzazione di un’opera dal valore complessivo di 29.584.602,43 euro. L’intervento rientra tra quelli strategici promossi dalla Struttura commissariale per il superamento delle procedure di infrazione europee in materia di trattamento delle acque reflue e per il potenziamento delle infrastrutture ambientali del territorio.L’appalto è stato affidato alla Di Vincenzo Dino & C. S.p.A., azienda attiva da oltre settant’anni nei settori della progettazione e delle costruzioni civili.L’apertura del cantiere è prevista per il prossimo mese di settembre, con l’avvio delle prime attività previste dal contratto. Il cronoprogramma stima una durata complessiva dei lavori di circa tre anni.Il nuovo impianto sorgerà in contrada Scafa, in un’area priva di vincoli e adeguatamente distante dai centri abitati. Sarà dimensionato per servire 45.000 abitanti equivalenti e progettato secondo criteri di modularità, così da consentire eventuali futuri ampliamenti della capacità di trattamento.L’intervento comprende la realizzazione di circa 10 chilometri di nuovi collettori fognari, necessari all’adeguamento del sistema nell'area ASI e al servizio dei quartieri Capodimonte, Cretarossa, Ponticelli e di contrada Cancelleria.Contestualmente saranno dismessi gli attuali impianti di Ponte delle Tavole, Capodimonte e Pontecorvo, ormai obsoleti, con un significativo miglioramento delle prestazioni ambientali e dell’efficienza complessiva del sistema depurativo cittadino.La sottoscrizione del contratto segna un passaggio decisivo verso la realizzazione di un’infrastruttura strategica per Benevento. L’opera consentirà di migliorare la qualità del servizio di depurazione, rafforzare la tutela delle risorse idriche e assicurare il pieno rispetto degli obblighi ambientali nazionali ed europei, contribuendo al contempo allo sviluppo sostenibile del territorio.Soddisfazione ha espresso il commissario unico per la depurazione e il riuso delle acque reflue Fabio Fatuzzo: “La firma del contratto per la progettazione esecutiva e la realizzazione del nuovo impianto di depurazione del Comune di Benevento segna una svolta davvero importante. Ci sono voluti anni, ma finalmente siamo arrivati a definire tutta la procedura necessaria. Abbiamo firmato il contratto e adesso affronteremo velocemente tutte le ulteriori necessità burocratiche. Sono stati nominati i CCT e si potranno così rispettare i tempi per arrivare ad avviare i lavori. Nei prossimi giorni a Benevento ci sarà la consegna dei lavori. La sottoscrizione del contratto dell’impianto è stato un passaggio determinante verso la realizzazione di un'infrastruttura strategica per Benevento che la città aspettava da tanto tempo. Ci abbiamo lavorato in tanti, e ringrazio quelli che hanno fattivamente collaborato, ma i nostri sforzi sono stati premiati e adesso tutto il servizio di depurazione segnerà un netto e importante miglioramento”.“La firma di questo contratto rappresenta un passaggio concreto verso la realizzazione di un'infrastruttura attesa e strategica per il territorio di Benevento - dichiara Errico Stravato, amministratore delegato di Sogesid a margine della cerimonia -. Sogesid ha accompagnato il commissario unico in tutte le fasi dell’affidamento dell’intervento, mettendo a disposizione competenze tecniche e amministrative al servizio di un’opera che contribuirà al superamento delle procedure di infrazione europee e al miglioramento della qualità ambientale”. Presente alla cerimonia della firma anche la presidente della Sogesid Silvia Paparella.
Prosegue senza sosta, anche durante i mesi estivi, l’attività di controllo dei carabinieri della Compagnia di Benevento a tutela della salute pubblica e della sicurezza dei cittadini e dei numerosi visitatori presenti sul territorio sannita.Nell’ambito di mirati servizi nel settore turistico-ricettivo, i militari della Stazione Carabinieri di San Giorgio del Sannio, congiuntamente al personale del Servizio Igiene degli Alimenti e della Nutrizione dell’ASL di Benevento, hanno effettuato un’ispezione presso una struttura alberghiera situata nel territorio di competenza della Stazione.Nel corso degli accertamenti sono state riscontrate carenze relative ai requisiti igienico-sanitari, nonché la mancanza del registro di autocontrollo HACCP, documento essenziale per garantire la corretta gestione e la sicurezza degli alimenti somministrati agli ospiti.Le irregolarità rilevate hanno determinato l’adozione della sanzione accessoria della sospensione dell’attività di ristorazione e del servizio bar della struttura ricettiva, fino al ripristino delle condizioni previste dalla normativa vigente. Al titolare della struttura sono state inoltre contestate sanzioni amministrative per un importo complessivo pari a circa 2.000 euro.L’intervento si inserisce nel più ampio dispositivo di vigilanza predisposto dall’Arma dei Carabinieri durante la stagione estiva, periodo caratterizzato da un sensibile incremento delle presenze nelle strutture ricettive e nei pubblici esercizi.I controlli, condotti in stretta sinergia con gli organi specialistici dell’ASL, sono finalizzati a prevenire situazioni potenzialmente pregiudizievoli per la salute dei consumatori, garantire il rispetto delle norme igienico-sanitarie e assicurare che l’offerta turistica del territorio si svolga nel rispetto degli standard di qualità e sicurezza previsti dalla legge.L’attività testimonia ancora una volta la costante presenza dei carabinieri della Compagnia capoluogo sul territorio e il loro quotidiano impegno nella tutela della collettività, attraverso un’azione di prevenzione attenta, capillare e orientata alla protezione delle fasce più esposte e dei cittadini che scelgono il Sannio come meta di soggiorno.
Le aree interne costituiscono uno dei patrimoni più autentici del nostro Paese. In esse si concentrano storia, cultura, identità, relazioni umane, tradizioni produttive e un patrimonio ambientale che rappresenta un valore inestimabile non solo per le comunità che le abitano, ma per l'intera collettività. Negli ultimi decenni, tuttavia, tali territori stanno vivendo una trasformazione profonda. La costante diminuzione della popolazione residente, il progressivo invecchiamento demografico, la riduzione dei servizi essenziali, la chiusura di attività economiche e commerciali, la difficoltà nel garantire il ricambio generazionale e la continua migrazione dei giovani verso i grandi centri urbani stanno modificando profondamente il volto delle nostre comunità. In occasione del convegno Le aree interne che generano futuro, organizzato dalla Cooperativa Sociale Giada a Castelpagano, abbiamo intervistato la dott.ssa Maria Rosaria Leonardo, coautrice, insieme a Elio Mendillo e Caterina Nicolais, del volume Aree Interne e Strategia Nazionale Aree Interne. Teorie, costruzioni, policies (Denaro Libri), nonché componente, insieme a Elio Mendillo, del gruppo di lavoro che ha contribuito alla definizione della Strategia dell'Area Interna Tammaro-Titerno. Si parla tanto di spopolamento delle aree interne. Qual è a suo avviso la strada giusta da percorrere per fermare questa emorragia?Credo che la prima cosa da fare sia cambiare il modo in cui leggiamo questo fenomeno. Continuare a discutere soltanto di spopolamento significa guardare l'ultimo anello della catena. La vera domanda è perché, per decenni, vivere nelle aree interne sia diventato sempre più difficile e meno conveniente. È lì che bisogna intervenire. Come abbiamo cercato di evidenziare nel volume Aree Interne e Strategia Nazionale Aree Interne. Teorie, costruzioni, policies, lo spopolamento è certamente il fenomeno più evidente, ma rappresenta la conseguenza di un progressivo indebolimento dei servizi essenziali, delle opportunità di lavoro, della mobilità e, più in generale, della capacità dei territori di trattenere e attrarre persone, così da riequilibrare i fisiologici flussi in uscita.La strada giusta, quindi, non è semplicemente cercare di impedire ad un certo target di persone di andare via, ma creare le condizioni affinchè, per altre categorie di persone, vivere nelle aree interne torni ad essere una scelta libera, consapevole e attrattiva. Questo significa investire nella qualità dei servizi, nella sanità di prossimità, nella scuola, nelle infrastrutture materiali e digitali, nella capacità delle imprese di innovare, ma anche della pubblica Amministrazione, e di creare occupazione stabile. Credo, infatti, che oggi sia maturo il tempo per considerare che le comunità che hanno un futuro non sono soltanto quelle capaci di trattenere i propri giovani; sono anche quelle che sanno accogliere nuove persone, nuove competenze e nuove energie, nonché assistere e supportare famiglie e comunità. L'inclusione, se accompagnata da percorsi di formazione, lavoro, partecipazione alla vita della comunità e welfare, può diventare un potente fattore di rigenerazione sociale ed economica. La vera sfida, quindi, non è soltanto contrastare lo spopolamento, ma costruire comunità aperte, dinamiche e inclusive, nelle quali restare, tornare o scegliere di vivere rappresenti una concreta opportunità di futuro.Tanti giovani lasciano i nostri piccoli centri per trovare lavoro altrove. Quale potrebbe essere l’alternativa per invogliarli a restare nei propri territori?Anche su questo tema credo sia necessario cambiare prospettiva. Non possiamo chiedere ai giovani di restare per senso di appartenenza o per nostalgia. Nessuno costruisce il proprio futuro soltanto per affetto verso il luogo in cui è nato. Il rilancio delle aree interne passa innanzitutto dalla capacità di creare concrete opportunità di vita, di lavoro e di crescita personale. I giovani scelgono di restare quando trovano prospettive concrete: occupazione qualificata, servizi efficienti, connessioni digitali, mobilità, formazione e un contesto capace di valorizzarne competenze e aspirazioni. Per questo la Strategia dell'Area Interna Tammaro-Titerno dedica grande attenzione alla formazione, all'innovazione e al sostegno delle imprese. Penso ai percorsi ITS e IFTS, ai Community Hub, al Campus diffuso, al marketplace del lavoro, ma anche agli interventi per lo sviluppo del turismo e delle filiere agroalimentari, tutti pensati per generare occasioni di crescita e occupazione qualificata. L'obiettivo non è creare lavoro assistito, ma costruire un ecosistema nel quale i giovani possano formarsi, fare impresa, innovare e sviluppare il proprio progetto di vita senza essere costretti a lasciare il territorio. Naturalmente molti sceglieranno comunque di partire, ed è giusto che sia così. Fare esperienze fuori rappresenta spesso un'importante occasione di crescita personale e professionale. La vera sfida è fare in modo che quei giovani possano anche scegliere di tornare, portando con sé competenze, relazioni e nuove idee, perché un territorio cresce quando è capace di trasformare la mobilità in un'opportunità e non in una perdita definitiva.Quanto è importante, a suo avviso, la sinergia tra gli enti per lo sviluppo del territorio?È fondamentale. Anzi, credo che rappresenti la condizione indispensabile per qualsiasi strategia di sviluppo delle aree interne. Condivido una riflessione sviluppata nel volume cui ho contribuito: dopo due cicli di programmazione non possiamo valutare la Strategia soltanto in termini di risorse spese o di opere realizzate. Dobbiamo chiederci se siamo riusciti a costruire fiducia tra le istituzioni, a rafforzare la capacità amministrativa dei territori, la cooperazione tra i Comuni e la partecipazione delle comunità. È questa la vera eredità che una Strategia dovrebbe lasciare. Credo che una delle lezioni più importanti della Strategia Nazionale per le Aree Interne sia proprio questa: nessun Comune, da solo, è in grado di affrontare sfide così complesse. Lo spopolamento, la mobilità, la sanità territoriale, il turismo, la scuola e la digitalizzazione non si fermano ai confini amministrativi e, per questo, richiedono risposte condivise. La Strategia dell'Area Interna Tammaro-Titerno nasce esattamente da questa consapevolezza. I Comuni hanno scelto di superare una logica frammentata, costruendo una visione comune dello sviluppo e condividendo obiettivi, strumenti e responsabilità. Ma la sinergia non può esaurirsi nella collaborazione tra enti pubblici. Deve coinvolgere anche scuole, università, imprese, associazioni, cooperative sociali, cittadini e Terzo settore, perché lo sviluppo delle aree interne non è soltanto una questione amministrativa: è un processo collettivo che richiede il contributo di un'intera comunità. In questo senso, la cooperazione tra istituzioni e comunità locali non rappresenta semplicemente un metodo di lavoro, ma il presupposto perché le strategie producano risultati duraturi e continuino a generare valore anche oltre la conclusione dei programmi di finanziamento.La viabilità carente e una rete di collegamenti non proprio efficienti sono sicuramente le criticità che attagliano questi territori. Si doveva intervenire forse prima?Probabilmente sì. Per molti anni le aree interne hanno scontato una progressiva riduzione degli investimenti nelle infrastrutture e nei servizi di mobilità, con conseguenze che ancora oggi incidono sulla qualità della vita delle comunità locali. Tuttavia, credo che oggi il tema della mobilità debba essere affrontato con uno sguardo più ampio. Non significa soltanto realizzare o ammodernare una strada, ma garantire alle persone il diritto di raggiungere un ospedale, una scuola, un luogo di lavoro o un servizio pubblico in tempi e condizioni adeguate. In altre parole, la mobilità è un fattore essenziale di inclusione, di uguaglianza e di sviluppo. Anche nella Strategia dell'Area Interna Tammaro-Titerno abbiamo cercato di tradurre questa visione in interventi concreti. Accanto alle opere sulla rete viaria, sono previsti uno studio complessivo della mobilità dell'area, il rafforzamento del Taxi Sociale e l'attivazione di un innovativo servizio di trasporto a chiamata, pensato per rispondere in modo flessibile alle esigenze dei cittadini e dei visitatori. La sfida, quindi, non è solo migliorare i collegamenti, ma costruire un sistema di mobilità capace di ridurre l'isolamento dei territori, favorire l'accesso ai servizi e sostenere lo sviluppo economico e turistico. È questo il cambio di prospettiva di cui oggi le aree interne hanno bisogno.In che modo Regione e Governo possono intervenire per creare occasioni di sviluppo per le nostre aree interne che presentano bellezze uniche da mettere in mostra?Credo che il compito delle istituzioni non sia quello di sostituirsi ai territori, ma di creare le condizioni affinché possano sviluppare appieno le proprie potenzialità. Questo significa garantire continuità alle politiche per le aree interne, semplificare le procedure amministrative, investire nei servizi essenziali e accompagnare gli enti locali nell'attuazione delle strategie, assicurando tempi certi, risorse adeguate e un costante supporto istituzionale.L'esperienza della Strategia dell'Area Interna Tammaro-Titerno dimostra che le idee, le competenze e la capacità di progettare esistono già nei territori. Il vero valore aggiunto che Regione e Governo possono offrire è quello di garantire stabilità, continuità e una visione di lungo periodo, evitando che le strategie si esauriscano con la conclusione dei programmi di finanziamento. Naturalmente lo sviluppo non può limitarsi alla valorizzazione del patrimonio paesaggistico, culturale o turistico, per quanto straordinario. Le aree interne hanno bisogno di politiche capaci di creare comunità, rafforzare le relazioni tra le persone e valorizzare il capitale umano e sociale dei territori. Per questo le politiche pubbliche devono favorire l'inclusione sociale, l'accoglienza, l'inserimento lavorativo e la partecipazione civica, non come obiettivi distinti dallo sviluppo economico, ma come condizioni che lo rendono possibile e duraturo. E’ necessario superare la narrazione delle aree interne come territori destinati al declino e riconoscerle, invece, come laboratori di innovazione istituzionale e sociale, nei quali sperimentare nuove forme di cooperazione, di economia e di cittadinanza attiva. Le aree interne non chiedono di essere assistite. Chiedono di essere messe nelle condizioni di esprimere il loro valore. Se sapremo farlo, non saranno il margine del Paese, ma uno dei luoghi nei quali costruire il suo futuro.LUIGI MOFFA
Il presidente della Provincia di Benevento, Nino Lombardi, con proprio decreto ha ampliato l’orario delle operazioni di voto per l’elezione del presidente della Provincia fissate per domenica 26 luglio 2026. E’ stata difatti anticipata alle ore 7.00 l’apertura del seggio unico presso la Sala Angelo Mario Biscardi degli Uffici Amministrativi e Tecnici della Provincia in Largo Carducci.La chiusura delle operazioni di voto resta invece confermata, come in precedenza stabilito, per le 22.00 della stessa giornata di domenica 26 luglio.Il provvedimento di Lombardi, che modificando il proprio decreto di indizione dei comizi elettorali, concede un’ora in più agli amministratori in carica nei Comuni del Sannio per esercitare il proprio diritto all’elettorato attivo, è stata motivata dal caldo anomalo di questi giorni che ha consigliato di facilitare il più possibile l’accesso al seggio da parte degli aventi diritto.Il decreto di ampliamento dell’orario di voto è stato inviato a tutti i sindaci della Provincia di Benevento perché provvedano alla relativa pubblicazione ai rispettivi albi pretori ed alla massima diffusione presso i consiglieri comunali in carica, al prefetto, al questore, ai consiglieri provinciali, al segretario generale della Provincia di Benevento, anche nella qualità di responsabile dell’ufficio elettorale provinciale.
L’Asia, in sinergia con il comando della polizia municipale e le guardie ambientali, ha avviato un’attività straordinaria di controllo degli ecopunti situati nelle contrade per contrastare gli sversamenti irregolari e tutelare il decoro urbano. Ieri i controlli, che hanno interessato contrada Montecalvo (strada Madonna della Salute) e contrada Cretarossa, hanno sorpreso diversi cittadini a conferire rifiuti in violazione degli orari e del giorno di conferimento. Nel corso delle verifiche, sono stati individuati anche utenti provenienti da comuni limitrofi intenti a scaricare rifiuti presso le postazioni della città di Benevento. Tutti gli illeciti sono stati tempestivamente verificati dalla pattuglia dei vigili urbani presente sul posto, che ha provveduto a identificare e avviare le procedure per sanzionare i trasgressori.“Questo intervento - precisano dall’Azienda - segna l'inizio di una vera e propria linea dura contro chi conferisce i rifiuti in maniera indiscriminata contravvenendo ad ogni norma vigente: si tratta infatti solo del primo di una lunga serie di controlli che metteremo in campo per combattere lo sversamento illecito dei rifiuti. Il problema non è legato alla frequenza del servizio, che garantiamo quotidianamente con interventi continui di svuotamento e pulizia, bensì al mancato rispetto delle regole da parte di una minoranza che continua a conferire fuori orario o in modo improprio. Nessun piano di pulizia, per quanto tempestivo e costante, può essere sufficiente senza la collaborazione dei cittadini”.“Ogni giorno - aggiunge l’amministratore unico, Donato Madaro - Asia investe uomini, mezzi e risorse per garantire una città pulita e un servizio efficiente. Questo sforzo, però, rischia di essere vanificato da chi continua a ignorare le regole. I controlli effettuati insieme alla polizia municipale e alle guardie ambientali lanciano un segnale chiaro: il rispetto del calendario di conferimento è un obbligo tassativo che tutela la qualità della vita di tutta la comunità. Continueremo a vigilare con fermezza affinché gli ecopunti siano utilizzati correttamente”.
Intervista a Giuseppe Marotta, Professore Emerito dell’Università del Sannio, Accademico dei GeorgofiliLe criticità delle aree interne, conseguenti al continuo depauperamento delle risorse, subìto dal dopoguerra e tutt’ora in corso, hanno determinato gravi fenomeni di spopolamento, invecchiamento della popolazione, desertificazione economica, carenza di servizi e infrastrutture. Quali le cause più evidenti?Nella letteratura mainstream queste aree vengono solitamente definite in ritardo, rispetto ad altre aree considerate di sviluppo, quali le aree urbane e costiere. Il concetto di “ritardo di sviluppo” evoca un processo evolutivo da una fase di ritardo, appunto, ad una fase più avanzata di sviluppo, quella raggiunta da territori più suscettivi e virtuosi, innescando, così, nei territori una spinta imitativa, nel tentativo di diventare tutti “più sviluppati”: tutti uguali a quelli performanti e virtuosi. Questa visione, tuttora dominante, non tenendo conto delle condizioni di contesto, ha creato situazioni di frustrazione in quei territori che non avevano, e non hanno, le condizioni oggettive per realizzare dinamiche coerenti allo sviluppo capitalistico dominante. Questi territori non andrebbero più definiti “aree in ritardo di sviluppo” ma come territori da cui lo sviluppo capitalistico ha “estratto, e continua a estrarre, risorse”: territori depauperati. Com’è noto, fra i tanti elementi caratterizzanti il modello di sviluppo economico-sociale, quello che ha avuto maggiore impatto, rispetto alla questione territoriale, è certamente la tendenza strutturale alla concentrazione spaziale delle risorse economiche e sociali. Nella logica della “razionalità economica” ha visto le aree urbane e costiere in una posizione di dominanza assoluta, da ogni punto di vista, rispetto alle aree rurali e interne diventate subalterne e funzionali allo sviluppo delle prime.Le aree urbane/costiere, sono state storicamente luoghi di attrazione/concentrazione di attività economiche, di popolazione, di servizi e di infrastrutture. Per gli agenti economici sono state viste come spazi di prossimità al mercato, con buona disponibilità di servizi ed infrastrutture, mentre per i cittadini sono stati i luoghi di “migliori occasioni di lavoro”, dove era più facile intraprendere percorsi di realizzazione personale e di miglioramento della qualità della vita. Le aree rurali/interne hanno, viceversa, rappresentato l’altra faccia della medaglia, lo spazio da dove si è originato il travaso di risorse umane ed economiche: un esodo massiccio che ha determinato il quadro di fragilità che oggi rileviamo. Facendo ricorso a uno schema interpretativo semplice e di facile comprensione, le aree urbane/costiere, in questo quadro di trasformazione strutturale dell’economia e della società, hanno trovato il loro iniziale meccanismo di sviluppo virtuoso in un modello centrato su due elementi fondamentali: la folla e la velocità. Spieghiamolo con degli esempi…La prima ha rappresentato due importanti valori di riferimento. Economico: la folla ha significato un ampio spazio di mercato, segmenti consistenti di domanda di beni e servizi, che hanno attratto attività economiche, servizi e infrastrutture, facendo di queste aree luoghi di vitalità economico-sociale; politico: la folla è stata, e rimane, l’espressione di grandi bacini elettorali, il catalizzatore dell’attenzione dei policy maker e, di conseguenza, luogo prioritario di destinazione di policy. La seconda, la velocità, rappresenta la modalità dominante di misurazione del tempo di realizzazione dei fatti economici, della diffusione della conoscenza e delle innovazioni, delle relazioni sociali e personali. È la determinante del “ciclo di vita” delle attività umane in ogni ambito (economico, sociale, relazionale, politico, religioso, ecc..), rendendo ogni acquisizione dell’uomo fluida, instabile e di corta obsolescenza. Essa è stata, così, la spinta propulsiva che ha favorito il rigenerarsi continuo del mercato, contribuendo alla rigenerazione dinamica dell’economia, alla sua modernizzazione, che hanno plasmato la società.Fenomeni diametralmente opposti hanno invece riguardato le aree rurali/interne, le quali sono state relegate ad un ruolo funzionale al modello di sviluppo appena richiamato, subendo un profondo processo di drenaggio di risorse economiche, umane e istituzionali, che ha spinto verso una sempre più diffusa rarefazione di processi economici, sociali e politici, con una conseguente generalizzata lentezza nelle dinamiche evolutive delle economie e delle comunità locali, da cui le criticità rilevate dalle statistiche attuali. Criticità che sembrano ‘irrisolvibili’ nell’ambito della cornice di riferimento del modello fin qui descritto: o qualcosa è ancora possibile fare?Il modello di sviluppo territoriale dominante trova una sua rappresentazione plastica nella contrapposizione territoriale tra folla e rarefazione, tra velocità e lentezza. Questo modello continua ad operare, nonostante le criticità emergenti nelle aree cosiddette “forti”, perché la richiamata “frustrazione strutturale generalizzata” nelle aree cosiddette “deboli”, dovuta all’impossibilità oggettiva di raggiungere livelli superiori di sviluppo, alimenta un flusso continuo e crescente di persone, soprattutto giovani e laureati, attratti dalle cosiddette “aree forti”. Col tempo, il quadro generale è diventato estremamente complesso. Lo stato di frustrazione esistenziale delle persone è diventato una costante dell’era post-moderna, indipendentemente dai luoghi in cui si vive, per una crisi sistemica dell’economia e della società. Dopo decenni di crescita senza limiti, guidata dallo sfruttamento infinito delle risorse naturali, in cui la folla e la velocità hanno rappresentato le due principali fonti generatrici di valore, portando al dominio dello spazio urbano/costiero, oggi siamo giunti al capolinea di una sostanziale insostenibilità di sistema: quelle stesse fonti si sviluppo (folla e velocità) si sono trasformate nelle cause determinati dei principali fattori di criticità del modello di economia e di società dominanti. La folla, intesa in un’accezione ampia, anche come concentrazione di attività, è sicuramente la causa scatenante di tante forme di insostenibilità. L’esplosione dei rifiuti, degli sprechi alimentari, delle emissioni di CO2, degli inquinamenti acustici, delle malattie epigenetiche, delle congestioni della mobilità, dei disagi conseguenti allo squilibrio tra offerta e domanda di lavoro nei contesti urbani, sono tutti ‘fattori di crisi’ del modello dominante e degli stili di vita ad esso collegati. In questo scenario di mutamenti strutturali di prospettiva, la velocità, alimentata anche dalla rivoluzione digitale, si è trasformata in criticità, rendendo la fluidità la categoria dominante di ogni forma relazionale (economica, sociale, personale), generando instabilità, incertezze, paure, solitudini fonti di disagi sociali e personaliche si riverberano anche sul sistema sanitario.La pandemia da Covid-19, com’è noto ha dato una spallata definitiva al modello dominante. La folla e la velocità hanno rappresentato i terreni di coltura prediletti del virus, i veicoli del contagio e della sua diffusione. Le politiche di contenimento, basate sul distanziamento sociale e sullo “stare a casa” altro non sono state che il contrario della folla (assembramento) e della velocità (stare a casa significa stare fermi, non muoversi). L’homo oeconomicus, quindi, attuando il modello economico di concentrazione e di sfruttamento illimitato delle risorse ha, da un lato, distrutto molti habitat naturali, da cui hanno avuto origine il salto di specie del virus covid-19 e, dall’altro, ha creato le condizioni (folla e velocità) per una sua diffusione pandemica. Così, in un volgere di un paio di decenni, e con l’esplosione della pandemia, la folla e la velocità da motori dello sviluppo urbano/costiero sono diventate cause di insostenibilità e di stili di vita alienanti, da cui originano il malessere e i disagi dell’era attuale.Questi sostanziali cambiamenti di scenario hanno fatto maturare nei cittadini nuove sensibilità, rispetto ai temi dell’ambiente e della sua relazione con la salute, delle emissioni in atmosfera e dei cambiamenti climatici, del rapporto alimentazione e salute, sempre più condizionati negativamente dalla velocità caratterizzante gli stili di vita, dell’esclusione sociale, delle tante e diversificate forme d’inquinamento associate alla concentrazione, della necessità di spazi di socializzazione lenta e di vivibilità. In sostanza è venuta maturando, in questa fase storica di “rivoluzione veloce”, la consapevolezza che i fattori una volta di successo, appunto la folla e la velocità, si siano trasformati in fonti di alienazione e di disagi e che il benessere e la qualità della vita abbiano bisogno di spazi ampi e sicuri, di risorse naturali pulite e di lentezza relazionale. Una maturazione che improvvisamente ha inondato di luce nuova le aree neglette del vecchio modello, le escluse, le aree depauperate: aree che da “non luoghi”, da cui scappare, potrebbero trasformarsi in potenziali spazi di opportunità, in potenziali “luoghi identitari” in cui sviluppare economie locali generatrici di valori materiali e immateriali, orientate al benessere e alla qualità della vita. L’esplosione di domanda di qualità della vita nelle aree urbane/costiere può, quindi, trovare potenzialmente risposte nelle aree rurali/interne? Un cambio di prospettiva nella relazione urbano-rurale che possiamo definire epocale, che tuttavia appare di non facile realizzazione.Perché parliamo di un “potenziale cambiamento epocale” e di difficoltà di realizzazione?La cultura mainstream in campo economico, ovvero la razionalità economica, ha plasmato la vita delle persone uniformando il modo di pensare e gli stili di vita, portando a considerare i processi economico-sociali e tecnologici come ineluttabili, come se fossero processi naturali, indipendenti dalla volontà degli uomini e, quindi, neutrali. Le eventuali conseguenze negative di tali processi sono etichettate come effetti indesiderati, non prevedibili, a cui è chiamato a rispondere lo Stato con politiche compensative e riequilibratici. E questa è stata la logica che ha guidato anche le politiche per le aree rurali/interne.In realtà, la teoria della “razionalità economica”, che ha plasmato l’agire dell’homoo economicus negli ultimi due secoli e mezzo, è uno specifico costrutto teorico umano, che ha privilegiato le élite economico-finanziarie e danneggiato ampie aree sociali; che ha beneficiato alcune aree territoriali (aree urbane e costiere), abbandonando la parte maggioritaria del pianeta (aree rurali/interne). Nella cultura dominante non c’è, oggi, tensione etica e politica ad approfondire le cause delle disfunzioni economiche, sociali e territoriali di questa fase storica, ma solo a eliminare/mitigare i sintomi. Così, le cause continuano ad operare determinando una lunga storia di crisi ricorrenti, sempre più profonde, fino ad arrivare alla “crisi di sistema” attuale; una crisi multidimensionale (pluricrisi) che mette in grave affanno gli Stati (crescita del debito) e i cittadini, facendo prefigurare un futuro poco rassicurante per l’umanità e per il pianeta.La razionalità economica e la ricerca spasmodica dell’interesse personale hanno radicato nelle persone l’ansia del possesso materiale…Un’ansia che assume varie forme: ricerca di profitto illimitato che porta a vivere in funzione di esso, a identificarsi con esso, causando un condizionante legame di dipendenza; la “bulimia consumistica” che fa perdere il valore dei beni, creando insoddisfazione e frustrazione latenti, dipendenza dall’acquisto continuo, indipendentemente dai bisogni e, talvolta, dalla disponibilità economica. È nella razionalità economica, quindi, che va ricercata la causa dell’abbandono delle aree interne. L’homoo economicus, contrariamente alle persone normali in carne e ossa, non è interessato agli spazi ampi, al verde, ai paesaggi, alla qualità della vita, ma solo alla massimizzazione del profitto e le aree interne non sono terre adatte alla sua logica di profitto immediato e di breve periodo. Così, i servizi in queste aree vengono chiusi quando l’utenza scende al disotto dell’efficienza contabile; gli utenti delle aree interne vengono considerati come “mercati” da abbandonare perché inefficienti e non come cittadini con una loro dignità ontologica. Se ci sono spazi territoriali con uno sviluppo a macchia di leopardo è perché la razionalità economica porta gli agenti economici ad operare solo là dove è possibile estrarre il massimo profitto nell’immediato (breve periodo), indifferenti alla vita delle persone e degli ecosistemi. Se non cambia questo paradigma, la sua essenza utilitaristica e di breve periodo, difficilmente sarà possibile un cambiamento sostanziale rispetto alla situazione di pluricrisi e di disordine economico-sociale, che genera affanni per gli Stati, disagi per i cittadini, per i territori e, infine, minacce per la democrazia, per il diffondersi di estremismi politici (populismi, allontanamento dal voto).In un suo recente volume, dopo un’analisi critica dei limiti intrinseci della “razionalità economica”, viene avanzatala proposta un paradigma alternativo, definito della “razionalità strutturale della vita”. L’idea di fondo è quella di definire un programma di ricerca finalizzato a ridare senso alla vita, attraverso stili comportamentali, orientati alla rigenerazione materiale e spirituale della vita, di tutte le forme di vita (ONE LIFE), per arrivare ad un equilibrio armonico nelle relazioni economiche e sociali (uomo-uomo), nelle relazioni ecologiche (uomo-natura) e nelle relazioni territoriali (aree urbane/costiere e aree rurali/interne). Un percorso possibile che è, in primo luogo, di costruzione teorica di una razionalità sistemica più umana, definita “razionalità strutturale della vita”, intesa come una bussola per l’agire umano in coerenza con una “forma di vita ottimale” di lungo periodo. Coerentemente con tale paradigma, viene definito l’homo vitalis, vocato alla socialità, alla cooperazione con un alto senso della vita, il quale considera il presente come una tappa importante per costruire un futuro migliore di felicità, di autorealizzazione per sé e per tutti gli uomini, e di rigenerazione permanente degli ecosistemi naturali, ridefiniti “ecosistemi vitali”. Gli “ecosistemi vitali” delle aree rurali/interne sono oggi diventati d’importanza strategica. Essi producono gli elementi essenziali per la sopravvivenza umana quali il cibo, l’acqua, l’aria, il vento (energia rinnovabile), le biomasse e gli habitat che garantiscono gli equilibri vitali. Tutti elementi essenziali per la vita, di tutte le forme di vita, che rappresentano il patrimonio offerto all’umanità dalle aree rurali/interne; un patrimonio considerato dall’homoo economicus un bacino da cui estrarre valore e non da valorizzare a beneficio delle Comunità locali.L’impianto teorico proposto ha la finalità di dare senso alla vita, di dare dignità agli uomini e a tutti gli esseri viventi nello spazio (in tutti i territori) e nel tempo. Una visione che assume la “vita, tutte le forme di vita” come un “bene comune universale”, che si contrappone alla logica distruttiva dell’homooeconomicus, logorato dall’ansia di consumare tutto il presente, come se il mondo fosse all’ultimo step, all’ultimo respiro, prima del vuoto totale.Se non si esce dalla logica della razionalità economica, qualsiasi politica economica e/o territoriale sarà sempre inefficace, potrebbe attenuare leggermente i sintomi dei malesseri, ma non sarà mai risolutiva delle cause degli squilibri. Gli agenti economici continueranno ad agire guidati dal profitto e una volta esaurito il ciclo dei benefici degli aiuti della politica economica faranno ritorno al loro status di “massimizzatori dell’efficienza e della convenienza”, e le aree economiche e territoriali che non costituiranno “opportunità di business” saranno, ancora una volta e inesorabilmente, abbandonate, una volta finito il processo di estrazione di valore. Se non si pone mano ad un cambio sostanziale di paradigma, se non si dà senso e valore alla vita, rimanendo ancorati alla logica del profitto e della convenienza economica, le politiche economiche e territoriali continueranno ad essere improntate ad una logica compensativa, di attenuazione dei sintomi, non risolutive delle cause. Saranno palliativi che accompagneranno la crisi di sistema in atto, sempre più irreversibile, che riguarda i territori fragili, l’economia nazionale e l’ordine economico e geopolitico mondiali. L’investimento più importante di cui oggi si avverte la necessità va nella direzione di un profondo cambiamento culturale, di uno sviluppo del “pensiero critico” rispetto ad una visione del mondo che riflette unicamente gli interessi specifici di élite economico-finanziarie e, quindi, rispetto a un modello di dominio dell’economica sulla politica e sulla società, che presenta i processi economici-sociali come ineluttabili, irreversibili, come un ordine naturale a cui il pensiero dominante si è omologato. In assenza di questo cambiamento, anche una scelta di sostenibilità come quella della transizione ecologica, per la quale il patrimonio di risorse, prima richiamato, è strategico, rischia di approfondire ulteriormente gli squilibri territoriali. Tutte le aree interne italiane, e non solo, sono interessate, da alcuni anni, da ingenti investimenti nel settore eolico e fotovoltaico, realizzati dall’élite capitalistiche richiamate, in continuità con i “modelli estrattivi”, da sempre praticati in quei territori, col tempo diventati fragili, con scarsissimi coinvolgimenti delle comunità locali, anche a causa della debolezza istituzionale delle stesse. La desertificazione umana e di competenze, infatti, non è solo territoriale, ma è anche istituzionale: nelle aree rurali/interne si rilevano fenomeni di grave spopolamento, di invecchiamento e di depotenziamento delle istituzioni locali sia pubbliche (Enti locali) che private (organizzazioni sociali), con un grave indebolimento del “Capitale territoriale” (capitale umano, sociale e istituzionale), variabile fondamentale per processi di sviluppo locali partecipati.Per sopperire a tale carenza, e in attesa di un radicale cambio di paradigma come sopra evocato, nel breve periodo cosa è necessario fare?È necessario costruire “ecosistemi istituzionali” a base locale, partecipati anche da Centri di ricerca e da Università, per consentire ai territori di essere protagonisti nei processi di messa in valore, a beneficio delle comunità locali, degli importanti patrimoni di risorse naturali di cui dispongono; patrimoni fondamentali per la sopravvivenza dell’umanità, soprattutto di quella parte di essa che vive nelle cosiddette aree forti, che soffre almeno quanto quella delle aree fragile ma è molto più consistente.GIUSEPPE CHIUSOLO
AREE INTERNE: PRIMA DELLE POLICY È NECESSARIO UN NUOVO PARADIGMAIntervista a Giuseppe Marotta, Professore Emerito dell’Università del Sannio, Accademico dei GeorgofiliLe criticità delle aree interne, conseguenti al continuo depauperamento delle risorse, subìto dal dopoguerra e tutt’ora in corso, hanno determinato gravi fenomeni di spopolamento, invecchiamento della popolazione, desertificazione economica, carenza di servizi e infrastrutture. Quali le cause più evidenti?Nella letteratura mainstream queste aree vengono solitamente definite in ritardo, rispetto ad altre aree considerate di sviluppo, quali le aree urbane e costiere. Il concetto di “ritardo di sviluppo” evoca un processo evolutivo da una fase di ritardo, appunto, ad una fase più avanzata di sviluppo, quella raggiunta da territori più suscettivi e virtuosi, innescando, così, nei territori una spinta imitativa, nel tentativo di diventare tutti “più sviluppati”: tutti uguali a quelli performanti e virtuosi. Questa visione, tuttora dominante, non tenendo conto delle condizioni di contesto, ha creato situazioni di frustrazione in quei territori che non avevano, e non hanno, le condizioni oggettive per realizzare dinamiche coerenti allo sviluppo capitalistico dominante. Questi territori non andrebbero più definiti “aree in ritardo di sviluppo” ma come territori da cui lo sviluppo capitalistico ha “estratto, e continua a estrarre, risorse”: territori depauperati. Com’è noto, fra i tanti elementi caratterizzanti il modello di sviluppo economico-sociale, quello che ha avuto maggiore impatto, rispetto alla questione territoriale, è certamente la tendenza strutturale alla concentrazione spaziale delle risorse economiche e sociali. Nella logica della “razionalità economica” ha visto le aree urbane e costiere in una posizione di dominanza assoluta, da ogni punto di vista, rispetto alle aree rurali e interne diventate subalterne e funzionali allo sviluppo delle prime.Le aree urbane/costiere, sono state storicamente luoghi di attrazione/concentrazione di attività economiche, di popolazione, di servizi e di infrastrutture. Per gli agenti economici sono state viste come spazi di prossimità al mercato, con buona disponibilità di servizi ed infrastrutture, mentre per i cittadini sono stati i luoghi di “migliori occasioni di lavoro”, dove era più facile intraprendere percorsi di realizzazione personale e di miglioramento della qualità della vita. Le aree rurali/interne hanno, viceversa, rappresentato l’altra faccia della medaglia, lo spazio da dove si è originato il travaso di risorse umane ed economiche: un esodo massiccio che ha determinato il quadro di fragilità che oggi rileviamo. Facendo ricorso a uno schema interpretativo semplice e di facile comprensione, le aree urbane/costiere, in questo quadro di trasformazione strutturale dell’economia e della società, hanno trovato il loro iniziale meccanismo di sviluppo virtuoso in un modello centrato su due elementi fondamentali: la folla e la velocità. Spieghiamolo con degli esempi…La prima ha rappresentato due importanti valori di riferimento. Economico: la folla ha significato un ampio spazio di mercato, segmenti consistenti di domanda di beni e servizi, che hanno attratto attività economiche, servizi e infrastrutture, facendo di queste aree luoghi di vitalità economico-sociale; politico: la folla è stata, e rimane, l’espressione di grandi bacini elettorali, il catalizzatore dell’attenzione dei policy maker e, di conseguenza, luogo prioritario di destinazione di policy. La seconda, la velocità, rappresenta la modalità dominante di misurazione del tempo di realizzazione dei fatti economici, della diffusione della conoscenza e delle innovazioni, delle relazioni sociali e personali. È la determinante del “ciclo di vita” delle attività umane in ogni ambito (economico, sociale, relazionale, politico, religioso, ecc..), rendendo ogni acquisizione dell’uomo fluida, instabile e di corta obsolescenza. Essa è stata, così, la spinta propulsiva che ha favorito il rigenerarsi continuo del mercato, contribuendo alla rigenerazione dinamica dell’economia, alla sua modernizzazione, che hanno plasmato la società.Fenomeni diametralmente opposti hanno invece riguardato le aree rurali/interne, le quali sono state relegate ad un ruolo funzionale al modello di sviluppo appena richiamato, subendo un profondo processo di drenaggio di risorse economiche, umane e istituzionali, che ha spinto verso una sempre più diffusa rarefazione di processi economici, sociali e politici, con una conseguente generalizzata lentezza nelle dinamiche evolutive delle economie e delle comunità locali, da cui le criticità rilevate dalle statistiche attuali. Criticità che sembrano ‘irrisolvibili’ nell’ambito della cornice di riferimento del modello fin qui descritto: o qualcosa è ancora possibile fare?Il modello di sviluppo territoriale dominante trova una sua rappresentazione plastica nella contrapposizione territoriale tra folla e rarefazione, tra velocità e lentezza. Questo modello continua ad operare, nonostante le criticità emergenti nelle aree cosiddette “forti”, perché la richiamata “frustrazione strutturale generalizzata” nelle aree cosiddette “deboli”, dovuta all’impossibilità oggettiva di raggiungere livelli superiori di sviluppo, alimenta un flusso continuo e crescente di persone, soprattutto giovani e laureati, attratti dalle cosiddette “aree forti”. Col tempo, il quadro generale è diventato estremamente complesso. Lo stato di frustrazione esistenziale delle persone è diventato una costante dell’era post-moderna, indipendentemente dai luoghi in cui si vive, per una crisi sistemica dell’economia e della società. Dopo decenni di crescita senza limiti, guidata dallo sfruttamento infinito delle risorse naturali, in cui la folla e la velocità hanno rappresentato le due principali fonti generatrici di valore, portando al dominio dello spazio urbano/costiero, oggi siamo giunti al capolinea di una sostanziale insostenibilità di sistema: quelle stesse fonti si sviluppo (folla e velocità) si sono trasformate nelle cause determinati dei principali fattori di criticità del modello di economia e di società dominanti. La folla, intesa in un’accezione ampia, anche come concentrazione di attività, è sicuramente la causa scatenante di tante forme di insostenibilità. L’esplosione dei rifiuti, degli sprechi alimentari, delle emissioni di CO2, degli inquinamenti acustici, delle malattie epigenetiche, delle congestioni della mobilità, dei disagi conseguenti allo squilibrio tra offerta e domanda di lavoro nei contesti urbani, sono tutti ‘fattori di crisi’ del modello dominante e degli stili di vita ad esso collegati. In questo scenario di mutamenti strutturali di prospettiva, la velocità, alimentata anche dalla rivoluzione digitale, si è trasformata in criticità, rendendo la fluidità la categoria dominante di ogni forma relazionale (economica, sociale, personale), generando instabilità, incertezze, paure, solitudini fonti di disagi sociali e personaliche si riverberano anche sul sistema sanitario.La pandemia da Covid-19, com’è noto ha dato una spallata definitiva al modello dominante. La folla e la velocità hanno rappresentato i terreni di coltura prediletti del virus, i veicoli del contagio e della sua diffusione. Le politiche di contenimento, basate sul distanziamento sociale e sullo “stare a casa” altro non sono state che il contrario della folla (assembramento) e della velocità (stare a casa significa stare fermi, non muoversi). L’homo oeconomicus, quindi, attuando il modello economico di concentrazione e di sfruttamento illimitato delle risorse ha, da un lato, distrutto molti habitat naturali, da cui hanno avuto origine il salto di specie del virus covid-19 e, dall’altro, ha creato le condizioni (folla e velocità) per una sua diffusione pandemica. Così, in un volgere di un paio di decenni, e con l’esplosione della pandemia, la folla e la velocità da motori dello sviluppo urbano/costiero sono diventate cause di insostenibilità e di stili di vita alienanti, da cui originano il malessere e i disagi dell’era attuale.Questi sostanziali cambiamenti di scenario hanno fatto maturare nei cittadini nuove sensibilità, rispetto ai temi dell’ambiente e della sua relazione con la salute, delle emissioni in atmosfera e dei cambiamenti climatici, del rapporto alimentazione e salute, sempre più condizionati negativamente dalla velocità caratterizzante gli stili di vita, dell’esclusione sociale, delle tante e diversificate forme d’inquinamento associate alla concentrazione, della necessità di spazi di socializzazione lenta e di vivibilità. In sostanza è venuta maturando, in questa fase storica di “rivoluzione veloce”, la consapevolezza che i fattori una volta di successo, appunto la folla e la velocità, si siano trasformati in fonti di alienazione e di disagi e che il benessere e la qualità della vita abbiano bisogno di spazi ampi e sicuri, di risorse naturali pulite e di lentezza relazionale. Una maturazione che improvvisamente ha inondato di luce nuova le aree neglette del vecchio modello, le escluse, le aree depauperate: aree che da “non luoghi”, da cui scappare, potrebbero trasformarsi in potenziali spazi di opportunità, in potenziali “luoghi identitari” in cui sviluppare economie locali generatrici di valori materiali e immateriali, orientate al benessere e alla qualità della vita. L’esplosione di domanda di qualità della vita nelle aree urbane/costiere può, quindi, trovare potenzialmente risposte nelle aree rurali/interne? Un cambio di prospettiva nella relazione urbano-rurale che possiamo definire epocale, che tuttavia appare di non facile realizzazione.Perché parliamo di un “potenziale cambiamento epocale” e di difficoltà di realizzazione?La cultura mainstream in campo economico, ovvero la razionalità economica, ha plasmato la vita delle persone uniformando il modo di pensare e gli stili di vita, portando a considerare i processi economico-sociali e tecnologici come ineluttabili, come se fossero processi naturali, indipendenti dalla volontà degli uomini e, quindi, neutrali. Le eventuali conseguenze negative di tali processi sono etichettate come effetti indesiderati, non prevedibili, a cui è chiamato a rispondere lo Stato con politiche compensative e riequilibratici. E questa è stata la logica che ha guidato anche le politiche per le aree rurali/interne.In realtà, la teoria della “razionalità economica”, che ha plasmato l’agire dell’homoo economicus negli ultimi due secoli e mezzo, è uno specifico costrutto teorico umano, che ha privilegiato le élite economico-finanziarie e danneggiato ampie aree sociali; che ha beneficiato alcune aree territoriali (aree urbane e costiere), abbandonando la parte maggioritaria del pianeta (aree rurali/interne). Nella cultura dominante non c’è, oggi, tensione etica e politica ad approfondire le cause delle disfunzioni economiche, sociali e territoriali di questa fase storica, ma solo a eliminare/mitigare i sintomi. Così, le cause continuano ad operare determinando una lunga storia di crisi ricorrenti, sempre più profonde, fino ad arrivare alla “crisi di sistema” attuale; una crisi multidimensionale (pluricrisi) che mette in grave affanno gli Stati (crescita del debito) e i cittadini, facendo prefigurare un futuro poco rassicurante per l’umanità e per il pianeta.La razionalità economica e la ricerca spasmodica dell’interesse personale hanno radicato nelle persone l’ansia del possesso materiale…Un’ansia che assume varie forme: ricerca di profitto illimitato che porta a vivere in funzione di esso, a identificarsi con esso, causando un condizionante legame di dipendenza; la “bulimia consumistica” che fa perdere il valore dei beni, creando insoddisfazione e frustrazione latenti, dipendenza dall’acquisto continuo, indipendentemente dai bisogni e, talvolta, dalla disponibilità economica. È nella razionalità economica, quindi, che va ricercata la causa dell’abbandono delle aree interne. L’homoo economicus, contrariamente alle persone normali in carne e ossa, non è interessato agli spazi ampi, al verde, ai paesaggi, alla qualità della vita, ma solo alla massimizzazione del profitto e le aree interne non sono terre adatte alla sua logica di profitto immediato e di breve periodo. Così, i servizi in queste aree vengono chiusi quando l’utenza scende al disotto dell’efficienza contabile; gli utenti delle aree interne vengono considerati come “mercati” da abbandonare perché inefficienti e non come cittadini con una loro dignità ontologica. Se ci sono spazi territoriali con uno sviluppo a macchia di leopardo è perché la razionalità economica porta gli agenti economici ad operare solo là dove è possibile estrarre il massimo profitto nell’immediato (breve periodo), indifferenti alla vita delle persone e degli ecosistemi. Se non cambia questo paradigma, la sua essenza utilitaristica e di breve periodo, difficilmente sarà possibile un cambiamento sostanziale rispetto alla situazione di pluricrisi e di disordine economico-sociale, che genera affanni per gli Stati, disagi per i cittadini, per i territori e, infine, minacce per la democrazia, per il diffondersi di estremismi politici (populismi, allontanamento dal voto).In un suo recente volume, dopo un’analisi critica dei limiti intrinseci della “razionalità economica”, viene avanzatala proposta un paradigma alternativo, definito della “razionalità strutturale della vita”. L’idea di fondo è quella di definire un programma di ricerca finalizzato a ridare senso alla vita, attraverso stili comportamentali, orientati alla rigenerazione materiale e spirituale della vita, di tutte le forme di vita (ONE LIFE), per arrivare ad un equilibrio armonico nelle relazioni economiche e sociali (uomo-uomo), nelle relazioni ecologiche (uomo-natura) e nelle relazioni territoriali (aree urbane/costiere e aree rurali/interne). Un percorso possibile che è, in primo luogo, di costruzione teorica di una razionalità sistemica più umana, definita “razionalità strutturale della vita”, intesa come una bussola per l’agire umano in coerenza con una “forma di vita ottimale” di lungo periodo. Coerentemente con tale paradigma, viene definito l’homo vitalis, vocato alla socialità, alla cooperazione con un alto senso della vita, il quale considera il presente come una tappa importante per costruire un futuro migliore di felicità, di autorealizzazione per sé e per tutti gli uomini, e di rigenerazione permanente degli ecosistemi naturali, ridefiniti “ecosistemi vitali”. Gli “ecosistemi vitali” delle aree rurali/interne sono oggi diventati d’importanza strategica. Essi producono gli elementi essenziali per la sopravvivenza umana quali il cibo, l’acqua, l’aria, il vento (energia rinnovabile), le biomasse e gli habitat che garantiscono gli equilibri vitali. Tutti elementi essenziali per la vita, di tutte le forme di vita, che rappresentano il patrimonio offerto all’umanità dalle aree rurali/interne; un patrimonio considerato dall’homoo economicus un bacino da cui estrarre valore e non da valorizzare a beneficio delle Comunità locali.L’impianto teorico proposto ha la finalità di dare senso alla vita, di dare dignità agli uomini e a tutti gli esseri viventi nello spazio (in tutti i territori) e nel tempo. Una visione che assume la “vita, tutte le forme di vita” come un “bene comune universale”, che si contrappone alla logica distruttiva dell’homooeconomicus, logorato dall’ansia di consumare tutto il presente, come se il mondo fosse all’ultimo step, all’ultimo respiro, prima del vuoto totale.Se non si esce dalla logica della razionalità economica, qualsiasi politica economica e/o territoriale sarà sempre inefficace, potrebbe attenuare leggermente i sintomi dei malesseri, ma non sarà mai risolutiva delle cause degli squilibri. Gli agenti economici continueranno ad agire guidati dal profitto e una volta esaurito il ciclo dei benefici degli aiuti della politica economica faranno ritorno al loro status di “massimizzatori dell’efficienza e della convenienza”, e le aree economiche e territoriali che non costituiranno “opportunità di business” saranno, ancora una volta e inesorabilmente, abbandonate, una volta finito il processo di estrazione di valore. Se non si pone mano ad un cambio sostanziale di paradigma, se non si dà senso e valore alla vita, rimanendo ancorati alla logica del profitto e della convenienza economica, le politiche economiche e territoriali continueranno ad essere improntate ad una logica compensativa, di attenuazione dei sintomi, non risolutive delle cause. Saranno palliativi che accompagneranno la crisi di sistema in atto, sempre più irreversibile, che riguarda i territori fragili, l’economia nazionale e l’ordine economico e geopolitico mondiali. L’investimento più importante di cui oggi si avverte la necessità va nella direzione di un profondo cambiamento culturale, di uno sviluppo del “pensiero critico” rispetto ad una visione del mondo che riflette unicamente gli interessi specifici di élite economico-finanziarie e, quindi, rispetto a un modello di dominio dell’economica sulla politica e sulla società, che presenta i processi economici-sociali come ineluttabili, irreversibili, come un ordine naturale a cui il pensiero dominante si è omologato. In assenza di questo cambiamento, anche una scelta di sostenibilità come quella della transizione ecologica, per la quale il patrimonio di risorse, prima richiamato, è strategico, rischia di approfondire ulteriormente gli squilibri territoriali. Tutte le aree interne italiane, e non solo, sono interessate, da alcuni anni, da ingenti investimenti nel settore eolico e fotovoltaico, realizzati dall’élite capitalistiche richiamate, in continuità con i “modelli estrattivi”, da sempre praticati in quei territori, col tempo diventati fragili, con scarsissimi coinvolgimenti delle comunità locali, anche a causa della debolezza istituzionale delle stesse. La desertificazione umana e di competenze, infatti, non è solo territoriale, ma è anche istituzionale: nelle aree rurali/interne si rilevano fenomeni di grave spopolamento, di invecchiamento e di depotenziamento delle istituzioni locali sia pubbliche (Enti locali) che private (organizzazioni sociali), con un grave indebolimento del “Capitale territoriale” (capitale umano, sociale e istituzionale), variabile fondamentale per processi di sviluppo locali partecipati.Per sopperire a tale carenza, e in attesa di un radicale cambio di paradigma come sopra evocato, nel breve periodo cosa è necessario fare?È necessario costruire “ecosistemi istituzionali” a base locale, partecipati anche da Centri di ricerca e da Università, per consentire ai territori di essere protagonisti nei processi di messa in valore, a beneficio delle comunità locali, degli importanti patrimoni di risorse naturali di cui dispongono; patrimoni fondamentali per la sopravvivenza dell’umanità, soprattutto di quella parte di essa che vive nelle cosiddette aree forti, che soffre almeno quanto quella delle aree fragile ma è molto più consistente.GIUSEPPE CHIUSOLO
“Ogni giorno l’Asia e i suoi operatori lavorano con professionalità e dedizione per garantire un servizio efficiente di igiene urbana, assicurando pulizia, decoro e tutela dell'ambiente. Tuttavia, per raggiungere risultati sempre migliori, il nostro impegno da solo non è sufficiente: è fondamentale la collaborazione attiva di tutta la comunità”.È questo l'appello rivolto ai cittadini dall'amministratore unico di Asia, Donato Madaro, che invita a rispettare non solo le regole della raccolta differenziata, ma anche gli orari di esposizione dei rifiuti, elemento essenziale per garantire un servizio puntuale ed efficace.“I cittadini di Benevento - prosegue Madaro - hanno sempre dimostrato una spiccata sensibilità verso i temi della sostenibilità ambientale. Grazie al loro senso civico la città ha raggiunto percentuali significative di raccolta differenziata, che rappresentano un patrimonio da preservare e migliorare. Purtroppo, però, i comportamenti irresponsabili di una minoranza rischiano di compromettere gli sforzi e i sacrifici compiuti dalla grande maggioranza dei cittadini virtuosi”.L'invito è a rispettare rigorosamente gli orari di conferimento previsti dal calendario comunale: ▪ Zona A, esposizione dei rifiuti dalle ore 20.00 alle 24.00; ▪ Zona B, esposizione dei rifiuti dalle ore 12.30 alle 14.30.“Il rispetto di queste fasce orarie - aggiunge ancora l’amministratore unico - è indispensabile per consentire ai nostri operatori di svolgere il servizio nelle migliori condizioni operative e per garantire il mantenimento del decoro urbano e della salubrità degli spazi pubblici, soprattutto durante il periodo estivo”. L’amministratore unico ricorda anche che “in collaborazione con l’amministrazione comunale l’Asia ha già attivato una serie di interventi straordinari per fronteggiare gli effetti delle alte temperature. Come avviene ogni estate, abbiamo potenziato i servizi di lavaggio delle strade e dei marciapiedi, un'attività fondamentale per migliorare le condizioni igienico-sanitarie e la vivibilità degli spazi urbani. Continueremo a investire risorse e professionalità per offrire ai cittadini un servizio sempre più efficiente. Tuttavia, la qualità dell’ambiente urbano è un obiettivo che può essere raggiunto solo attraverso una responsabilità condivisa. Il rispetto delle regole da parte di ciascuno rappresenta il contributo più concreto per avere una città più pulita, più decorosa e più vivibile. Solo facendo squadra possiamo costruire una Benevento sempre più sostenibile”.
Si è tenuta oggi a Benevento la conferenza stampa di presentazione del progetto di rigenerazione urbana e culturale del Teatro San Marco. L'ambiziosa iniziativa è guidata da TEAMA srl, una società costituita nell'aprile del 2025 su iniziativa di un gruppo di imprenditori campani: Alfredo Chiariotti (Amministratore Delegato), Marco Dell'Era (Direttore Artistico, Marketing e Comunicazione) ed Emilio Atorino (Direttore Commerciale).L'operazione mira a rispondere in modo innovativo alle richieste del mercato dello spettacolo e della cultura, calando l'intervento all'interno di un solido e strutturato disegno di marketing territoriale per l'intera provincia sannita e la regione.Hanno aperto la conferenza stampa, coordinata dalla giornalista Raffaella Preziosi, il sindaco di Benevento Clemente Mastella e l’assessore alla Cultura Antonella Tartaglia Polcini.Entrambi hanno manifestato l’interesse del Comune al progetto che ridà vita ad uno spazio culturale importante e attrattivo per la sua grande capienza di pubblico e per la posizione strategica a via Traiano.Si è unita ai saluti la Rettrice Unisannio prof.ssa Maria Moreno che ha apprezzato l'iniziativa per la creazione di uno spazio culturale che potrebbe coinvolgere anche eventi dell’Ateneo.L’Architetto Alfredo Chiariotti ha esposto poi il progetto imprenditoriale.Nel corso del 2025, TEAMA srl ha partecipato con successo all'Avviso Pubblico della Regione Campania (programmato con la Dgr. n.355/2024), finalizzato al rafforzamento delle Imprese Culturali e Creative (ICC) in attuazione dell'Azione 1.3.1 del PR Campania FESR 2021-2027 (Misure a sostegno della competitività, innovazione e internazionalizzazione delle imprese).La solidità della proposta ha permesso a TEAMA di posizionarsi al sesto posto assoluto in graduatoria regionale nel luglio 2025, risultando assegnataria dei relativi finanziamenti pubblici.Il progetto è stato concepito per innescare sinergie profonde tra enti pubblici e operatori privati. Hanno già formalizzato la propria manifestazione di interesse partner di rilievo come il Comune di Benevento, l'Università degli Studi del Sannio, Sannio Europa, la Fondazione Benevento Città Spettacolo, l'Archivio di Stato - MIC, l'Ente Parco Regionale del Taburno Camposauro, l'agenzia Savia Viaggi, e le aziende agricole Martino e Domenico Pulcino.L'obiettivo primario di questo ecosistema territoriale è valorizzare l'area monumentale circostante l'Arco di Traiano, simbolo della Via Appia (recentemente dichiarata patrimonio mondiale UNESCO). Rifunzionalizzare il Teatro San Marco, individuato come lo spazio ideale per ampiezza, flessibilità e posizione strategica per una proposta culturale unica, inclusiva e ad alto contenuto tecnologico.Il progetto di rigenerazione, i cui lavori sono già stati avviati, intende preservare l'identità storica dell'edificio pur proiettandolo verso il futuro. Il forte legame con la memoria locale si esprime sin dal nuovo logo, che rielabora stilisticamente il Leone che storicamente campeggia sull'ingresso del teatro.La ristrutturazione architettonica e tecnologica trasformerà la sala in un impianto moderno e multifunzionale con un nuovo palcoscenico ampliato che sacrificherà la prima fila di poltrone esistenti ma permetterà anche la creazione di camerini. Il nuovo palcoscenico avrà le seguenti dimensioni 11 metri di larghezza × 7 metri di profondità × 7,5 metri di altezza con sistemi audio e luci all’avanguardia.Poi ha preso la parola il direttore artistico di TEAMA srl Marco Dell'Era che prevede, per il dopo-inaugurazione, tournée teatrali di rilievo nazionale e un cartellone che spazierà dalla prosa classica al musical, dalla drammaturgia contemporanea alla valorizzazione dei giovani talenti, con l'obiettivo di intercettare un pubblico variegato e intergenerazionale.L'ambizione dichiarata dal management è posizionare Benevento come il terzo polo della Regione Campania per i tour dei principali artisti nazionali e internazionali, subito dopo Napoli e Salerno. Attraverso partnership e relazioni stabili con i più importanti promoter del settore, la programmazione spazierà dal pop al rock, dal rap alla musica indie, fino a prestigiose rassegne jazz.Poi ha preso la parola il direttore commerciale Emilio Atorino sottolineando che il Teatro San Marco non sarà solo un luogo di fruizione passiva, ma un centro educativo e sociale per la comunità. Sarà avviato un dialogo strutturato con le istituzioni scolastiche locali (scuole primarie e secondarie) attraverso una programmazione dedicata, percorsi didattici legati alle arti dello spettacolo, workshop formativi e l'opportunità per gli studenti di utilizzare il palco per esprimere la propria creatività.Sulla tipologia di spettacoli sarà garantita la diversificazione rispetto alle altre rassegne cittadine tenendo conto della peculiarità del San Marco che ha una capienza notevole e potrebbe attrarre grandi produzioni. Nel frattempo è stato stilato il programma:27 Novembre 2026 | Amedeo Colella – “Sei Regine Sfortunate” Un viaggio ironico e colto tra storia, aneddoti e grande tradizione napoletana.4 Dicembre 2026 | Peppe Lanzetta – “Parole Stonate” Teatro profondo, poetico e viscerale per raccontare l’anima più autentica di Napoli.11 Dicembre 2026 | “Musica da Vedere” con il Maestro Lucio Caputo Un suggestivo percorso sensoriale che fonde grandi esecuzioni musicali a immagini di forte impatto visivo.18 Dicembre 2026 | “Delitto per Due” Un trascinante e originale giallo-comedy musicale: due soli attori e un pianoforte sul palco per interpretare ben 13 sospettati.28 Dicembre 2026 | Frozen “La magia di Elsa” – Il Musical Spettacolo tributo live ufficiale al capolavoro Disney, reduce da un trionfale tour nazionale con oltre 400 repliche.22 Gennaio 2027 | Area Medina – “Sciò Live” Il grande ritorno a Benevento dopo 3 anni del tributo ufficiale per rivivere le emozioni e la poesia della musica di Pino Daniele.5 Febbraio 2027 | Marisa Laurito – “Madre per Sempre” Un testo intenso e toccante di Marta Barceló che affronta con delicatezza i legami familiari e la maternità.3 Marzo 2027 | Paolo Caiazzo – “Quasi quasi ci ripenso” Una brillantissima commedia comica sul rimpianto e sulle scelte di vita: cosa faremmo se potessimo tornare indietro?26 Marzo 2027 | Ciro Cerruti – “Non tutti i mali vengono per nuocere” Una comicità dal ritmo travolgente che prova a riassumere e raccontare gli ultimi quindici anni di vita in pochissimo tempo.23 Aprile 2027 | Biagio Izzo – “L’Arte della Truffa” Commedia degli equivoci brillante ed esilarante incentrata su una paradossale truffa a fin di bene che stravolgerà i rapporti familiari.
Nel pomeriggio di ieri, personale della Polizia di Stato ha tratto in arresto una quarantenne perché gravemente indiziata di detenzione ai fini di spaccio di sostanza stupefacente del tipo cocaina; la donna, già sottoposta alla misura degli arresti domiciliari per reati della stessa specie, è stata condotta in carcere in attesa dell’udienza di convalida.L’arresto scaturisce dall’intensificazione dei servizi di prevenzione e contrasto delle attività di spaccio e consumo di sostanze stupefacenti nel territorio della provincia di Benevento. In particolare, personale della Squadra Mobile ha appurato un intenso andirivieni dall’abitazione della quarantenne e, pertanto, all’esito di ulteriori accertamenti, ha deciso di intervenire con una perquisizione domiciliare che ha sortito esito positivo. Infatti, all’interno del water in uso alla donna, gli agenti hanno recuperato un blocco sferico termosaldato di colore bianco contenente cocaina per un peso di circa 6 grammi, mentre nella stanza da letto hanno rinvenuto un bilancino di precisione, materiale per il confezionamento e materiale per il taglio della sostanza.Alla luce degli elementi raccolti, della flagranza del reato e dei numerosi pregiudizi specifici, la quarantenne è stata tratta in arresto per il reato di detenzione ai fini spaccio di sostanza stupefacente.
Durante la mattinata di ieri, a Solopaca, un 42enne del posto, già noto alle Forze dell’Ordine poiché gravato da precedenti specifici, si è introdotto nell’area del cantiere della “RETE FERROVIARIA ITALIANA” S.P.A. per la realizzazione della linea ferroviaria ad alta velocità, tratta “CANCELLO - BENEVENTO”, evidentemente pensando di poter agire indisturbato visto che nella zona prescelta non vi era la presenza di tecnici od operai. Con l’uso di grosse tenaglie è riuscito a rompere il cunicolo in cemento posto a protezione delle linee elettriche e ad asportare complessivamente 100 metri di cavi in rame per un peso di circa 50 chilogrammi. L’uomo però non sapeva che quel cantiere è inserito nelle grandi opere di interesse strategico nazionale ed è quindi sottoposto ad una costante vigilanza da parte dei carabinieri. La pattuglia della Stazione di Telese Terme (BN), infatti, stava controllando proprio quel sito da una posizione defilata ed ha colto il malfattore sul fatto, arrestandolo e sequestrando i cavi asportati e gli strumenti utilizzati per commettere il furto. Il repentino intervento dei militari ha impedito ripercussioni negative alla circolazione ferroviaria. I carabinieri hanno contestato una recente aggravante del reato di furto, che mira a tutelare le infrastrutture destinate all’erogazione di energia e ai servizi di trasporto, di telecomunicazioni o di altri servizi pubblici. Proprio grazie a questa specifica aggravate, oltre all’importanza strategica dell’opera compromessa dal furto, l’uomo è stato condotto al carcere di Benevento dove rimarrà a disposizione dell’Autorità Giudiziaria, così come disposto dal Pubblico Ministero di turno.La persona in stato di arresto, allo stato è indagata e quindi presunta innocente fino a sentenza definitiva.
È questa la grande novità messa in campo da Confindustria in collaborazione con Unisannio per poter far fronte allo spopolamento delle aree interne.Lo ha illustrato il presidente di Confindustria Andrea Esposito al termine di un partecipato incontro, con interventi di istituzioni e imprenditori, tenutosi nell’accogliente Auditorium comunale di San Giorgio la Molara. Sannio Next Generation, spiega Andrea Esposito, nasce dalla collaborazione tra Confindustria Benevento e l'Università degli Studi del Sannio per offrire a studentesse, studenti, laureate e laureati un percorso di carriera retribuito nella provincia di Benevento.Il progetto prevede un percorso lavorativo che consente alle persone selezionate di sviluppare la propria tesi (se ancora in corso), garantire l'inserimento lavorativo e avviare una carriera attraverso un tirocinio retribuito per 12 mesi in una delle aziende selezionate da Confindustria Benevento.L'obiettivo è far conoscere le opportunità del tessuto produttivo sannita, affinché lasciare il territorio sia una scelta consapevole, non una necessità.Con il presidente Esposito è intervenuto il prof. Nicola Fontana Prorettore dell’Unisannio: Fino a pochi mesi fa sono stato il direttore del Dipartimento di Ingegneria. Vi posso garantire che ogni settimana arrivavano richieste da parte di imprenditori e presidenti di aziende che cercavano ingegneri da inserire nelle proprie realtà. Non solo ingegneri ma anche giuristi, economisti o biologi e sono sicuro che la stragrande maggioranza di voi presenti mi confermerà che oggi la situazione è questa. Allora l'imperativo è concentrarsi soprattutto sulla persona. Oggi il ragazzo non è più costretto a partire per forza.Gli interventi di Andrea Esposito e del prof. Fontana hanno chiuso, con questo atto di fiducia nei confronti dei giovani, un incontro fortemente voluto da Confindustria che ha inaugurato un percorso itinerante volto a rinsaldare il legame profondo tra la cultura d'impresa e le comunità locali. La scelta di partire dal Fortore – area riconosciuta all'interno della Strategia Nazionale Aree Interne (SNAI) – non è stata casuale, ma risponde alla volontà politica e imprenditoriale di capovolgere la narrativa classica legata a questi territori, troppo spesso associati unicamente a dinamiche di spopolamento, invecchiamento demografico e carenza infrastrutturale.Al centro del dibattito, che ha visto la partecipazione di imprenditori, amministratori locali e rappresentanti istituzionali, si è delineata una visione strategica focalizzata sul rilancio economico e sociale dell'entroterra. I relatori hanno ribadito come l'abbandono dei territori montani e rurali non rappresenti solo un danno economico, ma provochi ripercussioni sull'assetto ambientale, culturale e identitario dell'intera regione.Per contrastare questo trend, Confindustria Benevento ha proposto un vero e proprio patto per il territorio. L'obiettivo comune emerso dal convegno è quello di mantenere le promesse fatte alle giovani generazioni, offrendo loro le condizioni strutturali, lavorative e digitali per costruire una professione e una famiglia nei luoghi in cui sono nati. Trasformare l'isolamento in un punto di forza significa puntare sulla sostenibilità, sulle eccellenze agroalimentari (come la storica filiera della carne Marchigiana, vanto locale), sulle energie rinnovabili e su una connettività all'avanguardia che permetta alle imprese locali di competere a livello globale pur rimanendo radicate nel Fortore.Il viaggio dei 100 anni di Confindustria Benevento proseguirà nei prossimi mesi toccando la Valle Caudina ad Airola (settembre), la Valle Telesina a Telese (ottobre), per poi concludersi con il grande evento finale di novembre nella città di Benevento. La tappa di ieri a San Giorgio La Molara ha però tracciato la rotta, dimostrando che il rilancio del Sannio passa inevitabilmente dalla valorizzazione e dal coraggio delle sue aree interne.L’incontro è stato moderato garbatamente, con discrezione e professionalità, dall’ing. Giuseppe D’Avino, presidente Strega Alberti e già presidente Confindustria Benevento. La scelta di far coordinare l’ing. D’Avino è stata dettata dal fatto discende da Vincenzo Alberti che nel 1926 è stato tra i fondatori dell’associazionismo della classe imprenditoriale sannita oltre ad essere stato anche il primo presidente di Confindustria a BeneventoPrima del Presidente Andrea Esposito e del prof. Fontana però sono stati numerosi gli interventi sul tema scelto per questo primo incontro: le aree interne da minaccia ad opportunità. A portare i saluti è stato per primo il sindaco di San Giorgio la Molara Nicola De Vizio che, tracciando la storia millenaria di San Giorgio la Molara, ha ringraziato Confindustria che dal Fortore ha dato inizio ai festeggiamenti dei 100 anni con un tema davvero importante per il territorio.Poi l’intervento del Presidente della Comunità Montana del Fortore, Zaccaria Spina, che ha sottolineato come per decenni le aree interne siano state trascurate degli amministratori. Il Fortore è una area SNAI-Strategia Nazionale Aree Interne dal 2022 (prima realtà in Campania a superare l’istruttoria a Roma e fresca di via libera sui fondi regionali) ma le attività faticano ancora a partire. anche a causa delle lungaggini burocratiche.Hanno portato i saluti: Nino Lombardi Presidente della Provincia di Benevento, il Prefetto Raffaela Moscarella e il senatore Domenico Matera.Poi è intervenuto l’imprenditore Claudio Monteforte, che ha voluto fortemente organizzare l’evento a San Giorgio la Molara essendo il suo paese di origine. Ha ringraziato il Past President Oreste Vigorito per aver creduto in questa area del Fortore e per aver dato a Confindustria questa forte spinta all’associazionismo che ha permesso di creare un gruppo unito e compatto che lavora per il tessuto economico della provincia di Benevento.Il presidente emerito di Confindustria Oreste Vigorito è intervenuto per lanciare un messaggio preciso: 33 anni fa ho creduto in questo territorio, ho fatto una scommessa e ho corso i miei rischi. Non conoscevo questa realtà ma posso dire che la mia intuizione ha avuto fortuna e dopo 33 anni vedo cha tanto si è fatto (all’epoca non esisteva neanche la fortorina) ma si può fare ancora molto per l’economia di questo territorio meraviglioso.La direttrice di Confidustria Anna Pezza ha poi letto poi un messaggio di saluto inviato da Flavian Basile, presidente Ance, che per motivi di salute non ha potuto presenziare all’incontro.Erano presenti all’evento: l’Arcivescovo di Benevento Michele Auturo, il consigliere regionale Pellegrino Mastella, il Questore Gennaro Leuci, il Comandante dei Carabinieri Marco Keten. tanti sindaci e imprenditori.Per tutti poi un brindisi finale sul panoramico terrazzo dell’Auditorium Comunale di San Giorgio la Molara dal quale tutti i presenti estasiati hanno potuto ammirare la bellezza delle colline del Fortore.