La grande accozzaglia Società
Hanno rimesso in fretta e furia i
tabelloni elettorali. Fanno una certa impressione alcuni manifesti
rimasti attaccati dall'ultima competizione, quella per la elezione
del sindaco del 2006. Nomi e volti rapidamente dimenticati, a
ricordarci come velocemente sia cambiata anche la politica in Italia.
La caduta del governo Prodi non è
stata causata da Mastella. Al Nostro si deve la spallata, ma
l'edificio aveva più crepe che muri. Il governo Prodi era
cominciato a franare il 14 ottobre 2007, la data di nascita per
inseminazione plebiscitaria del Partito Democratico. I due partiti
fondamentali dell'alleanza di governo (i Democratici di Sinistra e
la Margherita) si fondevano col proposito di fare un partito capace
di attirare un po' a sinistra e molto al centro. Inevitabile che la
sinistra meglio organizzata e più identitaria di Bertinotti e
Diliberto prendesse cappello e non fosse disposta a favorire il
progetto di Veltroni e company.
Il Partito Democratico, per le modalità
della sua incarnazione e per la scelta del suo segretario (Walter
Veltroni, che nel 2001 si defilò andando a fare il sindaco di
Roma) aveva bisogno di un passaggio elettorale ravvicinato. Solo le
elezioni possono, infatti, compattare due comunità culturali
che si rispettano ma sono state contendenti e avversarie.
Veltroni non ha perso tempo. Ha
lanciato la sfida a Berlusconi. Il Cavaliere, alla resa dei conti, ha
accettato la sfida. Ha costituito dalla sera alla mattina il Partito
della Libertà, mediante fusione di Forza Italia e Alleanza
Nazionale, lasciando fuori Casini e la sua Unione Di Centro e La
Destra di Santanché e Storace.
Nel giro di tre mesi è come se
dal mondiale di formula 1 fossero scomparse Ferrari, Mac Laren,
Renault, Bmw, Williams e Honda o dal campionato di calcio fossero
scomparse Juve, Inter, Milan, Fiorentina, Napoli e Roma.
Quali sono state le conseguenze a
Benevento?
E' scomparso Clemente Mastella. La
sua vicenda, però, è stata condizionata dagli
interventi esterni della magistratura e da quelli interni
della famiglia. Fa, comunque, una certa impressione vedere la
lenzuolata di manifesti di Pasquale Viespoli senza che neanche una
volta il faccione di Mastella stia sui tabelloni a bilanciare
l'enfasi del tradizionale avversario.
I listoni preparati a Roma hanno
paracadutato dalle nostre parti i ig. E, dei beneventani, sono
big solamente Pasquale Viespoli ed Erminia Mazzoni.
Avendo abolito le preferenze, si cerca
di almanaccare che probabilità hanno di uscire Mario Pepe nel
PD e Mino Izzo nel PDL. Nel PDL è garantita come la sorpresa
nell'uovo di Pasqua la elezione di De Girolamo. Tutto deciso a
Roma, dicono sia i sostenitori e sia i detrattori della giovane
avvocatessa.
Diamo la colpa della legge elettorale
che ha abolito le preferenze e affida proprio alla posizione in lista
le probabilità di successo. (Ci sarebbero altri espedienti -
malocchio, fatture, jasteme - ma non è elegante parlarne).
Ma come sono andate le cose per l'altra
elezione che riguarda il territorio, quella per il Presidente della
Provincia e del consiglio provinciale? Credo sia interessante
osservare come gli eventi nazionali abbiano influenzato la
composizione delle liste per il governo della Rocca dei Rettori.
Ci vuole molta buona volontà per
vedere nel gioco della Rocca la semplificazione prodottasi per le
elezioni politiche.
Non solo a Benevento, per le elezioni
locali, è saltato lo schema delle alleanze a livello
nazionale. Obbedisce alla logica dell'autonomia un po' di libertà
nella scelta dei compagni di viaggio. Si deve capire la logica, però.
Se è per vincere, va bene qualsiasi pastrocchio. Non c'è
lo stesso bisogno per perdere. Chi ha chiaro che corre per perdere
non si sporca con alleati malfidati.
Per la elezione del presidente e del
consiglio provinciale, il centrodestra con Mino Izzo non ha grande
voglia di vincere. Punta solo al ballottaggio. Solo al ballottaggio,
ma con minori possibilità rispetto al PDL, punta l'UDC di
Erminia Mazzoni. Essendosi dichiarata alternativa alla sinistra,
perché l'UDC non ha trovato il modo di allearsi con il PDL e
di puntare alla vittoria al primo turno? Solo per rispettare lo
schema nazionale? O si pensa che al ballottaggio andranno UDC e PDL?
Per quanto tormentata, la candidatura
di Aniello Cimitile a capo della cordata guidata dal Partito
Democratico non può ritenersi a rischio ballottaggio. Ritengo,
cioè, che l'ex rettore dell'Università del Sannio
ha buone chance ci conquistare il posto per il ballottaggio.
Proprio nella famiglia del PD si è
manifestata, tuttavia, la maggiore riluttanza a percorrere la via
veltroniana della semplificazione. Sono ben otto (di cui due ispirate
da Mastella) le liste a sostegno di Cimitile. Ci sono anche le
variegate sinistre, al punto che Antonio Medici (da poco non più
assessore al Comune) corre da solo, rifiutando di mischiarsi con i
mastelliani (ma credo anche con i veltroniani che a Roma hanno
allontanato le sinistre).
Gli accordi circa la destinazione delle
cariche assessorili ricalcano pedissequamente i criteri che portarono
alla formazione della giunta Pepe a Palazzo Mosti. Non vorremmo che
la lezione non sia servita a niente. La grande accozzaglia servì
ad eleggere Fausto Pepe, non è servita molto per consentirgli
di governare, avendo dovuto fare notevoli e costosi aggiustamenti in
corsa.
Chi salirà alla Rocca dei
Rettori non avrà tempo per gingillarsi con le alchimie e con
le pretese dei magnifici otto. Sia venendo dal centrodestra che
venendo dal centrosinistra il nuovo presidente e la nuova giunta
dovranno misurarsi con la eredità lasciata da Carmine Nardone.
Per chiunque venire eletto in una
simile congiuntura è un destino terribile. A noi elettori
viene già adesso il mal di testa al pensiero che la coraggiosa
prosecuzione di un disegno vincente possa essere messa a repentaglio
dalla introvabilità di una colla. Cimitile è ingegnere,
se vuole vincere dovrà imparare a fare il chimico.
MARIO PEDICINI
info@mariopedicini.it

27/03/2008