Ma lo sai che tuo figlio gioca a fare l'assassino? Società
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Si avvicina il Natale, momento da sempre dedicato alla famiglia ed agli affetti più cari. Complici il tempo libero, il freddo che ci porta a restare in casa e la curiosità e la voglia di provare i regali appena ricevuti, sicuramente durante queste festività molti genitori si ritroveranno accanto ai figli a divertirsi con le ultime novità nel campo dei videogiochi. Quest’anno oltretutto, proprio in prossimità delle feste, sono state lanciate sul mercato ben due consolle, la nuova Xbox One e la potentissima Playstation 4, che sicuramente la mattina del 25 in tanti troveranno impacchettate sotto l’abete addobbato.
Chi non è avvezzo all’uso dei videogame rimarrà di certo stupito dalla complessità e dalla perfezione grafica raggiunta in questo campo: i più moderni videogiochi sono talmente realistici e dettagliati da dare al giocatore l’impressione di guardare ed interagire con un vero e proprio film o di trovarsi di fronte ad una vera partita di calcio in diretta. Tutto questo realismo ha però un rovescio della medaglia: anche la violenza nei videogiochi è oramai così particolareggiata da sembrare reale. Con un dettaglio in più rispetto ai film o ai telegiornali che quotidianamente ci propinano scene di violenza: nei videogiochi il tutto è vissuto in prima persona, non si assiste ad omicidi, ma si commettono (nella finzione del gioco), rendendo il giocatore un assassino in piena regola, seppur virtuale.
E se uccidere il nemico, bene o male, è sempre stato uno dei principali obiettivi sin dai videogiochi più antichi, oggi è avvenuto un mutamento anche nelle trame dei giochi. Sono in commercio videogame dove chi gioca deve affrontare zombie, compiere omicidi su commissione, addirittura eseguire una serie di missioni criminali allo scopo di fare carriera in potenti organizzazioni illegali. Se un tempo gli eroi dei videogiochi erano appunto eroi, oggi è molto comune avere a che fare con giochi dove il protagonista è un pirata, un killer a pagamento o un ladro d’auto. E la quantità di sangue versato in questi giochi non ha nulla da invidiare a quello dei film horror più truculenti.
In America, dove pure esistono associazioni che provvedono ad applicare bollini con l’indicazione dell’età consigliata per certi videogame, tali prodotti sono spesso accusati dai benpensanti d’essere fonte d’ispirazione per stragi e sparatorie in scuole, uffici o altri luoghi pubblici (senza riflettere piuttosto su quanto sia facile procurarsi un’arma negli USA). In Italia, senza arrivare a questi eccessi, diverse associazioni di genitori hanno a più riprese protestato contro i videogiochi più violenti, chiedendone la messa al bando.
Senza cadere in una moderna caccia alle streghe, è normale che le case produttrici possano immettere sul mercato ogni sorta di videogame, indicando magari sulla confezione eventuali contenuti violenti e suggerendo un’età minima per chi vuole giocarci. Ma è troppo comodo scaricare a monte tutte le responsabilità, quando invece spetterebbe in primo luogo a chi compra un gioco di questo tipo accertarsi che sia indicato per la persona che lo riceve, impedendo che minori o addirittura bambini si trovino tra le mani videogiochi inadatti alla loro età. A volte bisogna impuntarsi e, anche di fronte all’insistenza di un figlio o un nipote che desidera un’avventura virtuale colma di violenza, saper dire di no e convincere il pargolo a ripiegare su un altro regalo.
Le software house fanno ciò che è nel loro DNA: proporre nuovi giochi e realizzare profitto. L’origine del male va cercata piuttosto nell’eccessiva accondiscendenza dei genitori poco informati, che comprano a scatola chiusa, pur di soddisfare qualsiasi richiesta pervenga loro.
Saluti dalla plancia (e buone feste),
CARLO DELASSO

19/12/2013