Retorica e responsabilità Società

Adolfo Scotto Di Luzio, sul Corriere del Mezzogiorno di venerdì 24 gennaio 2014, ha scritto che “La retorica napoletana è, lo è sempre stata, ma lo è oggi una volta di più, una forma di immoralità intellettuale”.

La retorica ossessiva, ripetitiva, che solletica orgogli popolareschi per fatti storici ampiamente consumati e non più replicabili dalla storia, è certamente immorale. Per una ragione molto semplice: perché esonera dal pensare, ci tiene fuori da qualsiasi accollo di responsabilità, ci fa credere che possiamo scansare la fatica di costruire ciò che ci interessa, potendoci rifugiare nella comoda attribuzione di colpe a chi non ha più nessuna influenza sul presente e sul futuro. E magari se ne evocano i fantasmi.

Basta riflettere un momento per veder passare davanti agli occhi i mille venditori di retorica che illudono il popolo con argomenti di facile presa ma di nessuna consistenza. Ne abbiamo avuto una prova in occasione delle manifestazioni dei 150 anni della storia unitaria. Anziché riflettere, coraggiosamente e onestamente, sul percorso che ha visto, come bilancio finale, una nazione ampiamente arretrata rispetto alla Mittel Europa accelerare prodigiosamente fin quasi ad accostare i livelli della civiltà dei più progrediti, una larga fetta di opinionisti e politicanti si è messa a cavalcare i più vieti luoghi comuni del ripostiglio patriottardo antiunitario.

Che senso ha risuscitare la “conquista del Sud” da parte dei piemontesi e la “rapina” ad opera loro dell'apparato produttivo industriale del Regno delle due Sicilie, se non quello di legittimare tutti i ritardi accumulati negli anni successivi dalle classi dirigenti, anche meridionali, operanti nella nuova organizzazione statuale? Avendo accollato ai “piemontesi” tutte le nefandezze, ci dovremmo sentire sollevati di ogni responsabilità per gli insuccessi della Cassa per il Mezzogiorno o per il persistere della camorra o per la diffusa corruzione costituitasi come costume generalmente accettato. Sarà certamente colpa dei piemontesi se il Sud ha dovuto sperperare risorse ingenti per realizzare nuclei industriali in ogni comune, organismi che hanno prodotto incarichi politici, rigorosissime gare di appalto e lavori sostanzialmente inutili.

Retorica immorale è quella di un ex presidente del consiglio che si reca a Pontelandolfo, in qualità di autorevole componente del comitato nazionale per le celebrazioni dell'unità, e chiede scusa per i danni inferti dall'unità che egli celebra. Giuliano Amato può leggere i libri che vuole, ma non può, da intellettuale (addirittura proclamato “dottor sottile”), andare a raccontare ciò che gli ascoltatori amano sentire, sorvolando sulla verità storica (anche del numero dei morti di qua e di là della barricata).

La retorica è sempre immorale quando, per esempio, si elogia il bel tempo antico e si maledice il presente, perché in tal caso ci consoliamo con la retorica per non affrontare le difficoltà del presente, il cui superamento è condizione imprescindibile di un futuro prossimo meno deludente.

La retorica produce il fatale incantamento delle energie propulsive quando riempie la pancia del popolo distribuendo a destra e a manca sentenze e condanne, perché alla retorica non interessa gettare le basi di un processo di ricucitura e di ricostruzione.

Non interessa alla retorica, ma interessa maledettamente a ciascuno di noi (vecchio o giovane, benestante o malestante, inserito o sbalestrato) che il presente e il futuro siano progettati con criteri di fattibilità e siano costruiti su basi solide dal punto di vista della sostenibilità economica e sociale.

Certo, nella scala sociale la distribuzione delle competenze e della responsabilità è maledettamente impegnativa. Chi più ha, più deve dare. Anche sul piano pedagogico, si dice che dall'alto deve venire l'esempio. Ma se oggi, oltre all'alto e al basso, c'è un ceto medio numericamente molto consistente, tocca a questo ceto medio il dovere di uno scatto. Di ribellione verso gli anestesisti di professione. E di impegno personale nel rifiuto di ogni disimpegno. La retorica e il disimpegno sono due scorciatoie lungo la strada della inconcludenza.

Ne siamo tutti testimoni, ma anche a varia guisa protagonisti.

MARIO PEDICINI

mariopedicini@alice.it

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