Ripensare la provincia Società

Stefano Caldoro, presidente della Regione Campania, si è espresso con grande nettezza. Le regioni, così come sono, sarebbe meglio abolirle. Non è il solo a pensarla così, ma è il solo presidente di una grande regione a trarre conclusioni così drastiche.

Solo per questo, cioè solo per il fatto di “esserci passato”, andrebbe preso sul serio. Non perché debba avere per forza ragione, ma perché è portatore di una esperienza diretta, le sue considerazioni meritano di essere approfondite. Caldoro non è mai stato un rivoluzionario o un parolaio. E' uno dei pochi della famiglia socialista (suo padre ne è stato un esponente di spicco nell'ambiente napoletano) a non aver abdicato ai riferimenti ideologici, avendo semplicemente ottenuto una sorta di asilo politico nel territorio riformistico di Forza Italia (travasatasi poi nel PDL). Per tale sua personale testimonianza non può essere assimilato a nessuno dei pur zompettanti nostalgici di un centralismo statale risolutore di tutti i mali d'Italia.

Il fatto è che proprio il centralismo sviluppatosi in dimensioni parossistiche presso le regioni (e in Campania in particolare) è stato da Caldoro individuato come il mare incurabile di fronte alla cui diagnosi infausta il governatore ha tratto la convinzione di preferirne la morte.

E' difatti al centralismo ferreamente e stupidamente organizzato, ad imitazione dell'unico modello conosciuto in Italia quale quello dello stato risorgimentale, che le regioni devono la loro asfissia. Lo stato risorgimentale, peraltro, fu centralista anche per la necessità storica di dover comporre ad unità le preesistenti entità statuali (dal grande Regno delle due Sicilie, ai piccoli principati e ducati, ivi compreso il solo di nome Granducato di Toscana). Le regioni nacquero, nel pensiero dei costituenti, per dare rappresentanza e legittimazione operativa alle non eliminabili differenze geografiche, economiche e culturali rappresentative del politeismo etnico ben rappresentato da una maschera non solo locale quale è quella di Arlecchino.

La sua tardiva attuazione (solo nel 1970 furono indette le elezioni degli organi di rappresentanza nelle regioni a statuto ordinario) partorì, poi, un sovvertimento delle convinzioni politiche (cioè, di opportunità e di calcolo elettorale) in alcuni degli schieramenti tradizionali, sicché si ritrovarono ad essere regionalisti quelli che prima non lo erano mentre antichi e convinti regionalisti avevano maturato convinzioni opposte.

La maggioranza elettorale consegnava le famose tre regioni rosse a movimenti politici imperniati sul “centralismo democratico”. Non poteva venire da loro una organizzazione burocratica del nuovo ente che non fosse in contrasto con idee di decentramento. La regione in sé andava bene per “decentrare lo stato”, non certo per concedere a province e comuni assaggi ed esercizi di decentramento. Il guaio è che anche le regioni del Sud, che nel 150° anniversario dell'unità nazionale avrebbero dissotterrato impensabili sentimenti para-separatisti, non ebbero granché voglia di sperimentare soluzioni difformi dai modelli tosco-emiliani.

Il costo delle regioni così conciate, che il cittadino è chiamato a pagare, è sempre più salato. Ai costi vivi di assemblee, assessorati, direzioni generali e consulenze, nonché enti e società variamente definite si devono aggiungere, infatti, quelli derivanti dalla necessità di confluire presso le espressioni apicali del potere per un modesto finanziamento, come per un sollecito di un pur doveroso adempimento. Occasioni, non sempre innocenti, di mediazioni quando non di episodi corruttivi.

Con provvedimenti improvvisati si è cercato di eliminare le province. Tra poco sarà prodotto dal governo un nuovo progetto in tal senso. Poiché, però, è lecito pensare che il governo possa partire dai dati faticosamente acquisiti sull'argomento, ne verrebbero comunque toccate alcune regioni. Se Basilicata, Molise e Umbria non ce la dovessero fare a conservare almeno due province, e non potendo comunque contare su almeno un milione di abitanti (requisito per la creazione di nuove regioni: non si capisce perché non dovrebbe valere per le pre-esistenti), si porrebbe la questione della loro sopravvivenza. Il riassetto degli enti sub-statali, insomma, dovrebbe coinvolgere anche le regioni. E si potrebbe, quindi, riaprire tutto il discorso delle regioni, della loro ampiezza e (volendo essere ottimisti) della loro eliminazione, secondo le considerazioni di Caldoro.

Bisogna cogliere questo possibile ingorgo per ripensare ad una nuova definizione delle province, piuttosto che alla loro eliminazione. Proprio argomenti di stretta attualità qui in Campania, vale a dire la gestione del territorio violentato dall'accumulo di rifiuti di ogni genere, impone una severa riflessione sulla gravità di togliere dal panorama istituzionale una istituzione - la provincia, appunto - che proprio al territorio potrebbe badare con efficacia ben maggiore di quanto abbia saputo fare la regione.

Non so se sono in programma congressi di partiti e forze politiche. Sarebbero le sedi adatte per discutere e prospettare soluzioni. Di cortei e presidi a cose fatte siamo francamente stufi.

MARIO PEDICINI

mariopedicini@alice.it

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