Si riscopre il Sannio Società

Che estate, ragazzi. Chi se la ricorderà, la potrà raccontare ai posteri come la più effervescente stagione dell’illusionismo politico. E chi pensava che alla nostra classe dirigente mancasse la fantasia dovrà amaramente ammettere di essersi sbagliato.

Le parole d’ordine sono state scelte nel vocabolario della lingua italiana per la ricerca di effetti definitivi. Rigore, innanzitutto. Niente mani nelle tasche degli italiani. Sacrifici. Solidarietà. Sostegno alle fasce deboli. Niente licenziamenti.

Voi pensate che ci sia stata qualche parola inconcludente: beh sì, ma tenete presente che gli italiani (anche loro non si mettevano più le mani in tasca, poiché queste erano vuote) erano in vacanza. Andate a turbare le vacanze, va a finire che uno si mette in macchina coi nervi a fior di pelle e il minimo che gli possa capitare è di provocare un tamponamento a catena. Cosa francamente in palese conflitto con il bollino nero che la Società Autostrade ha già messo nei giorni fatidici del rientro.

Il governo ha fatto una manovra a luglio, la più severa e giusta, si capisce. Non si sa come e perché, le Borse vanno giù. In poche ore si bruciano capitali enormi. L’Italia vive con i debiti. Abbiamo il più formidabile debito pubblico del mondo e non ce la facciamo a pagare i soli interessi che su quel debito maturano. Lo Stato, quindi, ogni tanto mette sul mercato i suoi Buoni del Tesoro, vendendo i quali si procura i liquidi per mandare avanti la baracca. Se le Borse impazziscono c’è il rischio che i Buoni del Tesoro non se li compra nessuno.

Ecco, quindi, un avvertimento da parte della Germania (sempre lei, per colpa sua ci rovinammo con la guerra) e della Banca Centrale Europea. Fate una manovra seria (almeno stavolta) e noi vi verremo incontro: compreremo i BTP.

A costo di mandare all’aria il Ferragosto (il nuovo ministro della Giustizia aveva prenotato al di là degli Oceani), la maggioranza in quattro e quattr’otto vara una manovra aggiuntiva. Bersani esprime un giudizio molto severo. Ripete pure che Berlusconi deve andare a casa. Se era per questo poteva lasciare un messaggio registrato.

Tra le tante cose buttate giù per cominciare a risparmiare, c’è il taglio dei comuni sotto i mille abitanti e delle province sotto i trecentomila. Quest’ultimo punto ha toccato anche la nostra comunità.

Si dà il caso, infatti, che la provincia di Benevento navighi attorno agli 286mila residenti. Ci sono mezzi paesi vuoti che si riempiono a Ferragosto e quando si vota per il sindaco. Sono cittadini che parlano nuovi idiomi, ma gli piace tenere una vecchia casa e soprattutto la iscrizione anagrafica nel paese d’origine.

Questa circostanza, ben nota ai politici, viene colta al volo. “Allora faremo prendere la residenza ai beneventani espatriati”. Sotto l’incalzare della cerimonia solenne per i “noti fatti di Pontelandolfo del 1861”, si ricorda che ci sono più pontelandolfesi in un certo paese degli Stati Uniti che non nelle liste elettorali periodicamente revisionate dalla apposita commissione.

Si scatenato i secessionisti. Sono gli stessi che prendono in giro i Leghisti e che aderiscono in pieno ai messaggi del presidente Napolitano. Ce ne andremo. Dove, ancora non si sa. Quel sindacalista incazzato, che non ce la faceva più, asserì: “Me ne vado da questa porca Italia”. Gli chiesero dove. E lui “ A Bolsena, da mio cognato”.

Si convocano riunioni, escono documenti, tante le dichiarazioni. Addirittura si convoca una seduta congiunta del consiglio comunale di Benevento e del consiglio provinciale. Convocazione resa inutile, poi, dalla manovra “aggiuntiva bis” concordata ad Arcore per correggere alcune asprezze del rigore precedente.

La Provincia è salva. Gli studiosi si sono accorti che le province, dopo la riforma del titolo V della Costituzione (operata con la legge costituzionale n. 3 del 21 ottobre 2001 – dieci anni fa!), sono organi costituzionali. Ci vuole una legge di riforma della Costituzione. Il sospiro di sollievo emesso all’unisono dai nostri esponenti politici lascia senza dubbio intuire che non se ne farà nulla. Cioè che la legge costituzionale non passerà.

E’ parso di capire, però, che è un’altra equazione ad aver fatto svanire le turbolenze ferragostane.

Togliere le province sotto i 300mila abitanti sarebbe stata una ingiustizia, un vero colpo al principio di eguaglianza. Abolirle tutte, invece, combacia perfettamente con l’uguaglianza.

Messa a posto l’equazione dell’uguaglianza (il disoccupato è uguale a Flavio Briatore: mica si offende il disoccupato?), resta in piedi un quesito.

Come mai le province erano organi essenziali quando se ne toglievano solo alcune e diventano organi assolutamente inutili quando si eliminano tutte?

C’è qualcosa che non quadra. I parlamentari si sono presi un momento di pausa, dopo le esternazioni a raffica dei giorni caldi del Ferragosto. Prima o poi rientreranno. Dichiareranno. Si faranno intervistare.

Nel guazzabuglio di pensieri e intenzioni, s’è registrato un ritorno di fiamma del Sannio. Inteso come vocabolo della storia, che ha influenzato in maniera strana la geografia al punto che Benevento ne è considerata da tutti la legittima capitale, senza avere alle dipendenze tutti i tanti comuni che recano nella denominazione il suffisso “del Sannio” o “Sannita”. Non parlo tanto dell’antico San Giorgio la Montagna o dell’imbarazzante Pescolamazza, che persero rispettivamente la montagna e la mazza. Parlerei di San Giuliano del Sannio, Montefalcone nel Sannio, Mirabello Sannitico, Morrone del Sannio, Torella del Sannio (in provincia di Campobasso), Belmonte del Sannio, Cantalupo nel Sannio, Civitanova del Sannio, Forlì del Sannio, Poggio Sannita , Rionero Sannitico, Sant’Elena Sannita (in provincia di Isernia), Gioia Sannitica, Prata Sannita, San Potito Sannitico, (in provincia di Caserta), Canosa Sannita (in provincia di Chieti).

Insomma il Sannio c’è. C’è qualcuno interessato a “coltivarlo”?

Ne riparleremo.

MARIO PEDICINI

mariopedicini@alice.it