Università e movimenti studenteschi Società

Ci sono 68 università oggi nel nostro Paese, alle quali vanno aggiunte le varie istituzioni accademiche telematiche o a carattere privato. Volendo banalizzare, possiamo dire che l’ateneo è diventato una sorta di istituzione quasi provinciale. Questo, ovviamente, ha portato a facilitare molto gli studenti, che vogliono conseguire una formazione di eccellenza. Inoltre, gli aggravi di spesa per le famiglie, che devono supportare uno o più figli in questo cammino formativo, sono in parte meglio sostenibili.

Questi innegabili vantaggi per l’utenza non sempre sono stati accompagnati da un adeguato livello qualitativo. Anche senza essere esperti del settore, ci si rende conto che docenti e dirigenti delle nuove università sono lontani anni luce - per valori assoluti accademici e scientifici - da professori e magnifici rettori delle vecchie università.

I giovani sanniti della mia epoca sceglievano - in gran parte - di andare a Napoli. Una prestigiosa università (la Federico II, fondata nel 1224, da far invidia alle corrispettive formazioni britanniche), un politecnico da poco insediato a Fuorigrotta, l’Orientale per le lingue straniere, il Suor Orsola Benincasa. Si andava con la ferrovia Benevento-Napoli (via Valle Caudina) soprannominata la “ferrovia di cartone”: un appellativo che non si poteva certo definire beneaugurante! I guasti, pochi per la verità a mia memoria, e l’affollamento, costante e fastidioso, erano i caratteri distintivi di quella strada ferrata.

Per arrivare alle otto a Napoli per sostenere esami, era necessario prendere il treno delle sei da Benevento e, a passo garibaldino, farsi tutto il “rettifilo” prima di giungere alla sede principale. Se dovevi fare qualche operazione in segreteria, le file erano una costante che incuteva paura: ci potevi impiegare un’intera mattinata solo per ritirare un banale certificato d’iscrizione! Se avevi qualche mancia da offrire, potevi abbreviare la procedura rivolgendoti ai bidelli, deus ex machina per ogni necessità. Anche una semplice prenotazione per un esame, poteva farti perdere mezza giornata di lavoro a casa.

Erano anche gli anni della contestazione studentesca, partita nel 1968 dalla Francia e propagatasi a macchia d’olio in Europa l’anno seguente. Spesso i cortili del principale ateneo napoletano erano presidiati da studenti per le loro manifestazioni, non sempre condivise politicamente. Quelli di destra e quelli di sinistra spesso pensavano più a darsele di santa ragione tra di loro e non a far fronte comune per ottenere riforme. Non era l’epoca degli “inciuci”! I celerini spesso intervenivano e con mano pesante. A volte, all’improvviso, si sentiva un gran trambusto per i locali: era l’occupazione! Se non facevi in tempo ad allontanarti, avevano voglia di aspettarti a casa! Lì rimanevi chiuso per ore e ore. Di telefoni pubblici “funzionanti”, Napoli si è sempre fatta un vanto di averne pochissimi!

Gli studenti di “sinistra”, facilmente distinguibili per un casco rosso da minatore indossato nelle manifestazioni più violente, erano poi divisi in una galassia infinita di correnti: i leninisti, i marxisti, gli stalinisti, i cinesi e – stento ancora a ricordarlo! – gli “albanesi”. Sarebbe poi arrivato il tempo delle varie “autonomie” e della stella a cinque punte delle BR. Uno degli slogan principali era: “Il potere deve essere operaio”, volendo sottolineare – credo - il ruolo fondamentale, in una società giusta, di chi “fatica” di più. Molti di quei studenti, una volta conseguita la laurea, sono andati ad ingrossare le fila dei professionisti che, per anni, hanno costituito lo “zoccolo duro” dei ben noti partiti tradizionali: dal craxismo fino ai diversi partiti/impresa individuale!! Con tanto di nome e cognome ben in evidenza in “ditta”.

Altro slogan di sinistra, alquanto “trucido”, era: “La resistenza non è finita / piazzale Loreto continuerà”, riscoperto in questi giorni, almeno per quanto riguarda la prima parte.

Collettivi studenteschi, gruppi autonomi, falangi varie erano le sigle per identificare un crogiuolo di idee, che venivano comunque avanzate per sollecitare cambiamenti improbabili della società. Oggi, di “idee” ne circolano veramente poche, ma si parla quasi sempre per “slogan” studiati a tavolino da esperti di comunicazione. E - principalmente - si sente il bisogno di agganciarsi a qualche “personaggio” invece che di far parlare la “base”, quasi a voler mettere una pietra tombale su un’esperienza comunque democratica.

Piani di studi: niente. Dovevi fare gli esami previsti e al massimo ne avevi due o tre che potevi selezionare in una liste di proposte offerte dalla facoltà. La tesi di laurea era assai difficoltosa in assenza di Internet e Wikipedia! Bisognava girare per biblioteche pubbliche o private per ottenere qualche rara fotocopia: molti appunti erano la strada maestra per la gran parte dei laureandi.

Per lo svago, c’era l’abitudine del “papiello”. Non quello di Totò Riina allo Stato, ma quello che i nuovi iscritti dovevano “accettare” dai più anziani. Quasi sempre bastava una bevuta offerta dai “novizi” ai più grandi per creare cameratismo. Le categorie studentesche erano diverse in questo gioco ed erano espresse in un “latino maccheronico”: primo anno “Matriculae”; secondo anno “Intoleranti faseoli”; terzo anno “Magnificae columnae”; quarto anno “Divinissimi laureandi”; quinto anno ed oltre “Siderei extracursi”. “Bazzecole e pinzellacchere”, come diceva Totò, che dal Sessantanove in poi erano destinate a sparire per lasciare spazio a pericolose “autonomie” e stelle a cinque punte delle BR.

Ma erano altri tempi. Si parla del secolo scorso.

LUIGI PALMIERI

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