Uscire dalla paralisi Società
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Si chiude un anno piuttosto avaro di soddisfazioni, ma - quel che più conta - di realizzazioni. Non sembri una contraddizione. Siamo convinti, infatti, che le soddisfazioni giungano al termine di un progetto realizzato, piuttosto perché si sia vinto al gratta-e-vinci o si sia ricevuta una eredità.
La questione fondamentale in ogni aggregato sociale è il funzionamento in vista di un obiettivo. Ci deve essere, chiaro e concreto, un risultato da conseguire e dal suo raggiungimento la comunità esce rafforzata nei suoi elementi materiali e psicologici.
Nessun si adombrerà se diciamo che a Benevento questo 2013 non ha visto all'opera né progettisti, né laboriosi faticatori. L'amministrazione comunale è preda di un immobilismo, frutto delle tattiche ostruzionistiche (quando non più propriamente ricattatorie) di personaggi animati da una disinvolta attitudine ai cambi di ruolo. Si sta nella maggioranza ma se ne esce non appena non si è stati accontentati. Si formano gruppi consiliari mescolando ingredienti incompatibili.
Un oltraggio alla logica e al buon senso è data dai gruppi consiliari formati da un solo soggetto. Ricordo che, quando tra il '90 e il '91 si redigeva lo statuto della città, non fu possibile adoperare il latino (duo non faciunt collegium), perché la sua applicazione avrebbe negato rappresentanza a due “pilastri” della storia politica della città. Si dava il caso che in consiglio comunale ci fosse un solo rappresentante del PCI (o di come si chiamava all'epoca) e uno solo del MSI (o di come si chiamava anch'esso all'epoca). Due personaggi, peraltro, dalla fortissima personalità, come il vecchio (affettuosamente parlando) Ciccio Romano e il giovane tribuno Pasquale Viespoli.
Non solo loro due, ma tutti gli altri componenti della commissione statuto ragionavano della impossibilità di affermare che per fare un gruppo ci dovessero essere almeno tre consiglieri. A nulla valeva la considerazione che sarebbero stati possibili “gruppi misti” nei quali si sarebbero dovuti sciogliere gli acidi delle diverse sostanze, risparmiando al consiglio il canovaccio dei discorsi tra sordi e le plateali sparate tese ad eccitare un immaginario pubblico partecipante (e, si capisce, plaudente). E' inutile precisare che un unico consigliere facente gruppo a sé partecipa di diritto a tutte le commissioni, a tutti gli organismi paritetici ed ha assicurato il diritto di tribuna in consiglio comunale (Viespoli e Ciccio Romano parlavano sempre e ci sono fior di democristiani o di socialisti che non hanno l'onore di una citazione a verbale).
Il fatto che ciascuno possa andare per la sua strada (una strada non più conoscibile quando si può prescindere dagli schieramenti, dalla sigla sotto la quale si è stati eletti, dalle appartenenze clientelari) rende francamente impossibile qualsiasi tentativo di allestire una forza di maggioranza in grado di affrontare ciò che si diceva all'inizio: la stesura di un programma concreto, i suoi tempi di attuazione, le risorse da impiegare, i protagonisti a cui assegnare le parti in commedia.
In una situazione del genere, ognuno può tirarsi da parte quando giungono le contestazioni, perché obiettivamente si può sostenere che nessuno si è impegnato su niente. L'atteggiamento con il quale l'amministrazione comunale si è presentata di fronte ai manifestanti per la casa è proprio quello di chi non è in condizione di fare affermazioni impegnative, men che meno di fare promesse.
Questi “fenomeni” che sgusciano da una posizione all'altra, rilasciando dichiarazioni francamente incomprensibili, riescono a tenere in scacco il vertice politico-amministrativo. Il quale, non avendo mai tentato di rovesciare le responsabilità su chi quanto meno ne abbia una quota, ha convalidato l'impressione che solo presso il sindaco sia custodita la magica pozione che lui non vuole ingurgitare.
Ho scritto in altre occasioni che il sindaco ha, nei confronti dei franchi cacciatori, una sola arma. Quella delle dimissioni. Si dimette lui, vanno a casa assessori e consiglieri. Si torna a votare. Oggi come oggi Fausto Pepe non può ricandidarsi. Quindi lui non è ricattabile.
Gli altri, soprattutto i franchi cacciatori e le desperate housewives, si ritroverebbero senza alcuna arma di ricatto. Il che non rafforza automaticamente la posizione del sindaco, che potrebbe passare agli occhi di una opinione pubblica a sua volta assente (menefreghista e, allo stesso tempo, colpevolista) come un traditore o, nel migliore dei casi, come un incapace che ha fallito.
Ma se si tratterà di fallimento il giudizio impietoso della storia arriverà comunque. Un gesto di ribellione da parte di Fausto Pepe potrebbe ribaltare a suo favore il giudizio popolare. L'ultima parola spettando a lui, potrebbe denunciare tutti quelli che gli hanno impedito di lavorare costringendolo ad una sfiancante diuturna opera di ricucitura di strappi e strappetti. Che non ci siano partiti su piazza ove alloggiare i satelliti fuori orbita potrebbe costituire per Pepe una irripetibile occasione per farsi lui elemento di coagulo, fondatore (o semplice punto di riferimento) di una aggregazione politico-culturale capace di influenzare gli eventi per i prossimi cinque anni.
A meno che Pepe non abbia altro per la testa che meritarsi una candidatura a Bruxelles, a Montecitorio o a quella ben nota isola del Centro Direzionale di Napoli.
MARIO PEDICINI
mariopedicini@alice.it

19/12/2013