Filosofia, Metafisica e Musica Cultura

Eccoci nel nuovo anno a parlare di musica, di argomenti scientifici e filosofici che contengono le caratteristiche musicali. La prima intervista del 2025 vuole approfondire come la Filosofia e la Metafisica si legano alla Musica e ad aiutarci in questo percorso sarà il professore Massimo Donà, filosofo e musicista jazz, professore ordinario di Filosofia Teoretica presso la Facoltà di Filosofia dell’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano. Tra le sue ultime pubblicazioni: “La filosofia dei Beatles”(Mimesis, Milano-Udine 2018), “Di qua, di là. Ariosto e la filosofia dell’Orlando furioso” (La nave di Teseo, Milano 2020), “Una sola visione. La filosofia di J. W. Goethe” (Bompiani, Milano 2022), “La filosofia dei Rolling Stones” (Mimesis, Milano-Udine 2023), “È un enigma, questo. La filosofia di Moby Dick”, ETS Edizioni, Pisa 2024. Come musicista, ha al suo attivo dieci cd con formazioni da lui dirette (tutti editi da Caligola Records).

Professor Massimo Donà, grazie per la sua disponibilità e di aver accettato di parlarci della relazione tra filosofia metafisica e musica.

Come definirebbe la metafisica e come si collega alla musica?

La metafisica è sì una risposta alla domanda sull’essere e sul principio; ma risponde anche alla domanda intorno ai modi in cui l’esistente sembra riuscire a mostrare la propria relazione con il principio. Diciamolo subito, dunque: questi modi sono anzitutto ‘ritmici’; cioè intervalli, cadenze, distensioni, contraccolpi…dicono il dinamismo attraverso cui, solamente, il principio si lascia riconoscere in tutto quel che è, e di cui esso funge da condizione di possibilità. L’essente (tutto quel che è) esiste infatti nel tempo; anche lo spazio si disegna secondo l’ordine del prima e del poi. Ma il tempo è fatto appunto di durate, colpi, tensioni, risonanze e ripetizioni. Il tempo, insomma, si disegna secondo le forme che di norma utilizziamo per scrivere la musica.

La musica parla della realtà e dell’esistenza?

La musica non “parla” della realtà; perché la musica non è fatta di parole e di significati. È il linguaggio proposizionale che pretende di parlare della realtà. La musica, piuttosto, dà voce ad una realtà che al linguaggio proposizionale appare invece muta, afona; fatta di semplici significati, statici e privi di risonanza. Pure ‘eide’, avrebbe detto Platone. Idee, universali, che nulla dicono del mondo e della sua inquieta polifonicità. Ecco, la musica disegna consonanze, dissonanze, riverberi, echi, accelerazioni, rallentamenti… e, così facendo, libera il mondo dal silenzio cui sembra costretto dal linguaggio proposizionale (costitutivamente sordo, invece, alla polifonia dell’essente). La musica, cioè, funziona come amplificatore di quei suoni e di quelle vibrazioni che troppo a lungo abbiamo tenuto nascosti sotto la coltre silenziosa delle parole. E li conduce ad una estasiante manifestazione, finalmente sottratta alla dittatura del significato.

In che modo la filosofia della musica esplora la questione della ealtà del suono?

Direi anzitutto questo: la filosofia della musica esplora, più che la realtà del suono, “il suono della realtà”. Cerca cioè di capire quanti stili e quante forme caratterizzino il suono del reale. Il reale, ad esempio, può essere espresso dai ritmi e dalle armonie del jazz, ma anche dal rumore assordante del rock, così come dalle dolcissime e struggenti melodie della musica romantica, o dalle non di rado disturbanti dissonanze di tanta musica del Novecento (spesso definita “musica contemporanea”)… etc etc. Certo, poi, è senz’altro possibile indagare il suono nelle sue mille sfaccettature; e cercare di capire, ad esempio, come esso venga ‘portato’ dal jazzista e come, invece, dal grande interprete di musica indiana. Come dal violoncellista classico e come dal chitarrista blues. Il fatto è che vi sono infiniti modi di ‘portare’ il suono; non v’è insomma un’unica realtà del suono. Potremmo dunque dire, per parafrasare Aristotele, che “il suono si dice in tanti modi” (che è quello che Aristotele diceva appunto dell’essere).

La musica può descrivere il concetto di essere? Può una composizione musicale rivelare qualcosa sul nostro essere nel mondo?

Certamente; ma non userei il concetto di “descrizione”, quanto piuttosto quello di “restituzione” – cioè, restituzione al mondo dei suoi timbri, delle sue durate, delle sue dissonanze, dei suoi unisoni…La musica, insomma, mostra che l’essere non si può solo “dire” o “descrivere” come fa di norma buona parte della filosofia. La musica mostra che l’essere è fatto sempre e comunque di rapporti mobili e non sempre lineari tra le sue mille determinazioni che si scontrano, ma sanno anche unirsi e risolversi in un’unica voce; che lavorano insomma come le voci di un coro. A questo proposito, però, direi che la musica rende udibili tanto l’essere del mondo quanto il nostro essere nel mondo. Sì, perché anche noi ci muoviamo nel mondo secondo un determinato ritmo; ognuno con il suo ritmo. Non siamo mai nel mondo così come una pietra “sta” sul bordo di una strada. Non esistiamo come pietre, come realtà stabili che possono venire mosse o stare ferme. Anche il nostro esistere è un essere sempre e comunque in movimento; e dunque un far risuonare il nostro accordo o il nostro disaccordo con il mondo. Perciò il nostro relazionarci con le cose del mondo può produrre dissonanze o consonanze; a seconda. Per questo la composizione musicale dice moltissimo (e non solo “qualcosa”) del nostro essere nel mondo; dice “come” stiamo al mondo. Dice il senso originario, pre-linguistico, dinamico e dunque anzitutto “sonoro” del nostro essere al mondo.

In che modo, secondo lei, la filosofia della musica può aiutarci a capire meglio la nostra esperienza estetica della realtà?

Anzitutto è necessario stabilire cosa si debba intendere con “esperienza estetica”. Se l’estetico ha a che fare con la ‘sensazione’ (aisthesis), allora è evidente che dare un suono alle cose e alle nostre azioni significa disegnare una forma che non sarà immediatamente ‘concettuale’, ma anzitutto sensibile – cioè estetica. Il suono, infatti, si ascolta; non si concepisce. Certo, poi possiamo anche pensarlo, il suono, cioè definirlo con determinate parole, utilizzando determinati concetti… ma è evidente che il suono “anzitutto si ascolta”. Insomma, se non c’è ascolto, non c’è musica. Così come, se non c’è sguardo, non c’è pittura… Per questo il nostro rapporto con il mondo è originariamente estetico; diceva già Kant che senza le sensazioni cui riferirsi, i concetti sarebbero vuoti. E non direbbero nulla. Ma ciò significa appunto che il concetto può provare a dire il mondo solo dando forma a determinate sensazioni (visive, uditive, tattili etc). Per questo, quando parliamo o quando pensiamo, ci riferiamo sempre alle cose che abbiamo ‘sentito’ (all’esserci dato di quel che ci viene dato); cioè che abbiamo ‘udito’, ‘toccato’ o ‘visto’. O magari ‘annusato’.

Possiamo dire che la musica ha una funzione quasi filosofica nel senso che ci stimola a riflettere sull’essere e sulla realtà?

Certo, la musica dovrebbe stimolarci a riflettere sulla realtà, anche solo invitandoci a riflettere sulla non-originarietà della “riflessione”. La “riflessione”, infatti, indica anzitutto un “ri-flettersi”. Ossia, una “ripetizione”. E il fatto è che qualcosa si può ri-petere, e dunque si può ri-flettere, solo in quanto ci sia data; il fatto è che tutto quello di cui parliamo, o scriviamo attraverso definizioni, proposizioni etc., s’è sempre “già dato”. D’altro canto, la non-originarietà del concepito, oltre a dire la primalità del sentito, dice che quello che le pratiche artistiche cercano di fare (la musica, la pittura, la poesia etc) è anzitutto rinvenire la forma del “sentito”. Sì, perché il sentito non è puro caos, semplice datità indeterminata, ma si dà secondo una forma, anche se non “significando questo o quello”. Non è assolutamente vero, infatti, che forma e significazione si sovrappongano. Una cosa è la forma (che può anche non significare alcunché, come nella musica e nella pittura); un’altra cosa è invece la significazione, anch’essa fatta comunque di forme. Ma di forme “concettuali”, potremmo anche dire. Il fatto è che dovremmo finalmente superare il presupposto platonico secondo cui “forma” indicherebbe lo stesso indicato anche dal “significato” o “concetto”.

Quindi la musica che ascoltiamo crea la nostra realtà? O meglio le scelte musicali possono in qualche modo condizionare il nostro vissuto?

No, la musica non crea realtà; ma fa emergere la “forma” non-concettuale di cui il reale è sempre anche fatto. La realtà è data, e non creata. Creata è solo la specifica forma che essa di volta in volta assume, ai nostri occhi. Forma concettuale, se definita o descritta; forma sonora, se suonabile o ritmabile; forma pittorica, se colorabile o disegnabile etc etc. Ma anche queste forme sono riconoscibili, come tali, solo in virtù del modo in cui il reale ci viene dato (ossia attraverso quali sensi esso viene da noi incontrato). E poi… a ben vedere, anche la forma concettuale, forse, si dà a noi; e a quale senso si darebbe? Forse è giunto il momento di cominciare a parlare anche di un “senso intellettuale”. Sì, perché anche i concetti, forse, vengono riconosciuti, descritti e definiti, solo in quanto ‘dati’ come riconoscibili o definibili. Forse è giunto il momento di superare e mettere in questione la distinzione tra i cinque sensi e l’intelletto; in base al riconoscimento di quello che potremmo senz’altro definire un ‘sesto senso’, costituito appunto dalla possibilità di riconoscere concetti e definizioni, e soprattutto dal nostro essere di fatto sempre in qualche modo anche modificati dai medesimi.

MAURA MINICOZZI

Foto: rsi.ch