La Cultura come risorsa da valorizzare per crescere Cultura

Jean Pierre, sei l’ideatore di numerosi format di divulgazione e intrattenimento, produttore musicale e discografico. Nell’era digitale, dove la velocità è il paradigma imperante, la Cultura può ancora rappresentare una leva strategica per la crescita di un territorio? 

Il termine “cultura” è molto ampio e spesso usato impropriamente. Attendendoci alla sua declinazione più generale la Cultura è condivisione, confronto, incontro e sentire collettivo; ma è anche provocazione, disagio, riflessione. Insomma è innanzitutto stimolo per la crescita dell’individuo e consequenzialmente della collettività. Se fallisce tali obiettivi diventa qualcosa di effimero, mero esercizio retorico, speculazione fine a se stessa o decadente intrattenimento, che non lascia traccia e non crea identità. Chiarito questo, si capisce perché la Cultura sia una opportunità di crescita della collettività ma anche di sviluppo di un territorio soprattutto nell’era digitale, che vive di contenuti e che sta determinando una forte richiesta di qualitàda parte di fasce d’utenza né marginali né minoritarie.

Non hai mai rinunciato a manifestare il tuo punto di vista, critico ma sempre costruttivo, su fatti&misfatti delle vicende culturali della nostra città. Perché su questi temi è importante mantenere alta l’attenzione?

Perché la Cultura, per dirla con Augias, ti fa uscire di galera, spezza le catene mentali, fa immaginare scenari possibili e, come diceva Henry Broughman, rende un popolo facile da guidare ma difficile da trascinare, facile da governare ma impossibile da mettere in catene. E io vorrei che i beneventani fossero all’altezza della loro Storia ma anche della contemporaneità che sono chiamati a vivere. Abbiamo un passato più grande di noi, un lascito ereditario che dobbiamo dimostrare di meritare: rispettandolo innanzitutto e poi sapendolo valorizzare.

Storia e archeologia, tradizioni e religione, arte, musica, letteratura…il Sannio come uno “scrigno”, da valorizzare e rendere accogliente. Dovrebbe essere realtà, invece è ancora utopia. È così difficile mettere a sistema le nostre “bellezze”?

Finché prevale la logica dell’appartenenza, non c’è speranza, perché chiunque arriva azzera quello fatto dal predecessore e si ricomincia daccapo. Dobbiamo ringraziare che l’Arco di Traiano è vincolato e troppo riconoscibile perché altrimenti sicuramente ci sarebbe stato qualche sindaco che lo avrebbe abbattuto: in Passeggiate Beneventane, Salvatore De Lucia ci racconta che ci provò con il campanile di Santa Sofia un sindaco nel 1915 e solo una forte opposizione popolare lo impedì. Qui ognuno che arriva pensa di essere il primo, il più intelligente, il più creativo e non si mette in ascolto e in sintonia con la storia della città.

Facciamo un esempio.

Oggi tutti plaudiamo alla riapertura e all’utilizzo del Teatro Romano operato da Ferdinando Creta, che, per inciso, sta facendo un buon lavoro; ma è solo l’ultimo dei tentativi di rendere il Teatro Romano uno spazio vivo e vitale della città. Il primo che ci provò fu uno dei fratelli AlbertiGiuseppe, che intorno al 1953 o 1954 da presidente dell’EPT fece riattare il Teatro Romano abbandonato forse da secoli percependone le potenzialità sia di attrattore turistico che di palcoscenico e in questi termini lo utilizzò inventandosi una stagione lirica. E sa cosa successe? Che nel 1955 le presenze negli alberghi cittadini furono 11.771 con una media di due pernottamenti per presenza per un totale di 27.824. È tutto documentato, perché allora - al contrario di oggi - qualcuno si preoccupava di misurare la redditività reale delle iniziative culturali e turistiche sull’economia locale. Altri tempi, altri uomini. E altri numeri: che oggi, nonostante l’UNESCO e i moderni collegamenti viari e ferroviari, sono inimmaginabili. La domanda da porsi quindi è: ma com’è possibile che stiamo addirittura peggio di settant’anni fa? La risposta è semplice: siamo incapaci di essere attrattivi e questo non per colpa della città, ma per mancanza di progetti di ampio respiro e di visione, e sicuramente per mancanza di capacità implementativa.

Parliamo di “industria creativa”. Molti sottovalutano questo settore ricco di professionalità e competenze, che può dare un grande contributo ad una vera rinascita, sociale prima ancora che economica. Nel Sannio si organizzano tanti eventi ma è sempre mancata una strategia d’insieme, una programmazione unica delle iniziative culturali più significative. È un nostro limite o c’è dell’altro?

Diciamo che, al di là degli slogan, nessuno crede davvero che la Cultura possa essere un’industria permanente. Nemmeno gli stessi operatori che si schiacciano sempre sulla proposta contingente, la rassegna, l’evento, il progettino. O si chiudono nel recinto dell’autoreferenzialismo lasciando così campo libero ai politici che men che meno hanno idee e voglia di confrontarsi con la dimensione di sviluppo del territorio che la Cultura potrebbe offrire. Un comparto industriale come potrebbe diventare la Cultura richiede visione, strategia, progetto. E soprattutto investimenti.

A Benevento si torna al voto. Quale dovrebbe essere il primo atto d’indirizzo del nuovo Sindaco per passare, in tema di Cultura, dalle belle parole a fatti concreti?

Ribadisco quanto già proposto nel 2011: che almeno sulla Cultura ci sia un patto tra le forze politiche che la escluda da ogni logica di spoil system. Se si crede davvero allo sviluppo del territorio tramite un’industria culturale, bisogna darle continuità per farla radicare. L’ho chiamato Piano Regolatore per la Cultura, perché deve individuare una prospettiva di sviluppo di una Città per i prossimi vent’anni. Ecco io se fossi sindaco o il suo delegato alla Cultura farei questo, disegnando la città Cultura che vorremmo attraverso una forma più ampia e partecipata possibile, individuata imparando da quelle realtà dove questo tipo di esperienza ha davvero funzionato. E questo coinvolgendo le opposizioni, sul presupposto che si costruisce partendo da quello che unisce e non da quello che divide.

Andando nel concreto?

Esperienze formative residenziali di qualità di media durata, sia per operatori dello spettacolo che per creativi, perché un’industria senza 'risorse umane' è una scatola vuota e Benevento, per una serie di motivi, può essere protagonista di una proposta di rilievo nazionale. Sarebbe un modo per valorizzare la città e il suo brande al contempo favorire l’economia locale dell’ospitalità. C’è poi la questione del circuito museale e dei fondi librari che andrebbe ripensata nonché della valorizzazione dei beni esistenti. Un capitolo a sé andrebbe dedicato alle peforformingarts ovvero agli eventi e alle rassegne per cui si dovrebbero tracciare delle linee-guida in modo da definire un progetto identitario della Città Cultura che la renda percepibile e davvero attrattiva. Infine, un censimento di beneventani che hanno intrapreso con successo professioni legate all’entertainment e alla Cultura e che non sono potuti restare sul nostro territorio: ce ne sono molti e chiederei loro di rendere disponibile l’esperienza acquisita fuori per contribuire ad una rinascita beneventana. Di modalità per passare dalle parole ai fattice ne sono tante,ma ci vuole prima di tutto la volontà. E io, almeno da parte delle attuali classi dirigenti, ne vedo purtroppo poca o nulla.

GIUSEPPE CHIUSOLO

Foto: fonte LabTv