L'alterità di Benevento. Ovvero come si costruisce l'identità di città delle streghe (parte sesta) Cultura

Come abbiamo visto nella puntata precedente, san Bernardino da Siena nel XV sec. contribuisce non poco alla diffusione della fama leggendaria di Benevento come luogo d’incontro tra le streghe, narrando durante una sua predica tenuta in Piazza del Campo a Siena l’avventura occorsa al servo di un cardinale che nei pressi di Benevento si sarebbe imbattuto in un convegno di malefiche.

Il processo per stregoneria a Matteuccia da Todi del 1428 seguì di un paio d’anni la predica di san Bernardino. Nel verbale del processo, per la prima volta emerge la confessione, sotto tortura, del volo notturno che la strega compie grazie al magico unguento con cui ella si cosparge le membra unitamente alla formula dell’incantesimo che le consente di giungere in un battibaleno da Deruta, dove Matteuccia abitava, al famoso noce di Benevento:

Unguento, unguento, mandame a la noce di Benivento, supra acqua et supra ad vento et supra ad omne maltempo”.

Gli inquisitori espressamente chiedevano alle imputate se fossero venute ai convegni beneventani, se fossero riusciti a far confessare la loro presenza al noce, la condanna era inevitabile, come accadde a Mariana di San Sisto, sempre a Perugia, condannata al rogo nel 1456 sempre a Perugia.

Mariana, anch’essa originaria del contado di Perugia, 30 anni dopo Matteuccia, fu accusata di andare con una sua compagna «a succhiare il sangue dei bambini e una notte del mese di luglio Mariana e una sua compagna si unsero la faccia e le membra con un certo diabolico e magico unguento avuto dalla predetta compagna della detta Mariane, tra le altre cose dicendo: “Unguento, menace a la noce de Menavento, sopra l’acqua e sopra al vento” e di notte giunsero agli alberi di noci dove sole e senza luce ballavano». La deformazione del nome di Benevento forse è un adattamento propedeutico all’azione che la donna stava compiendo.

Da questo momento, Benevento è ufficialmente la città dove si tiene il sabba mondiale delle streghe. La formula dell’incantesimo è ripetuta anche in altri processi, come in quello che si svolse a Triora, in provincia di Imperia, che coinvolse almeno trenta donne del paese, mandate a processo come streghe nell'ottobre del 1587 dal vicario dell’inquisitore di Albenga, il sacerdote Girolamo del Pozzo. L’inchiesta si allargò a macchia d’olio ai paesi limitrofi e terminò nel 1589 con condanne alla pena capitale e altre morti seguite alle torture.

Stanco di sentir parlare male della sua città, il presidente dell’ordine dei medici beneventani, Pietro Piperno, nel 1635 decise di pubblicare un trattato in latino dal titolo chiarissimo: “De nuce maga Beneventana”, che ebbe un grande successo, tanto che lo tradusse qualche anno dopo in italiano col titolo “Della superstiziosa noce di Benevento”.

Nel trattato egli metteva le streghe in relazione con la presenza longobarda a Benevento. La nefanda arbor dei riti pagani abbattuta dal vescovo Barbato, secondo la tradizione popolare era rinata, richiamando il consesso di diavoli e streghe; si trattava precisamente di un albero di noce, stranamente sempreverde, del quale si dava anche l’ubicazione nella proprietà del sig. Francesco De Gennaro. Questo fondo rurale si trova in contrada Santa Colomba, nei pressi dell’attuale stadio di calcio, sono visibili resti di una costruzione che era denominata il Massarione, una villa rustica della famiglia patrizia, l’identificazione di tale edificio fu fatta da mons. Giovanni Giordano. Sul luogo, l’erudito beneventano Ottavio Bilotta aveva fatto apporre un’iscrizione, di cui il Piperno riporta il testo. Sempre nello stesso suo trattato, Piperno narrava la vicenda del gobbo di Altavilla, che venuto a Benevento per certi suoi affari aveva partecipato a un sabba, dove le streghe con una sega gli avevano tolto la gobba. Tornato a casa bello dritto, aveva rivelato a un amico pure gobbo l’avventura. Questi era venuto a Benevento e aveva partecipato al sabba, ma le streghe per dispetto gli avevano appiccicato la gobba dell’altro sul petto.

Francesco Redi, erudito toscano, in una lettera datata primo gennaio 1689 indirizzata al sig. dott. Lorenzo Bellini di Pisa, pone a conclusione della missiva una novelletta di matrice popolare assai diffusa a Firenze e nota col nome de “Il gobbo di Peretola”, che ha la stessa trama della novella narrata dal Piperno, ma ambientata in una contrada toscana. Ormai si fondevano tradizioni e narrazioni popolari, elucubrazioni clericali, fantasie letterarie in un inestricabile guazzabuglio destinato a far paura ancora almeno per un secolo e mezzo.

PAOLA CARUSO