L'alterità di Benevento. Ovvero come si costruisce l'identità di città delle streghe (parte terza) Cultura

La costruzione del mitologema di Benevento come città di maghi e streghe si comincia a delineare, secondo la nostra ricostruzione, a partire dalla sua identità longobarda, indipendente, nemica del papa, ariana fino al VII sec., in opposizione a quella franca del resto d’Italia, che fu cattolica da subito e alleata del papa.

Il definitivo passaggio a una fase di totale alterità si ebbe con la fine del principato di Benevento nel 1077, quando l’ultimo principe longobardo, Landolfo VI, non avendo eredi a cui lasciare il trono, poiché gli erano premorti tutti i figli, fu costretto ad andare in convento e il suo regno, ridotto alla sola città di Benevento, fu annesso allo Stato Pontificio, mentre il resto dell’ex Langobardia minor passava sotto il dominio normanno. Quella del principe Landolfo VI è una storia veramente tristissima, con la quale terminava il regno longobardo dell’Italia meridionale e il ruolo di Benevento come capitale. Fu così che per quasi 800 anni, la Benevento papalina restò chiusa, imprigionata nello spazio delle sue mura urbiche, mentre tutt’intorno si costruiva coi Normanni, con gli Svevi, con gli Angioini, con gli Aragonesi, con gli Spagnoli, con i Francesi la storia del il Regno di Napoli e del Regno delle due Sicilie.

Tale condizione di estraneità raggiunse la sua acme sotto il regno di Federico II che, a mio parere, ha un ruolo fondamentale nella costruzione dell’identità negativa di Benevento.

L’imperatore svevo, infatti, pose l’assedio alla città per ben due volte, nel tentativo di strapparla al pontefice. Egli, infatti, non poteva tollerare che nel bel mezzo del suo regno ci fosse un possedimento della Chiesa, che era rifugio di criminali e ribelli sfuggiti alla giustizia imperiale, oltre che sede di traffici di contrabbando, come si può immaginare.

L’epurazione del regno da ribelli e nemici non sarebbe stata completa, se Federico non avesse tolto di mezzo anche l’enclave papale di Benevento, che era focolaio di agitazione della curia, dove si fomentava la rivolta contro l’imperatore. Federico in due lettere definisce la città «lapis offensionis et petra scandali regni nostri». Aggiungeva che vi erano rifugiati numerosi siciliani partigiani del papa. L’imperatore ordinò infine che a tutti costoro fosse interdetto il rientro nel regno, che Benevento fosse accerchiata, che nessuno potesse uscirne e che le fossero tagliati i viveri: “ ... possano essi perire per fame e crepare in quella libertà pestifera da loro stessi scelta ...”(1).Nell’anno 1241, Benevento si arrese; la furia dell'imperatore si abbattè terribile, lasciando memoria del fatto in tutta Europa, come si rileva da varie cronache contemporanee, come in quella di Riccardo da San Germano.

Per ordine di Federico le sue mura furono divelte dalle fondamenta e così anche le torri della città fino al solaio. Un anonimo, forse un monaco di Santa Sofia, compose una lamentazione in versi leonini sulla tragica sorte della grande Benevento, assegnando al fatto la data del 1239 (forse l'inizio dell'assedio?).

Nell’anno millesimo duecentesimo trentesimo e non sbaglieresti se convenientemente è aggiunto il nono, la città completamente amata, la città di gran nobiltà, la città troppo diletta, finchè non è abbandonata alle crudeli sorti, ora troppo infelice, e oppressa dalla furia marziale di Cesare, resta desolata, con danni irreparabili, soggiace ai mali, lo vuole la furia imperiale, subisce questa punizione Benevento giacendo distrutta”. Il testo è riportato da Ciarlanti in Memorie istoriche del Sannio, che lo riprende da un manoscritto di M. La Vipera. La reazione del papa regnante su Benevento non si fece attendere, ma di questo parleremo prossimamente.

PAOLA CARUSO

1) E. Kantorowicz 1988, p. 479