Silenzi in attesa e folle creatività Cultura

A volte è difficile ritornare dove siamo già stati con leggerezza. Buone fotografie potrebbero aiutare a verificare i propri comportamenti sbrigativi nei luoghi d’arte, ma spesso si va via senza averne eseguite, a causa delle pressioni di informazioni, letture, conversazioni. Qualcuno ammetterebbe di aver trascurato la voce delle opere, esposte in apparente silenzio? Non scherziamo, la sincerità purtroppo non è dei nostri tempi. Ricorrerò a qualche fotografia disponibile online.

Una testimonianza eclatante sta nella Cappella Sistina in Vaticano, che chiama a Roma da tutto il mondo. Lì non è affatto un dettaglio la Sibilla Delfica affrescata da Michelangelo insieme ad altre figure in una scena di ben quattro metri quadrati. Eppure, nessuno si accorge di lei, Una scusa banale è dare all’Artista la colpa di averla collocata lassù nel soffitto, a pochi passi dalla porta d’entrata che all’improvviso schiude uno spettacolo distraente. Qualcuno ci prova.

In Grecia la chiamavano Pizia, dal nome del mitico Pitone, il drago con coda di serpente ucciso da Apollo per riprendersi il Santuario di Delfi nella regione Focide e far proclamare a lei i propri oracoli. In Italia il nome Pizia è diventato Cumaea (Sibilla Cumana) per la rinomanza acquisita dall’antica Grotta affacciata sul Lago d’Averno nell’area dei Campi Flegrei. Una leggenda anche questa, dato che l’antro della Sibilla Cumana era una galleria romana con scopi militari. 

La Sibilla del Buonarroti, seduta in veste policroma, srotola un volumen e con le braccia scoperte lo passa indietro a due giovani nudi che leggono. La sua figura ha una emozionante valenza femminile nello sguardo, capolavoro d’arte. Nessuno lo ha mai postato sui social in un selfie per vantarsi di essere stato davvero nella Cappella Sistina. Ne mostrai l’immagini online ad una amica appena tornata da Roma, che ammise: “Mai notato, nella prossima gita dovrò impedire a mio figlio di innamorarsi di questa incantevole ragazza”. La Sistina ridotta a gita… 

È uno sguardo che parla, quello della Sibilla, continua a parlare dal 1510, ma nessuno ne sente la voce. Michelangelo se ne sarebbe molto meravigliato perché non sapeva che apparteniamo a una civiltà per la quale tutto deve accadere velocemente. Noi però sappiamo bene che sono le parole fatte di lettere a mandarci dappertutto.

Questo concetto sta emergendo anche nella mostra Ceroli Totale, visitabile nella Galleria Nazionale fino a metà gennaio. Una rassegna dove le opere dell’artista Mario Ceroli fanno capire che chi perde le differenze diventa indifferente.

L’informazione infatti determina altro. Passando rapidi davanti alle opere d’arte, davanti ad ogni scena, molti scansano quelle ‘datate’, di cui non parlano neanche tra amici e in famiglia. Convinti che il passato sia pressoché inutile, diventano osservatori globali a distanza, impreparati alle proposte culturali prive di parole ma capaci di suscitare ricordi, gioie, tristezze nel profondo. Il prezzo pagato è la perdita del passato, con conseguente condizionamento del modo di costruire il futuro.

Quando ero alla Direzione del Museo del Sannio osservavo i visitatori. Trascorrevano il tempo a loro disposizione leggendo le etichette delle opere come si fa con la pubblicità commerciale, che mediante immagini e slogan induce ad acquistare ‘subito’ i prodotti. Con un progetto museografico concordato in un Congresso stavo creando un percorso diverso, discontinuo, movimentato, per evitare che leggessero sempre inchinati le etichette, rimaste da decenni allineate sotto le opere. Li vedevo incuriositi, poi accucciati, infine ridotti a camminare ricurvi. 
“Direttore, stanno ad altezza di bambino per farci fare ginnastica?” chiedevano alcuni ironicamente.

“Non ce la faccio più a chinarmi - diceva qualche altro - vado su una panchina del Museo a rileggere le informazioni che mi hanno portato qui a Benevento, anche se le ricordo tutte”. Nessuno mi parlava delle centinaia di opere esposte, forse le immaginavano perfino simili fra loro, quindi in gran parte superflue. Perdevano così la loro singolarità variegata, da cui avrebbero acquisito conoscenza.  

Ricordavo tuttavia ai colleghi che già nei primi decenni del ’900 si è cominciato a denominare “Fatica del museo” la didascalizzazione proposta dai Direttori, un fondamentale impegno professionale a duplice versante perché ogni etichetta senza un oggetto di riferimento resta priva di senso, e nessun oggetto esposto senza spiegazioni riesce a definire la propria identità. Anche le informazioni in arrivo dall’esterno sono dunque indispensabili, purché corrispondenti alle didascalie del museo e veritiere.

Ne ha dato una dimostrazione l’artista britannico Damien Hirst con la Mostra Treasures from the Wreck of the Unbelievable (TESORI DAL NAUFRAGIO DELL’INCREDIBILE), allestita nel 1917 a Venezia nelle due sedi della Pinault Collection (Palazzo Grassi e Punta della Dogana). 

Da una nave di circa 60 metri affondata a breve distanza dalle coste del Kenya e del Mozambico nel sudest africano era stato recuperato un carico di opere archeologiche di inestimabile valore.

L’artista aveva collaborato al recupero dell’incredibile tesoro finanziando l’intero evento. Nelle sale veneziane i visitatori guardavano sbalorditi quell’antico patrimonio incrostato di scorie marine e coralli depositatisi attraverso i secoli. Miti noti e sconosciuti chiarivano le ragioni delle molteplici forme delle opere, eccentriche come l’arte contemporanea. Tra esse spiccava una Medusa in pregiata malachite, ridotta in frammenti dal mare senza alcuna alterazione delle sue stupende venature di color verde rame.

Le didascalie scaturite dal cuore di Damian Hirst erano molto divertenti e disposte in modo bizzarro, a differenza di quelle allineate ad altezza di… bambino per far fare ginnastica. Non ostacolavano il godimento estetico delle opere d'arte, anzi giocavano con chi le leggeva ripetendo la parola INCREDIBILE, dal titolo della Mostra. Spostarsi continuamente e soffermarsi a lungo era per i visitatori un doppio viaggio. 

INCREDIBILE restava un termine ambiguo, non lasciava capire di essere un avvertimento, il suo senso filosofico nascondeva il vero significato letterale, man mano compreso soltanto dagli intellettuali insospettiti: 

NIENTE È CREDIBILE
Alla chiusura della Mostra l’artista aggiungendo un QUI ne chiarì il significato: 
QUI NIENTE È CREDIBILE
(Non dovete credere a niente di quel che vedete)

E svelò di avere inventato tutto: la nave affondata sulle coste dell’Africa, il tesoro di archeologie ritrovate, i tanti miti che avevano ispirato le opere. 

Anche queste erano state inventate, create da lui per raccontare la propria storia personale. 
In sostanza, la Mostra era tutto un falso! 

Pochi, indispettiti, protestarono, mentre gli intellettuali entusiasmati dalle nuove idee volevano di più, chiedevano altro: 

DAMIEN HIRST PROV(OC)ACI ANCORA

Ma tornare ad un evento concluso non si può. Torniamo dove si può, per ascoltare finalmente il silenzio che parla. 

ELIO GALASSO