Sorrisi e risate nell'arte Cultura
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Ritratti in pietra ci raggiungono da secoli lontani, con volti e atteggiamenti impassibili. Non furono realizzati per sparire nel silenzio, tutt’altro, ma sembrano raccomandare all’osservatore: niente sorrisi o risate davanti a me, solo dialogo di sguardi, senza parole. A Benevento molti sono stati reimpiegati nei muri delle case o custoditi nei musei, fondamentali per studiare non soltanto le tipologie fisionomiche locali ma il distanziamento storico dei Sanniti dai romani dominatori. Nel Museo del Sannio dedicai la sala più grande alle ‘Sculture sannitiche di età romana’, memorie di personalità autorevoli e cittadini in grado di monumentalizzare le proprie sepolture. Da allora quelle sculture invitano lo sguardo a soffermarsi sulle forme, sui contorni, sui rimbalzi di luci e ombre, fino a sollecitare un rapporto tattile. Chiamano a sé, senza donare un sorriso. Ne avrei mai scoperto almeno uno? Non era solo curiosità la mia, divenne esigenza culturale con puntuali ricerche e una sorpresa, un Ritratto romano con accenno al sorriso custodito nel Museo del Sannio.
La notevole distanza cronologica da quel patrimonio di assoluta compostezza non era una risposta per i visitatori. “Nei ritratti - si interrogavano tra loro - il sorriso è affiorato soltanto nel Novecento? E il merito va dato alle fotografie esposte negli spazi domestici e fuori, che fanno sentire ancora vicino il tocco di luce sul volto di familiari e amici perduti?”. Qualcuno chiedeva invano se il sorriso sia stato accettato perché la fotografia su carta, deperibile, non avrebbe interferito a lungo con i momenti tristi. Altri riconducevano l’assenza di sorrisi a tradizioni e religioni che immaginarono un aldilà affollato di ombre anonime, con le caratteristiche personali impossibilitate ad esprimersi perché cancellate dalla morte.
In conclusione, ancora oggi nessuno analizza in modo approfondito sorrisi e risate nelle opere d’arte, spesso invece molto significanti. Eppure, non è soltanto Pompei con le sue pitture parietali a raccontare che anticamente si rideva, fin troppo spregiudicatamente. Per non dire della comicità su cui si fondano disegni e incisioni, racconti scritti e recitati, canti e canzonette, cinema, televisione, e tutti i linguaggi dell’arte contemporanea.
Mancano studi scientifici anche sulle origini del ridere vero e proprio, dalla risata spontanea che definiamo ‘di vero cuore’ fino a quella provocata dalle barzellette. Discutere su quando sia nata e come sia stata interpretata dagli artisti sta offrendo spunti di riflessione sulla vita interiore dell’individuo, sulla realtà dei diversi contesti umani. E regala pensiero a quanti si liberano da schemi stereotipati. Ma occorre di più per arrivare a leggere nell’arte quel che gli autori di altre epoche vorrebbero magari sentire da noi per ridersi addosso e per deriderci.
Secondo una leggenda priva di fondamento, l’inventore della risata fu Palamède, nella lontana antichità. Tutti, scrisse Senofonte, conoscono il suo mito, la genialità delle sue invenzioni, la sua invidiata saggezza e la tragica fine che fece per mano di Ulisse. Anche se Palamède non è mai esistito né risulta citato proprio nell’Odissea di Omero. Nel sec. V d.C. arrivò poi il Philòghelos (L’amante del ridere), una raccolta anonima di brevi racconti e battute sull’uomo presuntuoso, invidioso, pigro, e su quanti altri fanno ridere la gente, in particolare lo ‘stupido’, il più adatto a suscitare risate. Secondo il Philòghelos, gli stupidi erano largamente presenti nelle città del Medio Oriente e a Cuma. I beneventani la scamparono, in città i nostri antenati intelligenti erano in maggioranza...
L’assenza di indagini relative ai successivi cinque secoli longobardi dal VI all’XI lascia inspiegabilmente trascurate le miniature dei codici beneventani, le cui scene divertenti stimolerebbero molto i creativi odierni. Presenta complessità invece la fase dei secoli pontifici XI-XIX per le rigorose norme degli Statuti e le accuse di stregonerie attribuite alle donne fino al Settecento, accuse messe poi in ridicolo dai più grandi artisti europei, pervenuti a visioni già immaginate e tuttavia mai prima raffigurate. Fu un successo quando negli Anni Ottanta il pittore ligure Giovan Battista De Andreis, da me invitato a interpretare la leggenda, realizzò per il Museo del Sannio una audacissima incisione con le Streghe che adorano il Noce di Benevento (foto). Altre fantasiose opere-sculture contemporanee tra cui Seduzioni illusorie da un balcone e Un pesce a quattro zampe - esposte a Benevento ‘per deridere i pregiudizi’, rimasero a lungo in mostra nello spazio aperto del Palazzo Abbaziale affacciato su Piazza Santa Sofia, da me denominato nel 2002 ‘Il Giardino del Mago’. Dopo tanti interventi artistici il ridere risulta ormai garantito per sempre.
Tutto era cominciato con un personaggio poco noto, Poggio Bracciolini, umanista del Quattrocento tra i più attivi nel recupero di opere d’arte e di testi considerati perduti, come il De rerum natura di Lucrezio. Autore di storie licenziose, Bracciolini si accanì contro monaci e clero, benché rimasto - o forse proprio perché rimasto - al servizio di tre pontefici e divenuto padre di ben venti figli. Nel suo Liber Facetiarum spicca il comico racconto di un giovane marito che si castrò per avere la prova di un eventuale tradimento di sua moglie nel caso che avessero avuto un figlio.
Le numerose immagini erotiche emerse nel Parco Archeologico di Pompei hanno orientato gli studi sulla risata verso i suggerimenti di Sigmund Freud nel volume Il motto di spirito e la sua relazione con l’inconscio, 1905: “il ridere con barzellette e il ridere dei propri sogni si basano entrambi sugli spostamenti di significati e liberano da inibizioni interiori”. Del resto, si sa che Freud era un collezionista di barzellette che fanno riflettere. La più nota è la seguente: “Un Sovrano ospitò a corte uno straniero. Vedendo che gli somigliava come un fratello gemello, gli chiese: “Per caso, vostra madre è venuta qualche volta qui a Palazzo per incontrare mio padre?”. E l’ospite, capita l’antifona, gli rispose rischiando: “No, no, qui è venuto soltanto mio padre…”.
Più concretamente, il celebre ‘ricercatore della coscienza’ John Mc Crone, autore del volume La scimmia che parlò: linguaggio ed evoluzione della mente umana, ha scoperto che l’umorismo coinvolge entrambi i lobi cerebrali ma in modo diverso: il lobo sinistro elabora il significato della barzelletta, il lobo destro, più emotivo, ne fa gustare il senso comico. John Mc Crone ha sottoposto ad esperimenti alcune persone prive della funzione del lobo destro a causa di ictus, e le ha trovate tutte incapaci di avvertire qualsiasi tipo di umorismo. In una delle prove ha fatto leggere il cartello di un hotel di Tokio che raccomanda ai clienti di chiamare subito la cameriera in caso di emergenze logistiche. Nessuno dei suoi pazienti ha accennato al minimo sorriso leggendo l’ambigua scritta del cartello: “Si invitano gli ospiti ad approfittare della totale disponibilità della cameriera”…
ELIO GALASSO

28/06/2025