AREE INTERNE: PRIMA DELLE POLICY È NECESSARIO UN NUOVO PARADIGMA Economia
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Intervista a Giuseppe Marotta, Professore Emerito dell’Università del Sannio, Accademico dei Georgofili
Le criticità delle aree interne, conseguenti al continuo depauperamento delle risorse, subìto dal dopoguerra e tutt’ora in corso, hanno determinato gravi fenomeni di spopolamento, invecchiamento della popolazione, desertificazione economica, carenza di servizi e infrastrutture. Quali le cause più evidenti?
Nella letteratura mainstream queste aree vengono solitamente definite in ritardo, rispetto ad altre aree considerate di sviluppo, quali le aree urbane e costiere. Il concetto di “ritardo di sviluppo” evoca un processo evolutivo da una fase di ritardo, appunto, ad una fase più avanzata di sviluppo, quella raggiunta da territori più suscettivi e virtuosi, innescando, così, nei territori una spinta imitativa, nel tentativo di diventare tutti “più sviluppati”: tutti uguali a quelli performanti e virtuosi. Questa visione, tuttora dominante, non tenendo conto delle condizioni di contesto, ha creato situazioni di frustrazione in quei territori che non avevano, e non hanno, le condizioni oggettive per realizzare dinamiche coerenti allo sviluppo capitalistico dominante. Questi territori non andrebbero più definiti “aree in ritardo di sviluppo” ma come territori da cui lo sviluppo capitalistico ha “estratto, e continua a estrarre, risorse”: territori depauperati.
Com’è noto, fra i tanti elementi caratterizzanti il modello di sviluppo economico-sociale, quello che ha avuto maggiore impatto, rispetto alla questione territoriale, è certamente la tendenza strutturale alla concentrazione spaziale delle risorse economiche e sociali. Nella logica della “razionalità economica” ha visto le aree urbane e costiere in una posizione di dominanza assoluta, da ogni punto di vista, rispetto alle aree rurali e interne diventate subalterne e funzionali allo sviluppo delle prime.
Le aree urbane/costiere, sono state storicamente luoghi di attrazione/concentrazione di attività economiche, di popolazione, di servizi e di infrastrutture. Per gli agenti economici sono state viste come spazi di prossimità al mercato, con buona disponibilità di servizi ed infrastrutture, mentre per i cittadini sono stati i luoghi di “migliori occasioni di lavoro”, dove era più facile intraprendere percorsi di realizzazione personale e di miglioramento della qualità della vita. Le aree rurali/interne hanno, viceversa, rappresentato l’altra faccia della medaglia, lo spazio da dove si è originato il travaso di risorse umane ed economiche: un esodo massiccio che ha determinato il quadro di fragilità che oggi rileviamo. Facendo ricorso a uno schema interpretativo semplice e di facile comprensione, le aree urbane/costiere, in questo quadro di trasformazione strutturale dell’economia e della società, hanno trovato il loro iniziale meccanismo di sviluppo virtuoso in un modello centrato su due elementi fondamentali: la folla e la velocità.
Spieghiamolo con degli esempi…
La prima ha rappresentato due importanti valori di riferimento. Economico: la folla ha significato un ampio spazio di mercato, segmenti consistenti di domanda di beni e servizi, che hanno attratto attività economiche, servizi e infrastrutture, facendo di queste aree luoghi di vitalità economico-sociale; politico: la folla è stata, e rimane, l’espressione di grandi bacini elettorali, il catalizzatore dell’attenzione dei policy maker e, di conseguenza, luogo prioritario di destinazione di policy. La seconda, la velocità, rappresenta la modalità dominante di misurazione del tempo di realizzazione dei fatti economici, della diffusione della conoscenza e delle innovazioni, delle relazioni sociali e personali. È la determinante del “ciclo di vita” delle attività umane in ogni ambito (economico, sociale, relazionale, politico, religioso, ecc..), rendendo ogni acquisizione dell’uomo fluida, instabile e di corta obsolescenza. Essa è stata, così, la spinta propulsiva che ha favorito il rigenerarsi continuo del mercato, contribuendo alla rigenerazione dinamica dell’economia, alla sua modernizzazione, che hanno plasmato la società.
Fenomeni diametralmente opposti hanno invece riguardato le aree rurali/interne, le quali sono state relegate ad un ruolo funzionale al modello di sviluppo appena richiamato, subendo un profondo processo di drenaggio di risorse economiche, umane e istituzionali, che ha spinto verso una sempre più diffusa rarefazione di processi economici, sociali e politici, con una conseguente generalizzata lentezza nelle dinamiche evolutive delle economie e delle comunità locali, da cui le criticità rilevate dalle statistiche attuali. Criticità che sembrano ‘irrisolvibili’ nell’ambito della cornice di riferimento del modello fin qui descritto: o qualcosa è ancora possibile fare?
Il modello di sviluppo territoriale dominante trova una sua rappresentazione plastica nella contrapposizione territoriale tra folla e rarefazione, tra velocità e lentezza. Questo modello continua ad operare, nonostante le criticità emergenti nelle aree cosiddette “forti”, perché la richiamata “frustrazione strutturale generalizzata” nelle aree cosiddette “deboli”, dovuta all’impossibilità oggettiva di raggiungere livelli superiori di sviluppo, alimenta un flusso continuo e crescente di persone, soprattutto giovani e laureati, attratti dalle cosiddette “aree forti”. Col tempo, il quadro generale è diventato estremamente complesso. Lo stato di frustrazione esistenziale delle persone è diventato una costante dell’era post-moderna, indipendentemente dai luoghi in cui si vive, per una crisi sistemica dell’economia e della società. Dopo decenni di crescita senza limiti, guidata dallo sfruttamento infinito delle risorse naturali, in cui la folla e la velocità hanno rappresentato le due principali fonti generatrici di valore, portando al dominio dello spazio urbano/costiero, oggi siamo giunti al capolinea di una sostanziale insostenibilità di sistema: quelle stesse fonti si sviluppo (folla e velocità) si sono trasformate nelle cause determinati dei principali fattori di criticità del modello di economia e di società dominanti. La folla, intesa in un’accezione ampia, anche come concentrazione di attività, è sicuramente la causa scatenante di tante forme di insostenibilità.
L’esplosione dei rifiuti, degli sprechi alimentari, delle emissioni di CO2, degli inquinamenti acustici, delle malattie epigenetiche, delle congestioni della mobilità, dei disagi conseguenti allo squilibrio tra offerta e domanda di lavoro nei contesti urbani, sono tutti ‘fattori di crisi’ del modello dominante e degli stili di vita ad esso collegati. In questo scenario di mutamenti strutturali di prospettiva, la velocità, alimentata anche dalla rivoluzione digitale, si è trasformata in criticità, rendendo la fluidità la categoria dominante di ogni forma relazionale (economica, sociale, personale), generando instabilità, incertezze, paure, solitudini fonti di disagi sociali e personaliche si riverberano anche sul sistema sanitario.
La pandemia da Covid-19, com’è noto ha dato una spallata definitiva al modello dominante. La folla e la velocità hanno rappresentato i terreni di coltura prediletti del virus, i veicoli del contagio e della sua diffusione. Le politiche di contenimento, basate sul distanziamento sociale e sullo “stare a casa” altro non sono state che il contrario della folla (assembramento) e della velocità (stare a casa significa stare fermi, non muoversi). L’homo oeconomicus, quindi, attuando il modello economico di concentrazione e di sfruttamento illimitato delle risorse ha, da un lato, distrutto molti habitat naturali, da cui hanno avuto origine il salto di specie del virus covid-19 e, dall’altro, ha creato le condizioni (folla e velocità) per una sua diffusione pandemica. Così, in un volgere di un paio di decenni, e con l’esplosione della pandemia, la folla e la velocità da motori dello sviluppo urbano/costiero sono diventate cause di insostenibilità e di stili di vita alienanti, da cui originano il malessere e i disagi dell’era attuale.
Questi sostanziali cambiamenti di scenario hanno fatto maturare nei cittadini nuove sensibilità, rispetto ai temi dell’ambiente e della sua relazione con la salute, delle emissioni in atmosfera e dei cambiamenti climatici, del rapporto alimentazione e salute, sempre più condizionati negativamente dalla velocità caratterizzante gli stili di vita, dell’esclusione sociale, delle tante e diversificate forme d’inquinamento associate alla concentrazione, della necessità di spazi di socializzazione lenta e di vivibilità.
In sostanza è venuta maturando, in questa fase storica di “rivoluzione veloce”, la consapevolezza che i fattori una volta di successo, appunto la folla e la velocità, si siano trasformati in fonti di alienazione e di disagi e che il benessere e la qualità della vita abbiano bisogno di spazi ampi e sicuri, di risorse naturali pulite e di lentezza relazionale. Una maturazione che improvvisamente ha inondato di luce nuova le aree neglette del vecchio modello, le escluse, le aree depauperate: aree che da “non luoghi”, da cui scappare, potrebbero trasformarsi in potenziali spazi di opportunità, in potenziali “luoghi identitari” in cui sviluppare economie locali generatrici di valori materiali e immateriali, orientate al benessere e alla qualità della vita. L’esplosione di domanda di qualità della vita nelle aree urbane/costiere può, quindi, trovare potenzialmente risposte nelle aree rurali/interne? Un cambio di prospettiva nella relazione urbano-rurale che possiamo definire epocale, che tuttavia appare di non facile realizzazione.
Perché parliamo di un “potenziale cambiamento epocale” e di difficoltà di realizzazione?
La cultura mainstream in campo economico, ovvero la razionalità economica, ha plasmato la vita delle persone uniformando il modo di pensare e gli stili di vita, portando a considerare i processi economico-sociali e tecnologici come ineluttabili, come se fossero processi naturali, indipendenti dalla volontà degli uomini e, quindi, neutrali.
Le eventuali conseguenze negative di tali processi sono etichettate come effetti indesiderati, non prevedibili, a cui è chiamato a rispondere lo Stato con politiche compensative e riequilibratici. E questa è stata la logica che ha guidato anche le politiche per le aree rurali/interne.
In realtà, la teoria della “razionalità economica”, che ha plasmato l’agire dell’homoo economicus negli ultimi due secoli e mezzo, è uno specifico costrutto teorico umano, che ha privilegiato le élite economico-finanziarie e danneggiato ampie aree sociali; che ha beneficiato alcune aree territoriali (aree urbane e costiere), abbandonando la parte maggioritaria del pianeta (aree rurali/interne). Nella cultura dominante non c’è, oggi, tensione etica e politica ad approfondire le cause delle disfunzioni economiche, sociali e territoriali di questa fase storica, ma solo a eliminare/mitigare i sintomi. Così, le cause continuano ad operare determinando una lunga storia di crisi ricorrenti, sempre più profonde, fino ad arrivare alla “crisi di sistema” attuale; una crisi multidimensionale (pluricrisi) che mette in grave affanno gli Stati (crescita del debito) e i cittadini, facendo prefigurare un futuro poco rassicurante per l’umanità e per il pianeta.
La razionalità economica e la ricerca spasmodica dell’interesse personale hanno radicato nelle persone l’ansia del possesso materiale…
Un’ansia che assume varie forme: ricerca di profitto illimitato che porta a vivere in funzione di esso, a identificarsi con esso, causando un condizionante legame di dipendenza; la “bulimia consumistica” che fa perdere il valore dei beni, creando insoddisfazione e frustrazione latenti, dipendenza dall’acquisto continuo, indipendentemente dai bisogni e, talvolta, dalla disponibilità economica. È nella razionalità economica, quindi, che va ricercata la causa dell’abbandono delle aree interne. L’homoo economicus, contrariamente alle persone normali in carne e ossa, non è interessato agli spazi ampi, al verde, ai paesaggi, alla qualità della vita, ma solo alla massimizzazione del profitto e le aree interne non sono terre adatte alla sua logica di profitto immediato e di breve periodo. Così, i servizi in queste aree vengono chiusi quando l’utenza scende al disotto dell’efficienza contabile; gli utenti delle aree interne vengono considerati come “mercati” da abbandonare perché inefficienti e non come cittadini con una loro dignità ontologica.
Se ci sono spazi territoriali con uno sviluppo a macchia di leopardo è perché la razionalità economica porta gli agenti economici ad operare solo là dove è possibile estrarre il massimo profitto nell’immediato (breve periodo), indifferenti alla vita delle persone e degli ecosistemi.
Se non cambia questo paradigma, la sua essenza utilitaristica e di breve periodo, difficilmente sarà possibile un cambiamento sostanziale rispetto alla situazione di pluricrisi e di disordine economico-sociale, che genera affanni per gli Stati, disagi per i cittadini, per i territori e, infine, minacce per la democrazia, per il diffondersi di estremismi politici (populismi, allontanamento dal voto).
In un suo recente volume, dopo un’analisi critica dei limiti intrinseci della “razionalità economica”, viene avanzatala proposta un paradigma alternativo, definito della “razionalità strutturale della vita”.
L’idea di fondo è quella di definire un programma di ricerca finalizzato a ridare senso alla vita, attraverso stili comportamentali, orientati alla rigenerazione materiale e spirituale della vita, di tutte le forme di vita (ONE LIFE), per arrivare ad un equilibrio armonico nelle relazioni economiche e sociali (uomo-uomo), nelle relazioni ecologiche (uomo-natura) e nelle relazioni territoriali (aree urbane/costiere e aree rurali/interne). Un percorso possibile che è, in primo luogo, di costruzione teorica di una razionalità sistemica più umana, definita “razionalità strutturale della vita”, intesa come una bussola per l’agire umano in coerenza con una “forma di vita ottimale” di lungo periodo.
Coerentemente con tale paradigma, viene definito l’homo vitalis, vocato alla socialità, alla cooperazione con un alto senso della vita, il quale considera il presente come una tappa importante per costruire un futuro migliore di felicità, di autorealizzazione per sé e per tutti gli uomini, e di rigenerazione permanente degli ecosistemi naturali, ridefiniti “ecosistemi vitali”.
Gli “ecosistemi vitali” delle aree rurali/interne sono oggi diventati d’importanza strategica. Essi producono gli elementi essenziali per la sopravvivenza umana quali il cibo, l’acqua, l’aria, il vento (energia rinnovabile), le biomasse e gli habitat che garantiscono gli equilibri vitali. Tutti elementi essenziali per la vita, di tutte le forme di vita, che rappresentano il patrimonio offerto all’umanità dalle aree rurali/interne; un patrimonio considerato dall’homoo economicus un bacino da cui estrarre valore e non da valorizzare a beneficio delle Comunità locali.
L’impianto teorico proposto ha la finalità di dare senso alla vita, di dare dignità agli uomini e a tutti gli esseri viventi nello spazio (in tutti i territori) e nel tempo. Una visione che assume la “vita, tutte le forme di vita” come un “bene comune universale”, che si contrappone alla logica distruttiva dell’homooeconomicus, logorato dall’ansia di consumare tutto il presente, come se il mondo fosse all’ultimo step, all’ultimo respiro, prima del vuoto totale.
Se non si esce dalla logica della razionalità economica, qualsiasi politica economica e/o territoriale sarà sempre inefficace, potrebbe attenuare leggermente i sintomi dei malesseri, ma non sarà mai risolutiva delle cause degli squilibri. Gli agenti economici continueranno ad agire guidati dal profitto e una volta esaurito il ciclo dei benefici degli aiuti della politica economica faranno ritorno al loro status di “massimizzatori dell’efficienza e della convenienza”, e le aree economiche e territoriali che non costituiranno “opportunità di business” saranno, ancora una volta e inesorabilmente, abbandonate, una volta finito il processo di estrazione di valore. Se non si pone mano ad un cambio sostanziale di paradigma, se non si dà senso e valore alla vita, rimanendo ancorati alla logica del profitto e della convenienza economica, le politiche economiche e territoriali continueranno ad essere improntate ad una logica compensativa, di attenuazione dei sintomi, non risolutive delle cause. Saranno palliativi che accompagneranno la crisi di sistema in atto, sempre più irreversibile, che riguarda i territori fragili, l’economia nazionale e l’ordine economico e geopolitico mondiali.
L’investimento più importante di cui oggi si avverte la necessità va nella direzione di un profondo cambiamento culturale, di uno sviluppo del “pensiero critico” rispetto ad una visione del mondo che riflette unicamente gli interessi specifici di élite economico-finanziarie e, quindi, rispetto a un modello di dominio dell’economica sulla politica e sulla società, che presenta i processi economici-sociali come ineluttabili, irreversibili, come un ordine naturale a cui il pensiero dominante si è omologato.
In assenza di questo cambiamento, anche una scelta di sostenibilità come quella della transizione ecologica, per la quale il patrimonio di risorse, prima richiamato, è strategico, rischia di approfondire ulteriormente gli squilibri territoriali. Tutte le aree interne italiane, e non solo, sono interessate, da alcuni anni, da ingenti investimenti nel settore eolico e fotovoltaico, realizzati dall’élite capitalistiche richiamate, in continuità con i “modelli estrattivi”, da sempre praticati in quei territori, col tempo diventati fragili, con scarsissimi coinvolgimenti delle comunità locali, anche a causa della debolezza istituzionale delle stesse. La desertificazione umana e di competenze, infatti, non è solo territoriale, ma è anche istituzionale: nelle aree rurali/interne si rilevano fenomeni di grave spopolamento, di invecchiamento e di depotenziamento delle istituzioni locali sia pubbliche (Enti locali) che private (organizzazioni sociali), con un grave indebolimento del “Capitale territoriale” (capitale umano, sociale e istituzionale), variabile fondamentale per processi di sviluppo locali partecipati.
Per sopperire a tale carenza, e in attesa di un radicale cambio di paradigma come sopra evocato, nel breve periodo cosa è necessario fare?
È necessario costruire “ecosistemi istituzionali” a base locale, partecipati anche da Centri di ricerca e da Università, per consentire ai territori di essere protagonisti nei processi di messa in valore, a beneficio delle comunità locali, degli importanti patrimoni di risorse naturali di cui dispongono; patrimoni fondamentali per la sopravvivenza dell’umanità, soprattutto di quella parte di essa che vive nelle cosiddette aree forti, che soffre almeno quanto quella delle aree fragile ma è molto più consistente.
GIUSEPPE CHIUSOLO

18/07/2026