Dalla guerra alla Costituzione In primo piano

Il prossimo 2 giugno la Repubblica Italiana festeggia l’ottantesimo compleanno. Ma il giorno della nascita, tramite il “referendum istituzionale”, è solo l’inizio della “costruzione” della nuova entità che si innestava sul tronco del Regno d’Italia sancito con il voto del 17 marzo 1861 del Parlamento di Torino.

Non c’è, infatti, una totale abolizione dell’ossatura statale che si ereditava dagli 85 anni di vita del Regno sabaudo. Fa testo la clamorosa esistenza in vita, a tutt’oggi, del TULPS (Testo Unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza) prodotto dal “nostro” Arturo Bocchini nel 1931 e solamente tagliuzzato ed emendato di impronte antidemocratiche del patrimonio fascista.

La assemblea costituente che usciva fuori dal referendum di ottanta anni fa era depositaria della funzione di dare all’Italia una nuova Costituzione, ritenendosi soppiantato lo Statuto del 1848. Non più solo, quindi, la fine della monarchia ma un quadro nuovo di diritti e doveri del popolo e funzioni aggiornate di parlamenti elettivi concretamente democratici.

Il voto alle donne e a tutti gli italiani di “maggiore età”, testato già nelle elezioni amministrative distribuite lungo l’anno 1946 dal voto del 2 giugno per l’Assemblea Costituente, fu una concreta attivazione di democrazia rispetto al “privilegio” del diritto di voto riservato solo a maschi di ceti sociali selezionati.

Più che il voto in sé, pur con la eliminazione della monarchia e l’instaurazione della Repubblica, ciò che determinò la “svolta democratica” fu il confronto che avvenne nella Assemblea Costituente e lo sviluppo di congiunture esterne che diedero la svolta decisiva. Mentre in Italia i rinati partiti politici ritrovavano la voce per sollecitare la partecipazione e il consenso del popolo, sui tavoli dove si scrivevano le sostanziose e dettagliate condizioni del prezzo da far pagare all’Italia veniva riservato un trattamento di durezza non prevista.

La dichiarazione di guerra alla Germania il 18 ottobre 1943 e la sfilata milanese del 25 aprile 1945 (generosa testimonianza di patriottismo costato vite umane) non potevano cancellare la responsabilità dell’Italia alla quale si addossava la indiscutibile accensione della miccia della guerra contro mezzo mondo, finanche contro gli Stati Uniti. L’America sfidata da Mussolini era arrivata a casa nostra, gli italiani l’avevano accolta ma sul nostro territorio si possono visitare nei cimiteri di guerra le tracce del prezzo della loro vittoria.

Alla Conferenza della Pace di Parigi (29 luglio-15 ottobre 1946) non si trovava la condizione di una parità tra le azioni di guerra in Africa e in Europa e le azioni della guerra partigiana. Il 10 febbraio 1947 a Parigi l’Italia, per la firma del trattato, mandò un ambasciatore. Dopo il ritorno a casa del nostro rappresentante (Pietro Nenni, prestigioso esponente “laico” ma pure personalmente non nemico di Musssolini) il governo italiano non aveva coperto il suo posto alla Conferenza della Pace. Questo non trascurabile particolare e la effettiva scrittura della nostra “condanna” e “prezzo da pagare” aprirono gli occhi anche ai costituenti.

Nel trattato di pace, oltre a concreti prezzi da pagare e di cessione alle nazioni vincitrici di territori, beni e attrezzature belliche (per esempio le navi della Marina), c’erano “ordini” perentori per l’adeguamento del sistema politico alle costituzioni delle democrazie liberali (chiaramente degli Stati Uniti). Il più volte (da me) richiamato articolo 3 della Costituzione, laddove dice “…senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali” è preso dalle prescrizioni del Trattato del 10 febbraio 1947.

L’Assemblea Costituente doveva dare una nuova costituzione all’Italia. Ma se in prosecuzione del Regno d’Italia o in una nuova veste chiamata Repubblica sarebbe stato determinato dall’esito del voto popolare del 2 giugno 1946. I 556 membri eletti erano dei due diversi schieramenti: quindi non andarono a scrivere la Costituzione solo i rappresentanti del voto repubblicano. Stante la segretezza del voto non si potevano separare i repubblicani dai monarchici. Di fronte a queste “novità” e alla non prevista durezza del trattato di pace, nella Assemblea Costituente, anche grazie al prestigio di alcuni autentici “padri della patria”, maturò un clima di responsabilità collaborativa.

L’Italia doveva darsi un apparato costituzionale che rispondesse ai principi liberali in prosa elegante, ma soprattutto alle prescrizioni del trattato di pace. Sul piano politico l’Italia poté contare su Alcide De Gasperi (indiscutibilmente un alter conditor patriae) per i rapporti con gli Stati Uniti e su Palmiro Togliatti per i rapporti con la Unione Sovietica. Le potenze vincitrici della guerra sono quelle che nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU occupano i seggi permanenti e sono titolari del diritto di veto. Chi sono? Divertitevi e capirete tante cose…

Tra due anni si festeggeranno gli ottant’anni della Costituzione. Vogliamo far tesoro di questi due anni affinché, a partire dalle scuole, si faccia un po’ di lettura e approfondimento della nostra Costituzione? Per capire la nostra “Carta” è indispensabile conoscerne la storia. Appunto.

MARIO PEDICINI