Fenomenologia di Piazza Risorgimento In primo piano

Il recente restyling di Piazza Risorgimento, non è un semplice restyling.

È stato il modo involontario attraverso cui l’amministrazione comunale ha messo in moto un’opera corale di amarcord cittadino, nonché una inconsapevole analisi sociologica in cui la città di Benevento tutta, o quasi, si cimenta in disamine sull’evoluzione di usi e costumi cittadini e nazionali.

Piazza Risorgimento è, per antonomasia, la piazza del Liceo Classico Giannone. Su di un lato della stessa insistono altri istituti superiori e, da sempre, su questa piazza, un tempo libera e ariosa, all’ora di entrata e all’ora di uscita dalla scuola sciamano centinaia di studenti.

La piazza è ancora transennata, ma si vede perfettamente come è venuta. E, allora, si dà sfogo alla fantasia.
C’è chi su facebook posta nostalgiche foto di scolaresche in abbigliamento e pose dei tempi che furono.
C’è chi ironizza sul prossimo taglio di nastro che aspetta il primo cittadino.

Fioccano le critiche sul nuovo aspetto della piazza. Ma, soprattutto, spuntano parallelismi tra quello che è stato vivere “a piazza” decenni fa e viverci ora.

Su quella piazza, davanti al portone del Liceo “Giannone”, si affacciavano un tempo delle creature quasi mitologiche: i presidi di scuola. Gente canuta che non passava il proprio tempo a leggere circolari, ma si dedicava ad impegnativi studi storico-letterari, sfornando saggi di una certa consistenza e tenendo conferenze impegnate.

Queste creature mitologiche erano uomini di cultura e non semplici burocrati trasformati in “dirigenti” di una scuola che, oramai, funziona secondo le regole di un’azienda.

I docenti erano figure autorevoli e rispettate, alle quali i ragazzini si rivolgevano con un certo timore reverenziale. Oggi i ragazzini incontrano i prof per strada e ci scappa con naturalezza il “ciao prof!”
Non esisteva la spritzeria e gli aperitivi nei bar alla moda, ma si facevano interminabili chiacchierate “a piazza” ed emozionanti giri in motorino.

Come ci ricorda Radio Città Benevento in uno dei post sulla sua pagina facebook, si cantavano le canzoni degli 883:

Gli anni d’oro del grande Real
Gli anni di Happy Days e di Ralph Malph
Gli anni delle immense compagnie
Gli anni in motorino, sempre in due
Gli anni di “Che belli erano i film”
Gli anni dei Roy Rogers come jeans
Gli anni di “Qualsiasi cosa fai”
Gli anni del “Tranquillo, siam qui noi, siamo qui noi
”.

Oggi, invece, si cantano canzoni come quelle di Kid Yugi:

I tuoi occhi sono la mia cocaina
I tuoi occhi sono come l’eroina
Un piromane in un lago di benzina
Una casa al quinto piano ed un suicida
I tuoi occhi sono la mia cocaina
I tuoi occhi saranno la mia rovina
Non c’è pace, non c’è amore, non c’è stima
E ripenso a quei momenti in cui eri mia
”.

Delusioni, sconfitte, messaggi, sogni e ripicche trovavano accoglimento in scritte che tappezzavano le porte dei bagni.

Oggi tutto viaggia veloce sui social: da Instagram a Facebook a Tik Tok. Spazi virtuali destinati ad ospitare selfie, videocollage di viaggi ed uscite con gli amici e faraoniche feste dei diciott’anni, con tanto di sfilata tra ali di folla e candele pirotecniche in abiti eleganti e costosi e bomboniere finali agli ospiti.

Nelle scuole non c’erano progetti su progetti, ma andava molto di modo la lezione frontale che la psicofuffa odierna si affanna tanto a denigrare. Non c’erano le Lim e i libri digitali, ma il classico libro di carta. E poiché lo zaino era pesante, ci si accordava col compagno di banco per dividersi i libri da portare. Libri che erano almeno tre volte quelli di oggi e non erano quasi corredati da materiali fotografici.

Nessuno conosceva la dislessia e la discalculia e neppure il bullismo. Non che non ci fossero. Ma avevano altri nomi.

La piazza, per i ragazzi dei paesi limitrofi, era un’aspirazione di vita. Una realizzazione personale poter dire: “Ho passato la serata a piazza con gli amici”.

A scuola nessun genitore si permetteva di sindacare l’operato dei docenti, né di mandare gli avvocati per una bocciatura o un debito a settembre. Casomai, a casa i rimproveri continuavano ed il figlio, con le buone o con le cattive, veniva richiamato ad assumersi le proprie responsabilità e ad impegnarsi di più. Non si parlava di “inclusione”, “fragilità” e “percorsi psicologici”, e nessuno è mai rimasta traumatizzato da una bocciatura o da un debito. Oggi bocciare e dare debiti non si usa più. Bisogna capire ed includere i ragazzi con le loro fragilità. Bisogna essere comprensivi, anche e soprattutto con i ragazzi svogliati o non tagliati per lo studio. Bisogna dire che la scuola è eccellente, altrimenti lo Stato non dà i soldi che servono per fare tante cose. Il “Rapporto di autovalutazione” nemmeno esisteva.

Non c’era il cyberbullismo. Gli scherzi erano solo quelli telefonici e si facevano durante qualche serata passata a casa dei compagni, con i genitori che elegantemente uscivano per una cena fuori in mondo da lasciare la casa libera ai figli ed ai loro amici. Si alzava la cornetta e si cominciava a prendersi gioco di chi era all’altro capo del filo. Niente di sconcio o di pesante, ma sciocchezze dette per ridere.

Sullo sfondo di pesanti giornate di studio, c’era sempre lei, inscalfibile ed eterna: Piazza Risorgimento, che avrebbe scandito le tue giornate da liceale.

C’era il sindaco Pietrantonio che creava Città Spettacolo e si susseguivano mitici presidi di scuola: Sangiuolo, Matarazzo, Ruggiano.

C’erano i giornali cartacei al posto di quelli telematici, ed i direttori vecchio stampo erano quelli che si incaricavano personalmente di attaccare le etichette per spedirli agli abbonati ogni quindici o sette giorni.
C’era l’Assostampa Sannita e tanti eventi di cronaca, cultura e sport. C’era la Caserma dei Carabinieri. C’era il mercato dei commestibili a Via Rummo. C’era Sergio che più che un parcheggiatore abusivo era un amico di tutti.

C’erano i giovani che ieri, come oggi, a diciannove anni vanno a studiare fuori città e non vi fanno più ritorno.
C’era, allora come oggi, una città cementificata con un grande bisogno di spazi verdi e ariosi, per dare respiro ad una città sempre più in preda alla canicola estiva ed ai problemi del cambiamento climatico.

Insomma, Piazza Risorgimento è lì, con la sua nuova veste, a testimoniare di tanti cambiamenti avvenuti nel corso dei decenni. Se quella Piazza potesse parlare, ci racconterebbe tante cose. E ci direbbe anche se è contenta dell’attuale cambiamento.

Magari le lucine soffuse la sera e gli angoli verdi si faranno apprezzare. Aspettiamo l’inaugurazione e che si apra un nuovo capitolo della vita e della storia del punto di aggregazione più caro ai giovani beneventani.

LUCIA GANGALE