Giornalismo beneventano In primo piano

I giornalisti italiani hanno un solo sindacato, che è la Federazione Nazionale della Stampa Italiana. Le elezioni degli organi statutari, come tutte le elezioni, sono state sempre animate da gruppi e correnti più o meno riconducibili ad aree ideologico-politiche. La conduzione generale, però, è sempre stata assicurata dalla “confluenza delle divergenze” assicurata da figure carismatiche in grado di flirtare senza dare nell’occhio con le maggioranze governative.

Anche per il governo dell’Ordine Nazionale dei Giornalisti le elezioni dei Consigli Regionali e del Consiglio Nazionale sono assicurate da accordi di vertice.

Qui in Campania il tradizionale lavorio ha fruttato la elezione del napoletano Carlo Verna (Rai) a presidente nazionale e di Ottavio Lucarelli (Repubblica) a presidente regionale. Di recente, si è organizzato un gruppo con una connotazione programmatica, si direbbe, “alternativa”. E’ apparso, anche ai colleghi meno interessati ai giochi di potere, con la organizzazione di corsi di formazione professionale del tutto legittimi, ma che non godono della organizzazione del Consiglio Regionale finora monopolizzatore delle attività (obbligatorie) di formazione continua dei giornalisti (professionisti e pubblicisti).

In uno di questi incontri il presidente della FNSI Giuseppe Giulietti (dal ricco curriculum professionale e politico) ha invitato i giornalisti beneventani ad essere coraggiosi, innescando una condivisione da parte del procuratore della Repubblica Aldo Policastro e del questore Giuseppe Ballassai. Il vaglio.it di Carlo Panella ha prontamente segnalato la insolita richiesta di un giornalismo d’inchiesta capace di innescare (o, almeno, di orientare) il loro lavoro investigativo.

La lunga premessa è d’obbligo sia per comprendere la doverosa difesa da parte del presidente dell’Assostampa, e sia per cogliere la contingenza di quel che segue.

A dire certe cose Policastro e Bellassai non hanno torto. Ma rischiano di alimentare un fatale equivoco. Quello di chi pensa che la stampa debba aiutare, sostenere, appoggiare e mettersi al servizio dei “poteri costituiti”. Sono sempre più frequenti momenti nei quali il giornalismo (non solo beneventano) pende dalle labbra di questori e procuratori, perché le notizie “difficili” date con il loro beneplacito godono di una certa protezione.

Il punto è questo. Il giornalismo tutelato dalla Costituzione repubblicana non ha il compito di aiutare questure e procure. Gli apparati statali della Pubblica Amministrazione (Questura e Carabinieri e Guardia di Finanza) hanno i loro strumenti da mettere in funzione. La Magistratura, indipendente proprio per garantirsi da ogni ipotetica soggezione (ma anche consociazione o mezzadria), non può pensare di poter fare assegnamento sulle indagini giornalistiche per attivare i suoi meccanismi.

Il giornalismo non è al servizio di nessun organo statale, non è tenuto a collaborare o a propagandare o a favorire carriere mediante l’enfatizzazione di “brillanti operazioni”. Giulietti, Policastro e Bellassai si sono vicendevolmente condizionati e sono scivolati lungo un pericoloso pendio.

La stampa non può essere invitata a collaborare con le forze dell’ordine alla ricerca di delinquenti, cosche e organizzazioni criminali.

Per capirci meglio, neanche i cittadini possono essere assoggettati ed ingaggiati per diventare gratuiti collaboratori di giustizia. E’ una china sulla quale già si esercitano organizzazioni collaterali (ONG o come cacchio si possono intendere), sollecitate (involontariamente) da certi appelli “a denunciare”. Il cittadino denuncia se lo ritiene opportuno e necessario, non perché è inquadrato in un “corpo ausiliario”.

Il cittadino è libero. E così il giornalista. Il giornalista non è un funzionario statale (che gli addetti stampa, sicuramente funzionalmente inquadrati, debbano essere giornalisti è un capriccio sindacale: un addetto stampa scrive quel che gli ordina il sindaco, un giornalista non pagato dal sindaco no).

Un giornalista di qualsiasi testata (prestigiosa o ininfluente) gode della libertà assicuratagli dall’art. 21 della Costituzione. Può e deve essere criticato se fa cattivo uso di tale libertà. E sarebbe sì una ipotesi di tal cattivo uso che debba facilitare il lavoro di questori e procuratori. O di solerti funzionari e dinamici assessori.

MARIO PEDICINI