Giulio Cesare Pedicini, l'uomo che ha realizzato la Benevento moderna In primo piano
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Perché Giulio Cesare...
Mio padre Roberto lavorava a Roma e probabilmente è stato condizionato anche dalla romanità del fascismo per affezionarsi ai nomi di statue e monumenti della città eterna. Per esempio i miei fratelli hanno i nomi di: Pompeo, Michelangelo e Italo...
Famiglia numerosa quindi?
Abbastanza, ci sono anche sei femmine: Sara, Angelina, Maria Antonietta, Romana, Luigina e Maria Giuseppina.
Gli studi...
Il liceo classico a Benevento, l’Università a Napoli alla Facoltà di Ingegneria dove poi divenni Assistente di Tecnica delle Costruzioni...
La sistemazione?
I concorsi... e poi di ruolo tra l’altro presso l’Istituto Tecnico per Geometri. Nel 1967 poi ho vinto il concorso come Ingegnere del Comune di Benevento.
Che impatto fu il suo primo giorno di lavoro a Palazzo Paolo V?
Fu una situazione quasi surreale. Entrai nella mia stanza e l’ingegnere capo uscente, Gennaro De Rienzo, non aveva ancora finito il trasloco. Praticamente non c’era nemmeno una scrivania su cui sedermi per cominciare! Da lì, però, è iniziato un viaggio straordinario.
Gli anni ’60 a Benevento sono stati segnati da un’estrema instabilità politica. Come riusciva l’Ufficio Tecnico a lavorare in mezzo a questo continuo “valzer” di amministratori?
Era una fase davvero turbolenta. Ricordo le dimissioni del Sindaco Pasquale Meomartini per candidarsi al Senato con la Democrazia Cristiana che però poi decise di non candidarlo. Divenne poi Pro-sindaco l’avvocato Antonio Tibaldi che guidò l’amministrazione per circa due anni, non trovando i consiglieri comunali un accordo politico stabile. Seguì l’arrivo di un commissario prefettizio e poi del commissario di governo Ferrara, coadiuvato dal vice commissario ingegner Carelli. Si tornò al voto nel 1971 e fu eletto sindaco Lucio Facchiano. In un contesto così frammentato, l’Ufficio Tecnico doveva rappresentare l’ancora di salvezza e la continuità per garantire i servizi essenziali alla cittadinanza.
La Benevento del dopoguerra: tra l’emergenza tifo e il “Far west” edilizio... Che città ha trovato dal punto di vista idrico e igienico al suo arrivo?
Una situazione drammatica. L’epidemia del ’56 causò oltre 2.000 casi a causa dell’inquinamento per risucchio a Via Annunziata. Negli anni ’60 l’acquedotto era ancora fatiscente, alimentato solo dalle scarse sorgenti di Cautano e dai pozzi di Pezzapiana, con perdite di acqua accumulate attorno al 50%! Nei quartieri alti (come al Rione Libertà, Via San Leucio), l’acqua arrivava solo all’una di notte. E sapete come si gestiva la contabilità dell’acquedotto? In una stanzetta di 2 metri per 4 a Palazzo Paolo V, con quattro persone che facevano i calcoli con le calcolatrici meccaniche a manovella. Un altro mondo rispetto all’informatizzazione di oggi.
Il 30 giugno 1967 è una data storica per l’urbanistica italiana e beneventana. Ci racconta cosa accadde quella famosa notte nel suo ufficio?
Entrava in vigore la Legge Ponte del 6.08.1967 n. 765, che bloccava le licenze prive di pianificazione. Fu una corsa contro il tempo forsennata da parte dei proprietari terrieri: la sera del 30 giugno 1967 siglai personalmente ben 150 licenze edilizie! Fino ad allora Benevento viaggiava sul Piano di Ricostruzione del 1946 adottato sotto il sindaco Cifaldi. Da quella notte in poi cambiò tutto: imponemmo ai costruttori l’obbligo di realizzare le opere di urbanizzazione primaria, gli allacciamenti e i parcheggi, fino a quel momento del tutto inesistenti.
Com’era il traffico a Benevento prima di queste riforme?
Oggi pare incredibile, ma negli anni ‘60 i camion e gli autotreni provenienti da Telese transitavano in pieno centro storico, passando davanti al Duomo e lungo Corso Garibaldi a doppio senso di marcia! Inoltre, arterie oggi fondamentali come Via del Pomerio e Viale dei Rettori non erano nemmeno asfaltate. Il 15 giugno del ’67 il Presidente Saragat venne a consegnare la Medaglia d’Oro al Valor Civile alla città; Benevento doveva assolutamente ripartire e modernizzarsi.
La grande ricostruzione: scuole, impianti e il Nuovo Piano Regolatore... Lei ha praticamente disegnato la mappa della Benevento moderna: come avete riorganizzato la città?
Con il nuovo Piano Regolatore abbiamo riorganizzato la città per servizi zonali e viari, progettando in sinergia con Provincia e ANAS la tangenziale esterna, la tangenziale intermedia e i vari svincoli. Ma la vera rivoluzione è stata l’edilizia scolastica: prima le scuole erano stipate in appartamenti privati o in spazi inadeguati, come il Liceo Scientifico e il Magistrale a Palazzo Mosti.
Quali sono state le strutture simbolo di quella stagione di cantieri?
Abbiamo realizzato una quantità enorme di istituti: il Liceo Scientifico Rummo, il Rampone con prefabbricati in carpenteria metallica, l’Istituto Tecnico Commerciale Palmieri, il Magistrale in Via Nicola Calandra (con 48 aule, auditorium e palestra) e il Liceo Artistico in Via Tiengo. Per le medie la “Pascoli” dietro Piazza Risorgimento (scelta insieme al Provveditore), le elementari a Via Palermo, Creta Rossa, Rione Ferrovia, Fontanelle, Pietà, Ponticelli e oltre 15 scuole rurali nelle contrade tra cui Montepino, San Vito, Piano Cappelle, Cancelleria, San Vitale, Masseria Olivola, Acquafredda, Madonna della Salute, Torrepalazzo, Francavilla, C.da Mosti...
Senza dimenticare lo sport...
Tanto per ricordare... il PalaParente inaugurato nel ’68 con una campata in cemento armato all’avanguardia di 30 metri, lo Stadio Comunale progettato nel ’72 da me realizzato e inaugurato nel 1979.
Dalla svolta idrica al terremoto del 1980... Come si arrivò alla definitiva risoluzione del problema dell’acqua e dei rifiuti?
Entro il 1975 la crisi idrica fu azzerata grazie ai fondi della Cassa per il Mezzogiorno ottenuti tramite il neo-Senatore Alfonso Tanga: costruimmo i pozzi a Campo Mazzone, il serbatoio all’Avellola, il maxi-serbatoio del Belvedere da 16.000 m3 e quello di San Vito da 14.000. Sul fronte rifiuti, all’inizio c’era una ditta che sversava la spazzatura vicino all’attuale carcere, dove bruciava per autocombustione appestando la città. Tra il ’68 e il ’69 trasferimmo tutto a Ponte Valentino introducendo la “colmata sanitaria” (stoccaggio a strati compattati e ricoperti di terra), un sistema modernissimo per l’epoca. Pensate che in quegli anni in città c’erano persino 42 distributori di benzina sparsi ovunque, anche in piazza Santa Sofia e davanti alla Basilica di San Bartolomeo.
Il 23 novembre 1980 il terremoto sconvolge la Campania. Come reagì l’Ufficio Tecnico del Comune?
All’inizio eravamo pochissimi: io come dirigente superiore e ingegnere capo, l’architetto Consolante all’Urbanistica, l’ingegner Cavuoto ai Servizi, qualche geometra e un perito. Il terremoto fu una scossa tremenda ma anche organizzativa: assumemmo d’urgenza circa 30 tra ingegneri, architetti, geometri e periti per gestire la ricostruzione e le verifiche statiche. Costituimmo una grande famiglia di tecnici che operavano insieme collaborando senza contratti. Ancora oggi, come allora, periodicamente ci ritroviamo per una camminata alla quale partecipano tutti. A distanza di due anni, dal terremoto nel 1982 si concluse la sistemazione e la costruzione del nuovo Palazzo di Giustizia che fu inaugurato nel 1982 dal Sindaco Antonio Pietrantonio dopo sette giorni dal suo insediamento come Sindaco
Negli anni successivi alla crisi del terremoto che cambiamenti attuò l’Ufficio Tecnico del Comune sotto la sua guida?
Nel 1984, insieme ai professori Bruno Zevi e Sara Rossi, adottammo una variante al piano regolatore che fu discussa e pubblicata a livello nazionale, focalizzandosi in particolare sul recupero del centro storico. Il lavoro svolto è stato raccolto e illustrato nel volume Piano del centro storico di Benevento (edito da Gangemi nel 1989), che contiene analisi, norme di attuazione e criteri d’intervento. Un’altra pubblicazione di grande rilievo, edita dall’Istituto Poligrafico dello Stato a firma di Mario Rotili con le fotografie di Valerio Gramignazzi Serrone, ha documentato il restauro dell’Arco di Traiano, un monumento che ha attraversato anche periodi difficili e di lunga stasi amministrativa ma che rappresenta l’identità della nostra città. La parentesi lavorativa beneventana è risultata efficace ed incisiva per la città perché vi è stata sempre armonia tra i soggetti e le massime paretecipazione collettiva su tutte le iniziative assunte.
La parentesi romana, i Beni Culturali e il dramma di Assisi...
Nel 1989 lascia il Comune per Roma, lavorando nei Ministeri al fianco del Ministro Ferdinando Facchiano. Tra le grandi opere nazionali c’è un capitolo leggendario: la Torre di Pisa e la sua stabilizzazione definitiva. Un’esperienza straordinaria. Ai Beni Culturali creammo una commissione internazionale di dieci esperti per fermare la pendenza della Torre di Pisa, coinvolgendo illustri docenti napoletani come De Stefano per il restauro e Vigiani per la geotecnica. Ma da Roma non ho mai dimenticato Benevento: abbiamo finanziato il restauro delle Mura Longobarde, rifatto le gradinate del Teatro Romano, creato la sede autonoma della Soprintendenza Archeologica e portato l’Archivio di Stato a Palazzo Pacca.
Lei è stato testimone diretto anche del terremoto di Assisi del 1997. Cosa ricorda di quei tragici momenti?
Ero Provveditore alle Opere Pubbliche in Umbria. La mattina del sisma arrivai alla Basilica di San Francesco alle 9:00, prima del Premier Prodi e del Ministro Veltroni. Alle 11:15 ci fu la terribile scossa di assestamento. Avendo vissuto i terremoti del 1962 e del 1980, intuii il pericolo e dissi alle autorità presenti di spostarci nel chiostro centrale. Purtroppo, mentre rilasciavo un’intervista al TG1 nel chiostro, crollò la volta sulla porta della Basilica: persero la vita quattro persone, due geometri della Soprintendenza e due giovani frati, che erano rimasti all’interno.
E nel ruolo di Provveditore alle Opere Pubbliche quale è stata la sua esperienza?
A Campobasso e in Molise mi sono occupato della realizzazione di importanti infrastrutture, tra cui diverse caserme dei Carabinieri, della Guardia di Finanza e vari collegamenti stradali con ponti e gallerie per collegare la zona a Termoli. Successivamente, la mia attività è proseguita nel settore privato come Amministratore e Direttore tecnico di una società di opere pubbliche che ha sede a Pietrelcina, realizzando importanti progetti a Benevento e in Campania, tra cui l’ampliamento del ponte di Santa Maria degli Angeli in acciaio, il Liceo Scientifico G. Rummo in Via S. Colomba, l’ampliamento dell’Istituto Tecnico Rampone e i lavori legati alla linea ferroviaria TAV Napoli-Bari ed opere importanti in Italia.
Nel suo libro “Punti di Vista”, Albatros Edizioni (che sarà presentato il 23 ottobre al Teatro del Collegio La Salle), lei non parla di Benevento. Cosa manca alla città contemporanea? Di cosa ha bisogno Benevento oggi?
Qualcuno direbbe ironicamente “bisognerebbe rifare i beneventani!”. Purtroppo noto spesso un distacco dei cittadini, la cultura del “pensaci tu”. C’è una certa debolezza della classe dirigente nel programmare a lungo termine. L’anno prossimo si vota e non ci sono candidati o nomi. C’è un rifiuto ad assumere responsabilità.
È fondamentale raccontare la storia di Benevento, altrimenti le nuove generazioni - ragazzi di trenta o quarant’anni - non conoscono il passato e le scelte urbanistiche che hanno plasmato il territorio.
Un’ultima domanda. Cosa avrebbe voluto realizzare e per quali motivi non è stato possibile farlo?
Il mio rammarico è quello dei lavori incompiuti. La progettazione era conclusa ed i lavori erano stati avviati ma con la caduta della giunta Pietrantonio si interruppe tutto. Prendiamo il tema della viabilità e delle infrastrutture incompiute o parziali, come la questione delle gallerie (via Avellola) e della tangenziale interna (l’asse che scende da Pacevecchia fino a Ponticelli). Abbiamo progettato e realizzato grandi assi di penetrazione e nuovi quartieri come Avellola, Pezzapiana e Capodimonte secondo criteri urbanistici moderni, dotati di ampie strade e marciapiedi. Tuttavia, molte opere restano monche o sottoutilizzate per mancanza di collegamenti finali, come i tratti stradali bloccati in prossimità delle linee ferroviarie a Pezzapiana. Lo stesso vale per il problema dei parcheggi e della sosta in città. Abbiamo progettato grandi aree di sosta strategiche, come il mega parcheggio di Via del Pomerio o i terminal di interscambio, la tendenza a parcheggiare in seconda fila sulle strade cittadine persiste.
MARIA GABRIELLA FUCCIO

20/10/2026