Il macigno Santamaria In primo piano
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Sulla “matassa” Santamaria è attiva la magistratura penale. Le ipotizzate incriminazioni passeranno al setaccio di tre possibili gradi di giudizio. Di nuovo c’è il coinvolgimento di una quindicina tra dirigenti, funzionari e dipendenti comunali nonché amministratori di comuni della provincia.
In una prima fase ci saranno esposizioni di fatti messi a fuoco dagli inquirenti e setacciati dagli avvocati difensori. C’è la possibilità di chiudere ogni posizione con una decisione “concordata”: in tal caso non sono ammessi appelli, ogni vicenda finisce. Sapremo entro qualche mese chi, invece, si avvia verso la lunga via del processo tradizionale, le cui decisioni sono soggette alla prova di appello e al giudizio finale della Cassazione.
Al di là di ciò che è sotto la lente d’ingrandimento della giustizia penale, c’è però una montagna di interrogativi ai quali può e deve rispondere l’apparato amministrativo. La prima operazione da fare è la definizione della posizione giuridica di Gennaro Santamaria nella “organizzazione” del Comune di Benevento. Diverse sono le conseguenze di certi comportamenti accertati o sfiorati dalle indagini al vaglio dell’autorità giudiziaria rispetto, invece, alla ricaduta nei confronti della personificazione di altri soggetti venuti a contatto con le attività svolte dal funzionario-dirigente.
Prima ancora che ci arrivi il processo penale, è dal sindaco e dal suo apparato organizzativo (ivi compresi i revisori dei conti e le strutture di specifica assegnazione agli “uffici” degli assessori) che deve venire il chiarimento. Non con atteggiamento giustificativo, ma semplicemente con illustrazione della “pianta organizzativa” dell’Ente Comune.
Se non si fa questa prima operazione verità, sarà poi difficile anche valutare (quale che sia, di condanna o di assoluzione) la strada da prendere per ridefinire la struttura dell’apparato amministrativo dopo l’anamnesi e la cura rinvenibili nelle decisioni della magistratura.
In parole più semplici, se pure saranno tutti assolti gli “immolati” per dare un “esempio”, nulla vieta che sul piano delle regole dell’amministrare non sia possibile un esame, se non proprio un processo, con ricadute concrete sulle carriere, sui risarcimenti per danni anche solo morali (le risonanze sul piano dell’informazione) o sulle rivincite nello scorrere della normale attività amministrativa (la ripresa di servizio di “non condannati” a contatto con colleghi che hanno risposto a domande in processo con attribuzioni rivelatesi non congrue).
E’ emerso un capitolo apparentemente di scarso rilievo. Santamaria si è fatte pagare dalla amministrazione comunale le “ferie non godute”. E’ di questi giorni la notizia, variamente soppesata dagli organi di informazione, di una “revisione” della cifra intascata a vario titolo per il servizio prestato in tutta la durata dell’incarico senza mai usufruire di una giornata di ferie,
Gli impiegati della pubblica amministrazione sono lavoratori come tutti gli altri (pubblici e privati) e devono (devono, non possono) usufruire di un certo numero di giorni di riposo su base annua. Non è una facoltà del lavoratore, è un dovere del datore di lavoro assicurare questo riposo retribuito. Santamaria, durante il periodo di occupazione di una postazione a palazzo comunale, non è mai andato in ferie. Avrebbe, perciò chiesto e ottenuto, la liquidazione di tanti giorni ad anno per straordinari e ammennicoli (essendo lo stipendio comunque pagato, come ad ogni vacanziere).
In questi anni chi avrebbe dovuto (e non l’ha fatto) collocare a riposo il subalterno (per quanto dirigente) per fargli godere del diritto costituzionale al riposo feriale? Ci si chiede, in altri termini, come e dove era inquadrato Santamaria nella struttura d’eccellenza del Comune di Benevento? Chi era responsabile del mancato collocamento in ferie, secondo i contratti nazionali? Chi ha corrisposto stipendi senza avvertire l’esigenza di controllare mesi consecutivi con benefici legati all’effettiva presenza continuativa oltre un limite ragionevole e comunque non oltre i limiti fissati dai contratti collettivi in vigore?
Più prosaicamente: chi ha chiavi del palazzo municipale di via Annunziata, delle stanze dei singoli occupanti (dirigenti e non dirigenti)? Chi chiude il portone del palazzo dopo essersi assicurato che nessuno sia rimasto dentro? C’è una lista del personale autorizzato a prestare servizio (ad esempio con la forma del lavoro straordinario) per il quale, soprattutto di livello apicale, ci sia un minimo di sorveglianza-tutela?
Santamaria si immolerà e pagherà per tutti? O si trascinerà i “tutti” nel burrone del “si salvi chi può”?
MARIO PEDICINI

20/10/2026