Il dilemma dei 5Stelle In primo piano

Stava scritto che votavamo per il Parlamento europeo, ma abbiamo votato per l’Italia, o meglio per una resa dei conti nostrana. Il danno è duplice: non abbiamo mandato in Europa gente intenzionata a contattare alleati per “governare”; abbiamo squinternato il clima politico interno mettendo a rischio la stabilità del governo.

Nulla di nuovo, insomma. Se non fosse pronta una ricetta, elaborata da un esponente PD (al cui interno, evidentemente, è attecchita l’erba del “pensiero” di demitiana ispirazione), secondo la quale un alleato non si deve cercare tra gli esseri esistenti ma bisogna crearselo a propria immagine e somiglianza tra gente fidata. Insomma, facendo una scissione. Per essere più forti e pescare più voti e andare a governare.

C’è da meravigliarsi se il vincitore del 26 maggio (il noto Salvini), anziché approfittarne per aumentare il suo peso nel governo e con la sua forza tenerlo saldo, gioca a sfasciarlo poiché dalla sua caduta “altri” provvederanno a sciogliere il parlamento e a indire nuove elezioni dalle quali la Lega (ovviamente) uscirebbe vincente, magari con l’ausilio del nascente partito di lontana ispirazione comunista?

Se nessuno viene ad investire in Italia, e neanche gli italiani che potrebbero si astengono dal mettere in gioco i loro capitali (o le loro idee) e le fabbriche che ci sono chiudono dalla sera alla mattina: tutto questo non interessa. L’importante è vincere (dopo aver prodotto una catastrofe?).

In parole povere, chi aspira a governare in Italia lo fa con l’idea di abbattere a destra e a manca l’esistente, a “scassare” (copyright De Magistris), ad attaccare nemici di tutte le risme (poteri forti, pensionati d’oro, privilegiati per censo o per vincite al lotto) senza alcuna idea di costruire qualcosa. Perché qualsiasi operazione di costruzione (o di più facile ri-costruzione) presuppone che si debba utilizzare un materiale esistente. Ogni ideale politico positivo immagina di poter organizzare e gestire le risorse esistenti in modo da ottenere risultati più soddisfacenti di quelli che si ha la pretesa di far accomodare fuori dalle stanze del potere. Ogni ipotesi di dissoluzione totale, sia pure dei soli nemici, è una carta perdente in partenza. Perché ai nemici abbattuti, dei quali non si tiene in mente di farne un uso qualsiasi, bisogna almeno garantire un...reddito di cittadinanza (ohibò che sento).

Considerato l’isolamento del PD, e in attesa che riesca nell’impresa di costruirsi un alleato che porti voti aggiuntivi, Lega e 5Stelle hanno tutto lo spazio politico (e i numeri in Parlamento) per governare fino alla fine della legislatura. Sono alleati per interesse, essendo diversi. Ma se aspirano a poter presentare agli elettori un bilancio capace di ottenerne una approvazione (cioè voti nelle urne) dovrebbero competere in efficienza, esaltando le realizzazioni, i progetti, le intuizioni. Invece, com’è noto, si stoppano quotidianamente facendo a gara a disapprovare quello che (raramente) fa qualche compagno di governo. Neanche all’interno del proprio gruppo, peraltro, si registra una reale amalgama. Ma, soprattutto, entrambi i contendenti hanno tagliato i ponti con l’elettorato, non danno informazioni su quello che fanno, sono riottosi a legittime domande provenienti “dal basso”.

Illuminante è la condotta dei 5stelle. Si definiscono portavoce, non deputati o senatori. Portavoce di chi, poi? Reagiscono stizziti a consuetudinarie richieste o precisazioni, pretendendo di darla a bere anche a chi non ha sete. Il dialogo con l’elettorato è fuori da ogni programma. Avendo una autostima che non consente di paragonarsi a nessun predecessore, non hanno un recapito, un punto di riferimento. Rifiutano, cioè, ogni contributo che dai loro stessi elettori potrebbe iniettargli nelle vene un po’ di sangue fresco. La prassi degli antichi deputati e senatori che “curavano” il collegio con la presenza e l’accollo di raccomandazioni e di istanze di amministratori locali è associata al più sordido delitto imputabile alla prima e alla seconda repubblica. Non capiscono che in tal modo rifiutano di scendere nei fatti della storia, senza la quale nessun progetto regge alla prova del confronto.

Da questa altezzosa solitudine quale vantaggio potranno cavarne se, come i topi di quella tale fiaba, stanno alacremente lavorando vecchi e nuovi cercatori di occasioni che si propongono affollando le anticamere di chi veramente comanda per lasciare a terra i fortunati del 2018.

Di questa afasia del ceto parlamentare non possono certo essere soddisfatti quegli amministratori di enti locali che pur devono dar conto agli elettori portando a casa qualche risultato. La Regione è distante, il Parlamento ha eretto una sorta di muro di Berlino, quale punto di riferimento deve avere un consigliere comunale? Come non capire il disagio di chi deve rischiare di finire davanti Corte dei Conti senza il conforto di una solidarietà di gruppo sancita in documenti scritti con sagacia? Quella che può apparire fuga dalle proprie responsabilità è proprio il risultato di uno scollamento della compagine umana che costituisce il lievito della collegialità giuridica.

MARIO PEDICINI