Il massacro del verde In primo piano

Sono, ormai, impossibili da enumerare le prodezze dell’Amministrazione Comunale in tema di cura del verde cittadino. Non passa giorno che non si scoprano interventi semplicemente oltraggiosi del decoro, del buon gusto e della botanica. Sia che ad operare siano addetti spediti da ditte incaricate dagli assessorati competenti, sia che si tratti di ilari comitive di volontari, il risultato non cambia.

Potare gli alberi a maggio e giugno è un delitto. Le piante sono esseri viventi, la mano dell’uomo non può violentare il ciclo vegetativo sol perché l’assessore non aveva concluso l’assegnazione dei lavori alla ditta ICS. Non si può fare a giugno ciò che si doveva fare nel tempo del riposo invernale.

Ci piacerebbe che il Comune mettesse on line gli atti di affidamento di questi lavori, per scoprire (ad esempio) se ha ricordato alle ditte interessate che a Benevento il Regolamento Comunale del Verde vieta espressamente la capitozzatura, sanzionandola con ammende; se ha descritto sommariamente il tipo di potatura (a seconda delle specie arboree) affinché anche il cittadino possa capire se c’è qualcuno che comanda e qualcun altro che si attiene agli ordini ricevuti o fa di testa sua, perché tanto gli è consentito dalla autorità ordinante. Vorremmo conoscere la qualifica professionale degli operatori nelle cui mani sono stati posti motoseghe e ordigni da carpenteria.

Chi abbia potuto assistere agli atti di violenza sui poveri ligustri del Viale Mellusi o sui più illustri lecci (almeno per ragioni di età) del Viale Principe di Napoli ha il diritto di sapere. Così come noi vorremmo sapere che ordini hanno ricevuto (e se li hanno rispettati) quegli altri energumeni che hanno attaccato le erbacce nelle aiuole, giungendo ad una definitiva distruzione: con la conseguenza che in quelle aree è emersa la polvere, sono scomparse tutte le colonie di insetti ed altri animali, è stata sconvolta ogni forma di biodiversità. Questi sterminatori pagati dal Comune appartengono a quell’idealtipo impersonato dai tanti beneventani che sognano i nostri fiumi come viali asfaltati (e però fichi selvatici e ailanti-cazzoni poi spuntano dagli asfalti stradali).

E’ necessario sapere se si sono attenuti agli ordini ricevuti o se hanno fatto di testa propria, con i limiti cioè di una totale impreparazione tecnica e culturale. Anche quella che chiamiamo erba ha diritto di vivere, offrendo peraltro anche alla vista la bellezza di colori e il nutrimento per il lavoro delle api (impollinazione e produzione di miele, propoli e pappa reale). Ho visto in villa “addetti” con tanto di scopa in mano intenti a raccogliere le foglie sotto gli alberi secolari, come se le foglie fossero materiale nocivo o comunque da assimilare all'umido di domestica produzione. Avete capito: non si scopano le foglie di un bosco, le foglie non sono una cosa sporca.

Giacché ci siamo (se ne potrebbero giovare i nostri amministratori por comprendere gli strani ragionamenti che andiamo facendo), non è con la chiusura al traffico del centro storico che si pulisce l’aria. Il centro storico liberato dalle macchine è occasione di convivenza civile, di contatto umano, di osservazione più accurata delle emergenze architettoniche e storiche. L’aria necessaria per ogni forma di vita è prodotta dalle piante (alberi maestosi e minuscoli ceppi di cicoria). Sono le piante che producono l’ossigeno, tanto necessario alla vita. E lo producono perché assorbono e trasformano il CO2. Non è tenendo le macchine in garage che si affronta il problema della qualità dell’aria, ma piantando più alberi e lasciando vivere tutte le erbe che i neo-zoticoni ritengono di assimilare a cose sporche, inutili e dannose. Tant’è che nel mondo il patrimonio vegetale è andato crescendo così da contrastare efficacemente l’aumento di produzione di CO2.

Le piante non sono soltanto un elemento estetico (il bello tanto di moda che sarebbe senza la cornice vegetale?) o utilitaristico (il legno serve per infissi, mobili, costruzioni eccetera). Rappresentano la condizione prima della vita dell’uomo sulla terra.

Solo per questo qualsiasi uomo (anche il delegato al verde o l’assessore all’ambiente) ne dovrebbero avere religioso rispetto.

Sono stato in netta minoranza (anche in redazione) quando a Natale ho criticato lo spreco di danaro pubblico per la forestazione del Corso Garibaldi con i tanto decantati abeti rossi, la cui massa radicale era stata chiaramente sacrificata per farla entrare nel cilindro di cemento a far da vaso. Sono usciti solenni proclami che a quelle piante era stata dedicata ogni cura e fu annunciato il lieto evento della loro messa a dimora (a gloriosa futura vita) tra il fiume Sabato e lo Stadio Vigorito.

Ebbene, di quegli abeti non si sa se ne resterà qualcuno per giustificare la messa sul grammofono (da me profetizzata) di un antico disco che faceva “Pino solitario ascolta”.

MARIO PEDICINI